
Luca Quintavalla, sindaco di Castelvetro porta l’esempio di Cremona e traccia i contorni politici di una coalizione in progress che a Piacenza oggi presenta vistose crepe
“In questo momento storico la città e la provincia devono decidere il loro futuro. Serve una visione strategica per non perdere le opportunità anche finanziarie”
Il Pd alle soglie del congresso? “Il partito dovrebbe avere maggiore attenzione agli amministratori”
Coraggio nei programmi, scelte chiare e precise, giusto equilibrio tra civismo e rappresentanza politica, capacità di comunicare con i cittadini: sono alcuni degli ingredienti della miscela di cui si deve dotare il centro sinistra per la prossima sfida elettorale a Piacenza secondo la visione di Luca Quintavalla. L’economista, consulente aziendale e componente di LEL (Laboratorio di economia locale della Cattolica di Piacenza) oltre che sindaco di Castelvetro ed esponente del Pd piacentino traccia i contorni in questo focus sul centrosinistra che Corriere Padano on line ha avviato. Le sue parole assumono un significato particolare dopo il terremoto che ha messo in crisi il progetto di una coalizione unita di centro sinistra al lavoro da tempo in vista delle amministrative cittadini della prossima primavera.
Quintavalla, 49 anni, un trascorso come consigliere provinciale (dal 2014 al 2021) prima con Francesco Rolleri presidente e successivamente con Patrizia Barbieri. Ha di recente lasciato l’incarico in via Garibaldi annunciando che non si sarebbe più ricandidato. Decisione inusuale per un politico… “La scelta non è stata dettata da nessuna ragione polemica. Semplicemente ho ritenuto che fosse necessario un ricambio e quindi ho lasciato il posto a un altro sindaco. In questo modo – segnala – è entrata in consiglio Claudia Ferrari, sindaca di Sarmato”.
Nel 2011 tra le mani ha avuto la patata bollente di Tempi spa (l’Agenzia dei trasporti). Furono il sindaco Roberto Reggi e l’allora presidente della Provincia Massimo Trespidi ad affidarmi l’incarico – dice – non era una situazione facile ed è approdata al risanamento e alla successiva fusione.
Politicamente è un nativo Pd “Ho iniziato a far politica proprio con la nascita del Pd nel 2007. Ricordo un grande entusiasmo. Agli inizi sono stato coinvolto nell’esecutivo del partito quando segretario era Vittorio Silva e, insieme a Francesco Timpano e ad altri abbiamo fatto anche un ottimo lavoro. A un gruppo dirigente forte si affiancava l’amministrazione guidata da Roberto Reggi”. Non ha più fatto parte della direzione del partito ma su questo non insiste: “non ho mai chiesto incarichi. Resto un iscritto”, segnala. Però sottolinea anche che l’esperienza e i risultati positivi dovrebbero contare: “Il partito dovrebbe ascoltare di più gli amministratori. Chi ha vinto in territori difficilissimi (La Lega a Castelvetro ha da sola il 50% dei voti) e chi ha amministrato in modo positivo dovrebbe avere più spazio nel partito. Non faccio una questione personale”. Nel corso della conversazione emergono anche alcune considerazioni generali sul Pd di oggi. Un partito diverso da quello delle origini: “Il fatto di aver subito due scissioni – dice Quintavalla – ha portato, oltre a una conflittualità superiore, anche a un calo dell’entusiasmo e dell’impegno. C’erano più iscritti, più giovani, ma si deve recuperare”. Si dice convinto dell’importanza dei partiti “E’ finito il tempo dell’uno vale uno, dei partiti che dovrebbero sparire…” ma la sua analisi mette in evidenza un problema ,“L’eccesso di personalismi”. E porta in esempio: “Come chi si fa eleggere in Europa con il Pd e poi si fa il suo partito personale (leggi Calenda). Che dire, l’Italia è un paese un po’ strano…” Quale prospettiva migliore? Resta l’idea di due o tre contenitori politici. “Per un periodo si è maggioranza o minoranza attraverso percorsi democratici… speriamo che dopo tutte queste giravolte si arrivi a una normalità…” Si dice convinto che la legge elettorale resti un vulnus per il nostro Paese. Del resto – dice – il Pd degli inizi era spinto sul maggioritario”. Ora sarebbe fondamentale ridare ai cittadini la possibilità di scegliere i parlamentari, senza più “liste bloccate”. E può risiedere anche qui la disaffezione al voto sempre crescente. “Voti un partito ma poi i parlamentari eletti fanno altre scelte con un continuo trasformismo e cambi di casacca… Dal 2018 ad oggi sono cambiati tre governi nel giro di 4 anni.”
Quanto al Pd nazionale? “Enrico Letta è una persona che stimo molto. Non è una figura molto carismatica. Però le figure carismatiche riescono a passare dal 40% e precipitare al 2%. Credo che il Pd debba trovare un giusto equilibrio tra i contenuti, la serietà della proposta, la comunicazione e la leadership che comunque ci vuole”.
I temi di oggi sono su piani molto diversi dagli inizi del Pd. A cominciare dai due anni di pandemia nella quale siamo ancora immersi. La politica ha connotati molto diversi e anche il dialogo con i cittadini ha cambiato registro. Arriviamo a Piacenza. Quanto può incidere e pesare l’esperienza della pandemia sul risultato del prossimo voto amministrativo? “Quello della pandemia è stato un periodo massacrante. La situazione di difficoltà ha fatto emergere la figura del sindaco – dice Quintavalla – questo può portare anche a un vantaggio elettorale, mettendo in secondo piano le cose non riuscite. A livello territoriale si è creata una certa coesione e diventa più difficile fare contrapposizione. Credo che ci siano più possibilità di vincere se non si va contro un sindaco uscente in modo frontale cercando la contrapposizione, ma solo se si fanno proposte.”
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Quali contorni deve avere il centrosinistra secondo lei?
“Parto da una considerazione generale. Il centrosinistra va molto meglio alle elezioni amministrative che nelle competizioni nazionali. Lo abbiamo visto anche nell’ultima tornata autunnale anche se si è verificato un forte calo nell’affluenza al voto e questo va considerato come un problema. Però quanto al risultato concreto il centrosinistra nelle città ha vinto.”
Per quale ragione?
“Credo perché sa formulare proposte più convincenti sul territorio con persone credibili come candidati attivando meglio del centrodestra il civismo di cui spesso si parla. In virtù di questo si sono anche ribaltate situazioni non facili. Questo è accaduto anche nel Piacentino. A Castelvetro per esempio quando sono stato eletto nel 2013 e poi riconfermato nel 2018 con il 61% quando il centro destra alle politiche ha ottenuto il 65%. Ma si può dire: è un paese troppo piccolo, non fa testo. E quindi allarghiamo il campo. La stessa situazione si è verificata a Cremona. E’ una città che conosco molto bene perché Castelvetro è sinergicamente collegato con quella città. ma anche a Fidenza, poco lontano, il meccanismo è stato lo stesso. Voglio sottolineare che qui, vicino a noi, in cittadine medio grandi come può essere Piacenza il dato politico di partenza è stato ribaltato nelle elezioni amministrative.”
Cosa è accaduto a Cremona?
“Per me quello che si è sviluppato a Cremona per il centro sinistra è un modello interessante perché ha saputo integrare la componente civica con i partiti, il Pd in particolare, in un modo davvero efficace. Mi spiego: hanno candidato una figura come il professor Gianluca Galimberti, apprezzata, legata al mondo cattolico, all’associazionismo, proveniente dal mondo della scuola. Il partito ha lavorato bene, ha saputo valorizzare questa parte civica e allo stesso tempo ha compiuto un bel percorso con iniziative a tema molto partecipate. Ad alcune di queste sono stato invitato, essendo fortemente collegato con la realtà di Cremona che conosco bene. A Piacenza, è vero, partiamo da un dato politico negativo, inutile nasconderselo. Se si fa la somma dei partiti siamo sotto al centro destra quindi per ribaltare questa situazione credo sia utile guardare agli esempi positivi che ci sono vicino a noi e quindi inviterei il centro sinistra a considerare Cremona ma anche Fidenza.”
Le parole chiave che ha sottolineato per portare l’esperienza di Cremona sono il ruolo civico e un partito che lavora sul territorio… sono questi i due cardini portanti. Potrebbero esserlo anche per Piacenza?
“Intanto bisogna tornare indietro a 5 anni fa per inquadrare da dove siamo partiti. Nel 2017 ci fu la sconfitta di Paolo Rizzi, un amico e un collega. Quella sconfitta, non dimentichiamolo, è frutto anche di divisioni.”
Ce le spiega?
“Mi riferisco al fatto che se al primo turno i gruppi politici alla sinistra del Pd che hanno corso separatamente (le liste erano Piacenza in Comune Rabuffi Sindaco; Passione Civica Ponzini Sindaca) fossero stati insieme in quel caso Rizzi avrebbe avuto al primo turno un risultato maggiore di Barbieri e se ti presenti a un ballottaggio con un risultato maggiore è diverso che essere indietro di 4 punti. Non so dire come sarebbe finito il confronto ma l’unità avrebbe creato condizioni di partenza diverse. Ora da quello che ho letto con Alternativa per Piacenza (non ne conosco nello specifico il percorso compiuto) si era partiti con un obiettivo giusto: affermare quell’unità che non c’è stata 5 anni fa. Però i fatti di questi ultimi giorni sembrano dimostrare quanto sia difficile mantenere questa unità. Quanto alla coalizione che si sta tentando di formare il secondo obiettivo giusto che individuo è la creazione di un’apertura rispetto alla partecipazione”.
Alternativa per Piacenza oggi in un ciclone che potrebbe diventare una battuta d’arresto che per la verità sottotraccia si avvertiva da tempo… Come vede la situazione che si è creata la presa di distanza di alcuni esponenti legati alla sinistra, al M5s, all’ambientalismo e al civismo?
“Sì, ho seguito il dibattito sui giornali. Forse non sono state chiarite da subito le regole del gioco e vedendo dove ci siamo infilati adesso è stato forse un errore davvero. Naturalmente lo dico da osservatore esterno perché non faccio parte della direzione del Pd. Però un conto è aprirsi alla partecipazione quando si parla di idee e proposte, di creare un brainstorming di sensibilità, ma un altro conto è dire come si sceglie un candidato sindaco. Se non stabilisci prima le regole rischi di creare confusione. C’è chi si sente legittimato e dire io sono di ApP e posso parlare, e dall’altro chi come il Pd che, come partito, ha una direzione eletta, può sentirsi in qualche modo denigrato. Da quello che leggo ho questa sensazione: in ApP c’è chi pensa che il Pd abbia lo stesso peso degli altri”.
Lei portando l’esempio di Cremona ha messo in campo quei due presupposti di cui parlava: partiti e civismo. A Piacenza però la coabitazione sembra impossibile…
“Il punto è che il civismo e i partiti sono entrambi necessari e non è che uno deve annullarsi rispetto all’altro. Se si vuole vincere, naturalmente. Anche la discussione intorno alle primarie andava chiarita. Però se manca la convergenza su un nome le primarie sono uno strumento, comunque democratico, utilizzato in tanti altri territori con aspri contrasti – penso a Bologna per esempio – e mi sembra l’unico sbocco possibile. L’impuntatura sulle regole può aver determinato questa situazione di stallo che mette a rischio il progetto. Naturalmente spero in un recupero. Le sorti possono cambiare anche quando si è dati perdenti. L’esempio di Reggi è lampante. Alla fine si è dimostrato un fuoriclasse e lo ha dimostrato anche dopo con un avversario molto forte.”
Luca Quintavalla è il sindaco del paese di Patrizia Barbieri. Dal suo osservatorio, per la conoscenza diretta della persona politica della sindaca di Piacenza, quali sono le strade per il centro sinistra per vincere la competizione?
“Patrizia Barbieri è un osso duro. E’ una persona che stimo con cui tra l’altro ho lavorato anche bene in Provincia dove abbiamo avuto anche collaborazione. Sicuramente secondo me l’unica strada percorribile è non avere un atteggiamento di contrapposizione o scontro che andrebbe solo a favorire la sua parte. Sono le proposte la carta giusta su cui spingere in un momento storico come questo che forse è irripetibile. E quindi è chiaro che il centrosinistra deve essere lì. La differenza va costruita sulle proposte a cui poi agganciare i finanziamenti del Pnrr. Però si deve essere chiari comunicativi…”
Significa che ora si comunica confusione?
“Non si può pensare di battere la sindaca uscente andando solo contro e dicendo cosa non è andato nella sua amministrazione. La gente vuole vedere cosa c’è nell’alternativa che si propone.
Se sul tavolo c’è un’alternativa forte con proposte e contenuti nati da un percorso di partecipazione e che diano davvero la sensazione di un coraggio nuovo per la città, beh allora è diverso. E attenzione, parlo di Piacenza, città capoluogo che a mio parere deve essere anche il motore della provincia. Siamo un territorio molto dipendente dalla forza del capoluogo, il fatto che Barbieri sia anche presidente della provincia lo dimostra. Quindi credo che il ruolo di traino della città capoluogo possa diventare decisivo anche per il resto della provincia. Comunque sono convinto che in una competizione elettorale la differenza vada fatta sui contenuti.”
Ha parlato di momento irripetibile per le risorse a disposizione. Significa che a non cogliere questo momento Piacenza rischia? E cosa rischia?
“Se non si colgono le opportunità si rimane arretrati rispetto agli altri territori. Non dimentichiamo infatti che la competizione territoriale è sempre attiva. E non solo a livello economico, anche dal punto di vista dell’attrattività, del turismo… E poi il nostro territorio presenta un calo popolazione preoccupante. Quindi va spinto l’acceleratore sulle opportunità presenti che non significa fare promesse irrealizzabili, voli teorici, ma andare molto nel concreto.”
Cosa intende?
“Le linee ci sono, vanno dal turismo sostenibile alla mobilità sostenibile, al tema dell’edilizia scolastica, all’impiantistica sportiva, alla cultura… Insomma tutte le linee contenute nel Pnrr che usciranno nei prossimi mesi. Ecco queste vanno innestate in quel progetto Piacenza inteso nel suo insieme di città capoluogo e provincia. E poi naturalmente c’è il tema chiave della sanità, dei servizi sociali. Tutto quello che con la pandemia stiamo imparando dimostra che c’è un valore aggiunto che il centrosinistra, più del centrodestra, può dare alla città ed è il forte legame che ci deve esser con la Regione. Noi abbiamo una Regione che è un’eccellenza dal punto di vista socio sanitario oltre che dalla capacità di attrazione di imprese di qualità. Ecco, dobbiamo agganciarci ai treni giusti, questo è il punto. Il legame con la Regione, noi più di altri, dobbiamo e possiamo interpretarlo.”
Qualche esempio di conseguenze positive?
“Uno semplice. Parliamo di imprese e attrattività: non si può puntare solo sulla logistica. Bisogna valorizzare le filiere più importanti potenziando il legame con le eccellenze universitarie sul Polo dell’alimentare, della meccanica avanzata e poi c’è la partita dell’energia rinnovabile su cui già nel piano strategico del 2000 e degli anni successivi avevamo costruito i punti di forza. Ma queste cose devono essere alimentate, vanno continuamente rinvigorite invece mi sembra che ci sia una tendenza a subire un po’ le dinamiche piuttosto che a guidarle.”
Che ne pensa della difficoltà di Piacenza a progettare a guardare nella prospettiva? Come si vince questa tendenza?
“Anche i finanziamenti portati a casa sono poca cosa fino ad ora. Questi due/tre anni saranno decisivi per delineare il profilo dei prossimi 20-30 anni. Saranno decisivi per Piacenza e quindi bisogna essere pronti e chi si candida a guidare la città adesso deve essere molto attento a questo.”
Un cittadino di Piacenza cosa chiede a un amministratore, il “quieto vivere della provincia” oppure qualcuno che lanci il sasso e dica muoviamoci…?
“Una bella domanda. Certo Piacenza non è una città facile e non è facile capirla. Però il centro sinistra non ha di fronte alternative, deve stare lì: nel coraggio delle proposte, nell’innovazione e nelle scelte. E anche le più forti sul piano ambientale senza però essere integralisti e avere soluzioni a scatola chiusa. Forse Piacenza è una città più conservatrice di altre però ripeto: se pensiamo alla vicenda politica di Reggi quell’esperienza dimostra che ciò è vero fino a un certo punto. Ricordiamolo. C’erano Roberto Reggi e Gianguido Guidotti in campo. Reggi quasi sconosciuto e Guidotti che poteva essere una figura più legata alla tradizione, alla conservazione. Poi Reggi ha ribaltato il tavolo, quindi vuol dire che anche una città come Piacenza…”
Può rispondere, dice lei. Ma i cittadini sembrano pensare ad altro travolti spesso da problemi legati a un lavoro precario e instabile di cui la politica non si occupa…
“Il lavoro è un tema molto importante. Proprio per questo ho fatto riferimento ad andare oltre la logistica. Nel mio territorio comunale ho detto di no alla logistica. Il casello autostradale automaticamente richiama insediamenti logistici. In questi otto anni da sindaco ho avuto proposte di insediamenti di questo tipo ma ho detto sempre di no. L’unico insediamento cresciuto intorno all’autostrada è di una ditta di Cremona (un’eccellenza agroalimentare) senza alcun tipo di inquinamento che ha assunto più di 50 persone nell’arco di un paio di anni. Lavoratori altamente qualificati. Per me è questo lo sviluppo: ci vuole coraggio e pensare a soluzioni che diano risposte concrete e vale anche per il lavoro perché c’è lavoro e lavoro. Devo dire però che nel nostro territorio ci sono tante imprese di qualità. Forse ci sappiamo vendere poco ed è su questo che bisogna spingere. Tornando al tema di cui parlavo prima, il rapporto con la Regione Emilia Romagna, ebbene anche su questo fronte può essere importante. La Regione ha attivato la legge 14 sull’attrattività. Ci sono province che hanno portato a casa aziende internazionali, nuovi insediamenti che hanno portato ricercatori, occupazione qualificata, investimenti molto innovativi.. Però Piacenza su questo è un po’ più ferma. Va detto che non è colpa dell’ente locale soltanto…”
E qual è la molla giusta?
“E’chiaro che se dietro non c’è un livello di strategia territoriale in cui si delineino le direzioni verso cui andare rischiamo di spendere male anche i soldi che arriveranno. Non dimentichiamo che accanto ai fondi del Pnrr ci sono anche i fondi strutturali europei che vanno fino al 2027 e che partiranno adesso. Più volte in consiglio provinciale ho detto e chiesto che venisse attivata una regia dalla Provincia con tutti gli attori locali. In parte è stato fatto ma non vedo realmente e concretamente una volontà in questa direzione.”
Parlava di un ruolo della città come trainante per l’intera provincia. Non sembra di vederlo nella pratica. E’ questa la strategia territoriale di cui parlava?
“Ne avevo chiesto la costituzione già prima del Pnrr quando si è iniziato a parlare del Piano territoriale di Area vasta su cui si doveva lavorare già da un paio d’anni. Allora avevo chiesto che si aprisse un tavolo che, senza chiamarlo Piano strategico, fosse un luogo di confronto dove la Provincia facesse da coordinamento e in cui si decidesse, insieme ai comuni, agli enti della governance territoriale, il mondo della scuola, delle università ecc.. dove vuole andare il nostro territorio. Territorio nel suo insieme, non solo la città di Piacenza ma tutta la provincia. Una coesione di indirizzo a cui poi sarebbero arrivati i finanziamenti. Ma è chiaro che si doveva partire due anni fa per impostare questo ragionamento…”
Qual è la chiave per impostare un dialogo con i cittadini che non vanno più al voto. Qual è la chiave per dire alle persone vale la pena ancora di far politica?
“Un tema difficile. Parlando di elezioni amministrative è davvero triste pensare che un cittadino non voglia incidere sull’elezione di un sindaco. In questo caso la politica può incidere davvero sulla vita di tutti. Credo che le azioni più importanti per coinvolgere i cittadini siano quelle per stimolare la loro partecipazione. Ma è al contempo necessaria anche una comunicazione efficace che raggiunga i cittadini. Sono convinto che noi sul tema della comunicazione dovremmo imparare qualcosa in più sul piano politico. Ci sono i social che non vanno demonizzati, d’accordo, ma bisogna saperli usare meglio. Sarebbe questo un tema su cui lavorare per stimolare anche la partecipazione non solo la critica, l’accusa. Certo che due anni di pandemia non hanno aiutato e non aiutano a dare spinta alla partecipazione.”
Antonella Lenti




