PROTAGONISTI DEL TEMPO – Luigi Cavanna: “Se nelle Case della salute si fanno le chemio allora si possono fare tutte le cure mediche”

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L’ospedale nuovo? Lo penso aperto alla città, un luogo non solo di ricerca medica ma anche di cultura umanistica. Del resto la medicina è basata su un rapporto tra persone”.

Non è più solo il nostro prof, l’oncologo conosciuto da tanti pazienti. Di Luigi Cavanna, il medico che nel cuore della prima fase pandemica è andato di casa in casa con le Usca (Unità speciali di continuità assistenziale) ha parlato mezzo mondo compreso il Time che gli ha dedicato la copertina. Lunghissima sarebbe la lista di testate giornalistiche, televisioni e giornali che hanno parlato del suo lavoro durante il Covid, mettendo in evidenza un ruolo medico che in questi ultimi decenni si è andato un po’ perdendo: quello di essere sempre di più vicino al malato e al territorio in cui vive.

In questi ultime settimane, oltre agli altri riconoscimenti raccolti nel corso dell’anno, è stato nominato cavaliere della Repubblica al merito a sottolineare proprio il suo impegno durante la pandemia. E agli effetti che la pandemia ha prodotto sulle persone sta dedicando, (insieme al collega Fabio Fornari) un altro progetto avviato come componenti della Fondazione di Piacenza e Vigevano.

“Sarà concluso in un paio d’anni” conferma lo stesso Cavanna. “Abbiamo presentato due progetti che non potevano non considerare la pandemia – spiega. Il primo punta a capire quello che si chiama post Covid-19, la sindrome di chi ha avuto questa malattia, e l’altro per comprenderne gli effetti psicologici. La situazione che ha prodotto il Covid-19 sulle persone è stata paragonata a quella che ha colpito chi abitava vicino alle Torri gemelle crollate con l’attentato del 2001. Gli studi quindi hanno l’obiettivo di scandagliare anche gli effetti che la pandemia ha lasciato dal punto di vista economico e sociale nella popolazione”.

Il professor Cavanna racconta che cosa abbiamo imparato e non imparato dalla pandemia.

Si concentra sugli aspetti sanitari: “Ha messo in evidenzia che siamo scoperti su un versante creduto superato, quello delle malattie infettive” ma coglie anche le profonde ferite che ha lasciato in ciascuno di noi. “Avremmo dovuto imparare a essere meno litigiosi e un po’ più uniti nelle avversità. Invece vedo certi miei colleghi all’attacco – segnala – pronti a dire bianco se l’altro dice nero e soprattutto ridicolizzare chi la pensa in modo diverso. Il messaggio che passa è quello della sopraffazione. Ma noi dobbiamo rispetto alla gente”.

Allo scoppio della pandemia Cavanna ha prolungato il suo incarico rinviando la pensione: “A gennaio del 2023 avrò 70 anni e credo che al di là non si potrà andare…” dice sorridendo.

Il dopo? “Ci sono tanti medici bravi e preparati che potranno venire a Piacenza. Siamo tutti necessari e nessuno indispensabile. La cosa bella è avere una continuità. Nella vita – spiega Cavanna – ho imparato a confrontarmi sempre e a provare quella competizione che ti fa crescere. Cercavo il confronto con chi era più bravo di me e lavorava in strutture più grandi della mia, li osservavo e mi dicevo: magari lo posso fare anch’io. E’ il modo per crescere”. Parla poi della sua esperienza in Fondazione “Gratificante”. Dice. “Anche il confronto in consiglio con altri colleghi che parlano dei loro settori mi gratifica perché imparo sempre qualcosa. In questo Non mi sento tanto di verso da anni fa. Ancora oggi alla fine della giornata sono contento se ho imparato cose che non sapevo. Una sensazione che mi toglie la stanchezza e mi incentiva ad andare avanti”.

Luigi Cavanna Da 40 anni è protagonista della sanità piacentina e della ricerca in emato-oncologia (è direttore del dipartimento all’ospedale) ha vissuto le trasformazioni che ha avuto in questi anni la sanità. E quella che si è aperta con la pandemia segna, secondo la sua valutazione, un indispensabile cambio di rotta. Dove in fatto di sanità al primo posto stanno i servizi territoriali. Di cui da sempre è un sostenitore convinto e sottolinea: “Se riusciamo a fare la chemioterapia nella Casa della salute vuol dire che ci puoi fare tutto il resto delle cure mediche”.

Per un lungo periodo la sanità è stata stretta dalla morsa del risparmio e molto ridimensionata dai tagli spesso lineari… però questa fase è definitivamente tramontata?

“Dalla pandemia abbiamo imparato che il territorio deve essere più presidiato non solo per le malattie infettive. Ma anche per le altre patologie quelle croniche in particolare che investono una gran quantità di cittadini anziani di questo Paese. Malattie che devono essere curate fuori dall’ospedale perché se portiamo tutte le persone in ospedale sicuramente oltre a non fare un buon servizio all’utenza si rischia di sovraccaricare l’ospedale che deve essere deputato alla cura più di eventi acuti, di urgenza se non di emergenza”.

Quindi una svolta rispetto al passato quando si rincorreva la chiusura dei piccoli ospedali?

“Il punto è potenziare i servizi sul territorio. Le vecchie strutture ospedaliere esistenti possono diventare i luoghi per questa nuova politica territoriale. In passato la considerazione sugli ospedali partiva dal fatto che quattro strutture per la provincia di Piacenza erano troppe. Con la situazione e la mentalità di allora forse era vero…”

Ospedali in cui si facevano tutte le prestazioni che moltiplicate per quattro diventavano più di un doppione… e come deve cambiare quello schema?

“Pensiamo all’attività chirurgica che è per definizione un’attività di urgenza. Si fa un intervento chirurgico oggi e non lo si ripete all’infinito. Le cure endemiche a differenza della chirurgia sono per sempre e continuano nel tempo anche quando il paziente è uscito dall’ospedale. Arricchire il territorio di tante attività significa dunque riempire gli spazi (siano case della salute, case di comunità, siano le sedi dei vecchi ospedali) di offerte alle persone malate di hanno bisogno. Se noi realizziamo una bellissima casa della salute e poi ci limitiamo a provare la glicemia che il paziente si può fare a casa da solo non serve a nulla. La casa della salute deve dare un servizio che in termini di qualità equivalga a quello che eroga l’ospedale. Ecco, è indispensabile che in questa prospettiva gli specialisti dell’ospedale si spostino a turno, magari una volta alla settimana… nelle case della salute  per vedere lì i malati che hanno dimesso, i malati complessi…”

In sostanza cure territoriali significa indicare luoghi in cui garantire anche la “continuità assistenziale” per i pazienti cronici dimessi dall’ospedale?

“Tante volte in ospedale si cura molto bene il paziente poi il rischio dopo le dimissioni è che ben presto debbano di nuovo essere ricoverati perché si perde quella modalità di cura che deve essere continuativa. Ma questa ci può essere se i medici dell’ospedale escono un po’ di più sul territorio. Vale anche lo scambio inverso cioè che i medici del territorio entrino un poco di più in ospedale. Si determina in questo modo un proficuo scambio dinamico. In questo periodo abbiamo imparato che le cure del territorio vanno fatte non solo per malattie infettive ma anche per le patologie croniche e segnatamente quelle oncologiche, neurologiche, cardiologiche che sono le patologie più frequenti come morbilità e mortalità”.

Se i medici sentono l’esigenza di cambiare le regole dell’intervento sanitario la politica la sente?

“Credo che i politici abbiano capito. La realtà delle cose lo impone: come dicevo l’alto numero di cronici, la necessità che gli ospedali portino avanti attività urgenza o emergenza non si può non potenziare l’infrastruttura del territorio. La politica penso abbia capito i nuovi bisogni….”

Si intuisce un ‘però’ alla fine del suo pensiero…?

“Quello che spaventa è che nel nostro Paese manca l’attenzione alla meritocrazia. Per esempio a quelle Regioni che hanno lavorato per dare servizi di qualità mantenendo un’attenzione alla spesa. Si può cercare di lavorare senza consumare troppe risorse economiche dando quello di cui il cittadino ha bisogno. Il rischio è che – come è già successo altre volte – chi ha lavorato bene, chi ha fatto sul territorio si senta penalizzato e si confondano (succede molto di frequente) progetti e intenzioni con la realtà concreta”.

Cosa intende? Bisogna guardarsi da chi occupa la scena senza portare concretezza?

“Voglio dire che progetti ne possiamo fare tanti in una notte, l’attività reale è molto diversa. Bisogna vigilare che i due piani non si confondano. Il PNRR ha negli obiettivi investimenti importanti sul territorio e già nell’ambito della comunità scientifica, diverse figure professionali mediche che non si sono mai occupate di territorio (anzi non lo avevano proprio nel loro vocabolario) ora parlano molto di territorio. Per questo bisogna essere attenti per evitare che se ne parli molto e non si faccia nulla… Sono due situazioni diverse quella di chi sa e ha fatto e quella di chi sta pensando di fare. Situazioni che non possono stare insieme. Starà anche alla politica vigilare, avvalersi dei suggerimenti di chi lavora sul campo. Sì, questa è una parte su cui si deve vigilare con cura.”

A proposito di fatti concreti di recente ha pubblicato i risultati di quattro anni di attività oncologica svolta sul territorio

 “Posso dire con molto orgoglio che Piacenza è vista a livello nazionale, da anni ormai, come forse l’unica realtà in cui dei dati di attività sono stati pubblicati. Realtà in cui si fa oncologia territoriale con Castelsangiovanni, Bobbio, Fiorenzuola e dal 2016 anche Bettola (la Val Nure è l’unica zona senza ospedali). In questo mese è stato pubblicato uno studio che riassume questi ultimi quattro anni di attività oncologica. Nel lavoro uscito si parla di 1.139 pazienti seguiti sul territorio (in trattamento attivo con le cure chemioterapiche). Bene, non ci sono altri esempi nel nostro Paese. Ho cercato di pubblicare questi risultati su una rivista scientifica in modo che facciano testo e siano fatti dimostrabili e non solo parole”.

E’ stato nominato di recente presidente del Collegio primari italiani di oncologia ospedaliera. Quali gli obiettivi nel suo mandato?

“In questo mandato della durata di due anni sto portando avanti tre obiettivi. Il primo riguarda il tema dell’umanizzazione delle cure; un altro riguarda l’oncologia del territorio. Oncologia è considerata la punta avanzata della medicina, se riusciamo a fare la chemioterapia nella casa della salute vuol dire che ci puoi fare tutto il resto delle cure mediche. Il terzo impegno è di carattere  più scientifico e riguarda la medicina di precisione basata sulla genetica delle cellule tumorali. Sono questi i tre filoni su cui stanno lavorando altrettanti gruppi di lavoro. Un’attività che avrà come interfaccia varie istituzioni dalle regioni al ministero della salute e naturalmente le altre società scientifiche. Il territorio è il settore su cui stiamo lavorando molto.”

A proposito di oncologia e di “malattie convenzionali” cioè extra pandemia quali sono stati i riflessi? Di questo si parla molto poco…

“E’ un dramma, sì, di cui si parla molto poco. Un problema che non riguarda solo gli screening che se non fatti significa dire malattie non diagnosticate in tempo (colon, mammella e utero). Non si deve negare che se nel 2020 abbiamo avuto molte meno diagnosi di tumore vuol dire che non sono stati diagnosticati, non che siamo stati fortunati e ci sono meno tumori. Li troveremo poi negli anni successivi in una fase più avanzata. Quindi il dramma del Covid-19 peserà e pesa già adesso moltissimo per i malati oncologici. Un ritardo diagnostico per una malattia tempo-dipendente – il tumore non sta lì tranquillo ma lavora – e mentre le strutture sono tutte spostate a contrastare la pandemia il tumore cresce e questo toglie la possibilità di guarigione a tante persone. Un dramma nel dramma. Sugli screening abbiamo avuto un accenno di recupero nei mesi scorsi, alcuni hanno ripreso, poi questa nuova ondata a fine 2021 ci ha riportato a ridurre l’attività e torniamo al punto in cui le diagnosi vengono ritardate. Nel nostro Paese si parla di milioni di screening in meno e di 15-18 per cento di diagnosi in meno dei principali tumori e questo è drammatico

Non è un problema che viviamo solo in Italia anche l’Occidente e l’Europa ma resta un dramma enorme. In oncologia una persona con tumore solido (non del sangue) guarisce se viene operata in tempo. Se la malattia è troppo avanzata può andare avanti ma a volte ciò è impossibile, per questo si parla di dramma nel dramma…”

In che misura si percepisce questa situazione di gravità?

“Non si percepisce. Del resto se si è bombardati da informazioni che riguardano solo un aspetto, la pandemia, il Covid-19 si tende a concentrarsi su quello. Anche se non mi piace, faccio il parallelo con la situazione di guerra. In una guerra la prima necessità è sopravvivere, tutto il resto passa in secondo piano. Bisogna che anche noi come medici, come tecnici teniamo presente il problema e fare in ogni modo per non ritardare gli esami, ma non possiamo certo fare una campagna che aggiungerebbe altre angosce in una situazione di estremo disagio. Aldilà della difficoltà per gli screening ci sono anche gli esami per chi riceve una diagnosi di tumore che spesso diventano inaccessibili… proprio per la situazione dettata dal Covid.”

Ospedale. Area scelta con contestazioni, progetto presentato. Qual è la sua idea sul nuovo ospedale?

“Il progetto presentato è davvero molto bello.  Personalmente sono convinto però che il nuovo ospedale dovrà essere un luogo non solo di diagnosi e cura ma uno spazio di partecipazione attiva. Un luogo non solo di ricerca medica ma anche di cultura umanistica. Del resto la medicina è basata su un rapporto tra persone. Penso dunque a uno spazio che non solo faccia naturalmente ricerca sulle cellule, produca studi eccetera ma persegua anche l’aspetto umanistico, sempre carente in un ospedale. Inteso come? Non luogo di insegnamento ma di manifestazione culturali che vadano dalla comunicazione, all’arte. Occorre vedere ad esempio l’ospedale come qualcosa che produce salute a tutto tondo. Come lavorare molto sull’aspetto della prevenzione partendo dall’ambiente in cui viviamo. Quindi prevenzione non solo concepita attraverso gli screening che già si fanno ma allargando il tema a una cultura della prevenzione cominciando dai primi anni di vita su cosa deve fare una persona per non ammalarsi. E poi lo vedrei come una fucina di cultura umanistica, dalla filosofia, all’arte, alla medicina narrativa di cui si parla tanto. Insomma penso a un ospedale aperto sulla città in cui ci siano manifestazioni che coinvolgano i pazienti, le associazioni di volontariato. Una struttura viva che sappia stimolare per essere stimolato. Quello che fa morire una realtà è il piattume, la palude, è il fermarsi. E’ questa la visione nuova che mi piace pensare che sviluppi un rapporto molto dinamico e creativo con la città, forse sono troppo visionario. Ma è un fatto che nella palude ci muori.”

A proposito di apertura alla città. Il corso di medicina in inglese quanto valore può dare a Piacenza?

“Dà sicuramente un valore non solo perché fa arrivare persone da fuori Piacenza e permette di creare un crocevia di culture estrazioni ed etnie diverse e già questo aspetto potrebbe essere bello e stimolante. E poi l’inglese è il mezzo di comunicazione e lo sarà anche prossimo futuro. E’ la lingua della medicina. Credo che possa essere un volano per la città. Ma quel corso non deve restare solo, isolato all’Alberoni. Se resta isolato diciamo che chi lo frequenta riceverà poco dal punto di vista extra-tecnico e tecnologico e riceverà poco da questa facoltà. Dobbiamo mescolare delle acque.”

Le università presenti sono sempre state corpi esterni, quasi come planate da fuori sulla città senza entrarne a far parte della vita…

“E’ la cosa più sbagliata. Per questo credo che sia necessario pensare anche all’ospedale come una specie di università che crea moto, che produce cultura in cui l’aspetto umanistico diventi molto importante e qui il linguaggio che si utilizza ha un’importanza forte..

Un invito a uscire dalle casacche del professionismo esasperato?

“A volte si usa la terminologia troppo tecnica spesso per trincerarsi dietro alla mancanza di confronto. Poi a furia di esacerbare questo aspetto va a finire che non comunichi più perché le sigle del mio ambito non sono quelle di altri settori. Se parliamo in sigle non capiamo più nulla. Occorre trovare una modalità di linguaggio non parlato di accoglienza che non significa un vago ‘volemose’ bene, ma cercare il confronto per far crescere non per schiacciare qualcuno. Se andiamo in quella direzione prima o poi troveremo qualcuno che schiaccerà noi.”

Parliamo di ospedali, di servizi territoriali però la pandemia lo ha messo in evidenza: mancano i medici… un problema di non poco conto. Soluzioni?

“Si cerca di dare risposta ma è inadeguata alla domanda. E’ sempre una questione economica. Le borse di specializzazione sono di fatto lo stipendio per i neo specializzati, i posti sono ridotti. Quando io ho fatto Medicina Interna a Pavia i posti erano 30 adesso sono 3-4 posti; idem quando ho fatto Oncologia i posti erano 20 adesso sono 2-3 posti. Se allora erano troppi è chiaro che adesso sono troppo pochi. A quel tempo la specialità non era pagata però si poteva lavorare. E poi c’è sempre il tema delle facoltà a numero chiuso. Meno persone si laureano in Medicina e Chirurgia e poi si aggiunge l’altra strettoia: per lavorare in ospedale è necessario avere la specializzazione ma le specializzazioni sono in numero molto ridotto rispetto al passato ci sono meno specialisti. Un gatto che si morde la coda. La situazione di sofferenza per alcune specialità è pesante. Concorsi deserti per medicina d’urgenza, anestesia, rianimazione e ortopedia e sono questi i reparti dove mancano medici. Senza contare poi che sul territorio vanno in pensione i medici di medicina generale e spesso si ha difficoltà a sostituirli perché abbiamo meno medici e anche questo crea disfunzioni. Esempio lampante di queste settimane la protesta per la mancanza della guardia medica a Ottone e Ferriere. Credo che non sia per nulla una scelta dell’Ausl, il fatto è che mancano i medici. Alcuni reparti sono in fortissima difficoltà. Una situazione che si protrarrà ancora per qualche anno. Ci vogliono almeno 5-6 anni perché un giovane si iscriva a medicina si laurei, faccia il tirocinio, quindi… adesso bisogna stringere le fila. Molte attività le possono fare gli infermieri che sono laureati però non possono sostituire i medici. Il problema esiste.”

Assieme all’attività ospedaliera lei è stato un fautore del volontariato – Amop è una sua creatura – inteso anche come integrazione di risorse private a sostegno del pubblico. Oggi quale ruolo potrà avere il volontariato?

“Sono convinto che il volontariato abbia un ruolo importante. Oggi sempre di più. Il volontariato dà una spinta in più con una ricaduta sia sui pazienti sia sui professionisti.

Prima di Amop nell’87 avevamo fondato l’Apl (Associazione piacentina leucemia). Ebbene, la metà dei medici di Ematologia prima e più della metà dei medici di Oncologia poi sono entrati con borse di studio pagate dalle Associazioni di volontariato e man mano sono stati inseriti nell’organico. Così anche per le psicologhe e per infermieri del day hospital. Questo indica come il volontariato abbia un ruolo sempre maggiore per l’ente pubblico che si traduce nel raccogliere i bisogni dei malati e portarli sul tavolo di chi decide.”

Qualcosa è cambiato con la pandemia…

“Con la pandemia purtroppo anche i volontari sono meno presenti in ospedale e questo è un problema enorme per i pazienti che non possono avere accanto neppure i volontari. Si tenga conto che anche i parenti restano fuori dall’ospedale. E’ un problema davvero grosso. Si spera che questa situazione possa essere superata e i volontari possano tornare nei reparti. Svolgono un grande ruolo perché induce i professionisti ad avere più attenzione verso i malati, essere più gentili e a non camminare con ‘il camice svolazzante ma col camice abbottonato’. Il cittadino malato deve trovare professionisti che lo rispettano non solo nei modi gentili ma anche nell’atteggiamento, nella parola non parlata. In un atteggiamento umile e di ascolto che a volte non riguarda la parola detta ma come uno si rapporta con l’altro. Quindi credo che il volontariato avrà un ruolo sempre maggiore nelle comunità più avanzate.”

Antonella Lenti

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