
“Imparare a coniugare la coppa e Amazon, acquisire la capacità di tenere insieme prossimità e simultaneità, connettere il locale con il globale” è il nuovo mantra per Piacenza (suggerito con efficacia dal sociologo Aldo Bonomi) che riecheggia sui media l’indomani della prima edizione piacentina del festival sui territori industriali, la giornata di studi (promossa da ItalyPost e Confindustria Piacenza, in collaborazione con il Comune di Piacenza) che ha cercato di delineare le funzioni possibili di un territorio dominato dal tema della logistica ma, contemporaneamente, dotato di un interessante tessuto imprenditoriale (che si snoda al centro del nuovo triangolo industriale con ai vertici Milano, Bologna, Padova) e forte di una vocazione agricola e agroalimentare tutt’altro che trascurabile.
Diversi gli spunti sul ruolo che Piacenza – “città snodo” – dovrebbe ritagliarsi e che il sociologo Bonomi, direttore del Consorzio AAster (Associazione per lo sviluppo del territorio), ha offerto al dibattito: “La città non è più ancella fordista di Milano, ma non deve diventare il dormitorio terziario della Milano dei flussi. Solo così potrà negoziare con le reti, perché la logistica non sia solo uno spazio da attraversare, ma un luogo dove fermarsi per ripartire, magari facendo tappa in città o nelle valli del buon vivere”.
E ancora: “Piacenza non è triste: è in movimento e può guardare alla identità medio padana tra Milano e Bologna con una metafora economica che può sembrare banale:
deve tenere insieme la coppa, radicata e prodotta a livello del suolo, e Amazon, con la logistica dei flussi che atterrano sul territorio. Ovviamente, a proposito di relazione, tenendo in mezzo il capitalismo molecolare, le medie imprese eccellenti della meccatronica, il distretto del pomodoro che rimanda ad una agricoltura di qualità, le università che questo saper fare alimentano, la Val Trebbia e la Val Tidone che rimandano alle Langhe del buon vivere e del turismo enogastronomico e culturale”.
Ma se l’obiettivo da raggiungere (la costruzione di un’identità plurima) è già per tutti – da tempo, una certezza – il problema resta ancora quello di definire la strategia, il campo di gioco e i giocatori in campo.

Quella visione di città, quel piano strategico di lunga portata di cui Piacenza necessita urgentemente e che ancora stenta a delinearsi, con tanto di sintesi e regia. Non possiamo permetterci, infatti, di tornare alla dimensione serenamente provinciale degli anni ottanta. Perché degli anni ottanta (ma anche novanta, ma sempre del secolo scorso) sono le espressioni, le locuzioni, che hanno caratterizzato l’incontro inaugurale ai Teatini del meeting “Piacenza Città Impresa”, moderato da Giangiacomo Schiavi e animato dal sindaco di Piacenza Patrizia Barbieri, dal presidente degli Industriali Alberto Rota e dal citato Aldo Bonomi di Consorzio AAster. Slogan come “necessità di fare sistema”, “obbligo di mettersi in rete” che vengono spesi senza possibile e reale verifica. Perché se queste necessità, questi obblighi, sono tali da venti-trent’anni allora non ci si è ancora messi in rete e ancora non si è fatto sistema? Che cosa vuol dire valorizzare l’esistente? E ancora: bene si fa a sottolineare la necessità di valorizzare la bella natura appenninica senza snaturarla o farne scempio, e quindi, cosa facciamo? Nota anche la vision ripetuta nuovamente da Alberto Rota (presidente Confindustria Piacenza), basata sulla necessità di infrastrutture per lo sviluppo dell’economia piacentina, sull’urgenza di un veloce collegamento con Milano, sulla necessità del nuovo ospedale; e basata soprattutto sulla necessità di rendere Piacenza attrattiva a 360°, portandola a una dimensione demografica di almeno 120/130mila abitanti, pena l’irrilevanza. “Primo obiettivo sarà il nuovo ospedale – ha rassicurato il sindaco Barbieri al termine del confronto – Secondo, le infrastrutture, con priorità al progetto Piacenza città del ferro”.
Perché, va bene “la chiamata alla corresponsabilità” – come è stata definita – ma ora, magari, oltre a mettere in campo volontà e passione, servirebbe mettere mano a piani strutturali più specifici. “Perché il primo passo – ha ribadito Bonomi – è quello di cominciare a fare”.




