
di Cesare Raimondi – Ho guastato dieci telefoni cellulari da quando sono entrato nel giro dei rintracciabili ovunque. Il fastidio di doverli sostituire, era perdere gli sms calcistici di Karlus. Erano ineguagliabili per prosa e audacia. Potevo ricopiarli, archiviarli, gestirli in altro modo insomma. Invece li lasciavo lì. Talmente unici che meritavano di rimanere anche nella memoria dell’apparecchio. Fino al guasto ovviamente. La tecnologia si evolve, gli short text messages non li usa più nessuno. Karlus è passato a Whatsapp, ma non è la stessa cosa. Col nuovo strumento invia anche foto. Ne arrivò una in cui sorride insieme a Gottardo. Immagine gaia, giorno triste: Natalino si era spento. La foto era il modo di ricordarlo. Conosco Karlus da trent’anni più o meno. Vediamo le partite quasi gomito a gomito e non avevo mai saputo di questa amicizia. Dopo qualche settimana ne invia un’altra. Stavolta è un trio: Gottardo, Landini, Gambin. Tre idoli d’infanzia. Le prime due partite alla Galleana le vidi nel 74-75, loro c’erano. Dell’anno dopo conservo immagini più nitide. Ricordo la partita con la Spal, che allora era una nobile. Per un giro d’aria, o forse un sogno, fu la prima volta che sentivo leggere le formazioni. Quegli undici biancorossi scesi in campo, li posso ancora citare a memoria: Candussi, Secondini, Manera. Righi, Zagano, Pasetti. Bonafè, Regali, Listanti. Gambin, Gottardo. Rispondo alla foto ricevuta con una richiesta: “Hai i recapiti del nostro numero 10?”
Preambolo un po’ lungo, ma in qualche modo volevo spiegare come mi hanno permesso di contattarla. Cosa fa di bello oggi Giorgio Gambin?
“Mi godo la pensione qui vicino a Ferrara. Con tre amici di calcio, ho giocato con loro fin dall’infanzia, seguo i ragazzi di una società dilettantistica. Ne abbiamo più di 50. Il lupo ha perso un po’ di pelo forse, ma il vizio del campo mai”.
Accennavo a WhatsApp, ho visto la foto del suo profilo con la maglia del Brindisi. Non può metterne una dove indossa la nostra? Il biancorosso si sposa benissimo con i baffi da pescegatto.
“Ho messo quella, perché tutti mi dicono che sono venuto giù bene. Brindisi è stata una tappa di carriera da paura. Mi fermavo a prendere il caffè, sentivo parlare di sparatorie e gente stesa. Appena arrivò l’offerta del Piacenza, la moglie non mi lasciò il tempo di riflettere”.
Restando sulle maglie. Il prossimo anno anno la società spegne cento candeline. Abbiamo un progetto ambizioso: recuperare una casacca per ogni stagione. Lei le ha tenute? Sia chiaro, restano sue, ci accontentiamo delle foto.
“Ne avevo una, ma qualche anno fa mi hanno invitato per una partita di beneficenza e l’ho regalata a un bambino piacentino. Adesso sarà un uomo, magari lo trovi alle partite”.
Ricorda la foto di gruppo che venne stampata l’anno della serie B? Indossavate una tuta Puma gialla e azzurra. Lo sponsor tecnico aveva bevuto forte, o rientrava nel progetto di stravolgimento calcistico che mister Fabbri perseguiva?
“Ho quella cartolina sul Facebook (super tecnologico quindi). La Puma ci dava il materiale, ma niente soldi. Allora c’erano state un po’ discussioni. Alla fine siamo andati in Corso Europa a Milano per le misure, e ci siam trovati in ritiro con le tute che non c’entravano niente col Piacenza”.

Lei era un pupillo di Fabbri, sempre ammesso che questo vocabolo significhi qualcosa. Sto leggendo: “Gibì, una vita di bel calcio”, ha un racconto inedito che posso affiancargli?
“Sarai deluso, parla poco di Piacenza. Io e Gottardo glielo abbiamo rinfacciato spesso. Però ti dico questa: mentre lo scriveva, lo ricoverarono. Decise così di chiudere in anticipo e mandarlo in stampa, per non aver pensieri”.
Analizziamo il suo ruolino di marcia con la targa PC. I numeri sono da capogiro, una mezzala che segna trenta reti in tre anni. Nel calcio moderno la utilizzerebbero da falso nove?
“Tra coppa e campionato, in due anni e mezzo da voi ho messo 34 goal (super tecnologico e preciso). Gibì mi conosceva bene, sapeva come farmi rendere. Avevo dribbling e tiro, lui mi ripeteva sempre: “quando ne hai davanti solo uno, è fatta. Lo scarti e segni”. Facile no? Comunque ho fatto anche il nove vero. Considera che in carriera sono andato in tripla cifra”.
Domanda di topografia: dove abitava quando giocava qui?
“In via Guglielmo da Saliceto. L’appartamento era dei titolari del ristorante Agnello. La signora me lo diede in affitto, a patto che glielo tenessi bene. Ero in una botte di ferro, mia moglie è bravissima. Infatti diventammo amici dei proprietari”.
Prima scrivevo di una foto con Landini e Gottardo. Ha mantenuto contatti con qualcuno in città, con altri compagni?
“Con Dino (Landini) e Natalino (Gottardo) abbiamo fatto il bello e il cattivo tempo in campo e fuori. Spesso si univa a noi anche Marione Manera (il baffo del pescegatto impera). Una volta smesso, abbiamo continuato a frequentarci. Spesso a Piacenza, dove qualcuno si è fermato, come Bonafè. Eravamo un bel gruppo”.
Voi siete stati una squadra speciale. Quello che in gergo si definisce lo zoccolo duro degli appassionati, è ancora legato alle vostre imprese. Possiamo leggerci due situazioni: la prima è che sugli spalti siamo sempre più bianchi (di capelli intendo). La seconda è che giocavate davvero bene. Paga o non paga il bel calcio?
“Siam sempre lì. Se al bel gioco unisci i risultati, paga moltissimo. Se punti non ne fai, giocare bene serve a divertirsi. Diventa un altro sport”.
Ho scoperto che il palio di Siena è tutta una trattativa tra contrade. Dopo ottant’anni si può accedere ai registri, in cui queste contrattazioni vengono protocollate. Non ne sono passati ottanta, ma comunque un bel po’ si. Mi dice quale fu la causa della retrocessione di una squadra che, oltre a dare spettacolo, mieteva anche punti (almeno fino all’ultimo mese di campionato)?
“Ti porto un esempio. Ero a Rimini, le cose stavano andando male. La società fece quadrato attorno all’allenatore e a noi. Ci incentivarono, ci premiarono. Le provarono tutte, e noi riuscimmo a ricambiare. A Piacenza successe il contrario. Gibì e Loschi non si fiutavano. A fine stagione i contrasti invece di diminuire, acuirono. Bastava poco per salvarsi, ma sentivamo che non c’era futuro. E così andò”.
La ringrazio Giorgio e mi porgo il sincero augurio di incontrarla al Garilli, per festeggiare insieme il Centenario.




