
“Quando abbiamo organizzato la prima edizione del festival, vent’anni fa, era come se la città ci stesse aspettando. In realtà a Piacenza si era sempre fatta tanta musica, anche di più rispetto ad altre città dell’Emilia-Romagna. Eppure la nostra proposta aveva la forza della novità: credo sia stata una delle chiavi per cui diventammo immediatamente così grandi”. Si guarda indietro Gianni Azzali, musicista e direttore artistico del Piacenza Jazz Fest, ripercorrendo con i ricordi le origini e la storia di un evento musicale capace sin da subito, in modo forse inaspettato, di far breccia nei cuori dei piacentini.
Lo fa proprio nel bel mezzo dell’edizione 2023 della rassegna organizzata da Piacenza Jazz Club – il concerto conclusivo è in programma il 18 aprile -, quella del ritorno in primavera, dopo il triennio segnato dalle limitazioni della pandemia. “Stiamo vivendo un Fest straordinario, sotto tutti i punti di vista – commenta -. Nonostante siano passati pochi mesi dall’edizione 2022, organizzata in autunno, la risposta delle persone è davvero positiva: non saprei, forse è legato al fatto che festeggiamo i nostri primi vent’anni o forse perché la città sta vivendo una sorta di «risveglio» dopo il covid. C’è una ricerca della prevendita molto più alta, tutti gli eventi stanno andando sold out, sia quelli del cartellone principale che quelli collaterali”.
“La musica giusta nel posto giusto” – La formula, ormai consolidata, viaggia infatti su due binari: quello dei main concert, con i grandi nomi del jazz italiano ed internazionale, e quello dell’Altro Festival, il side event che mette insieme un caleidoscopio eterogeneo e sperimentale di iniziative capaci di coinvolgere la comunità su più livelli. Il jazz quindi contamina e si contamina. Genera commistioni, va nelle scuole, nei negozi, negli uffici, nelle biblioteche, negli ospedali, nelle gallerie d’arte, nei centri commerciali. Persino nelle carceri. E poi ci sono i premi e i concorsi: oltre allo storico “Chicco Bettinardi”, pensato per i nuovi talenti del jazz italiano, quest’anno è stato ideato anche il premio “Enzo Frassi”, dedicato al contrabbassista deceduto nel 2021 in un incidente stradale. “L’idea di fondo è di portare la musica giusta nel posto giusto, anche in un’ottica di ricambio generazionale – spiega Azzali -. Il jazz ha tante facce: alcune più accessibili, altre che necessitano uno studio ed un ascolto più maturo; durante gli eventi collaterali decidiamo di mostrare quella più adatta al contesto e alle persone con cui ci interfacciamo. La crescita dell’Altro Festival negli anni è stata costante ed ha permesso quella complessiva della rassegna: per me – evidenzia -, il coinvolgimento in questo «lato» dell’evento risulta spesso più divertente ed arricchente rispetto al singolo concerto di un grande artista”.
Una macchina perfettamente oliata – Grazie anche alla partecipazione di un affiatato team di volontari, i meccanismi del Fest sono ormai perfettamente oliati. “Sin da subito abbiamo puntato forte sull’organizzazione e sulla promozione della rassegna, con lo scopo di mettere nel motore benzina per il futuro. La nostra è una macchina che si muove all’unisono, anche il compito più semplice viene svolto con la massima cura. In questo modo siamo riusciti ad avere risonanza in tutta Italia, nonostante una posizione iniziale di svantaggio rispetto ad iniziative similari più blasonate e meglio finanziate: città come Perugia o Siena, ad esempio, possono infatti far leva sul traino del turismo per attrarre tante persone a concerti ed eventi musicali, cosa che Piacenza, allo stato attuale, non riesce a fare”.
“La sensazione è che al Comune non interessi valorizzare la manifestazione” – Per Azzali, all’apprezzamento che viene dall’esterno non sempre coincide un sostegno unanime delle istituzioni cittadine. “Se all’inizio della rassegna è vero che trovammo tante porte aperte, da un po’ di tempo ci sentiamo un po’ orfani del Comune di Piacenza. Da diversi anni abbiamo la sensazione che al Comune non interessi valorizzare la manifestazione. Gradito il Patrocinio, ma vorremmo che la principale amministrazione pubblica della città, cioè il Comune, ci riservasse maggiore attenzione, che lo sentisse come “suo”. Questo è un mio cruccio: certo la crisi ha toccato un po’ tutti, ma credo che in questi vent’anni abbiamo dimostrato che il Fest non è una «500», ma piuttosto una «Ferrari». Le altre province, non solo quelle limitrofe, ce lo invidiano, così come ci invidiano il Milestone (il locale di musica live sede del Piacenza Jazz Club, ndr). Insomma, la sensazione a volte è di non riuscire ad essere profeti in casa nostra”.
“Una Notte Nera del jazz” – È una storia strana quella del Fest. Un evento nato già “grande” – basti pensare che durante la prima edizione si esibì al Teatro Municipale un “peso massimo” del genere, il sassofonista statunitense da poco scomparso Wayne Shorter – e che a vent’anni si mantiene giovane, fresco, innovativo. Capace di improvvisare e sorprendere, specchio dell’essenza del jazz. “Per il futuro ci sono ancora tanti progetti nel cassetto, ma difficile dire quali realizzeremo – confida Azzali -. Penso spesso che mi piacerebbe organizzare una «Notte Nera» del jazz: una maratona musicale in diversi locali della città, dalle sei del pomeriggio alle sei del mattino. Ammetto che non so dire se un’iniziativa del genere potrebbe funzionare, ma l’idea mi affascina”.




