Erika Colla: “I valori della famiglia alla base della crescita del settore Agroalimentare”

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Erika Colla, vicepresidente di Confindustria con delega all’Agroalimentare

Erika Colla, vicepresidente di Confindustria: “Le aziende agroalimentari piacentine hanno una taglia medio piccola, stanno crescendo perché sono in una fase di continua ricerca animate da passione, impegno  e senso del sacrificio. Credo che tutte queste cose messe assieme ci stiano aiutando a crescere”.

La tradizionale indagine congiunturale di Confindustria, presentata dal presidente Francesco Rolleri all’inizio dell’anno e relativa al secondo semestre 2022, aveva evidenziato valori soddisfacenti: forte crescita del settore manifatturiero al 12,9% e tenuta, comunque significativa, dei settori alimentare (+2,9%) e meccanico (+2,5%). Anche per il fatturato estero numeri positivi mettendo in evidenza la clamorosa performance del settore agroalimentare che fa registrare valori vicini al 30%.

L’agroalimentare è dunque il settore che senza fare chiasso, sommando negli anni costanti positività, si sta segnalando tra le novità del sistema imprenditoriale piacentino. All’interno di Confindustria è Erika Colla ad avere la delega per l’Agroalimentare, a cui aggiunge quella al Made in Piacenza e Alta Gamma. Prima donna ad entrare nel gruppo dei 5 vicepresidenti che affiancano Franceso Rolleri per l’attuazione delle linee programmatiche di mandato, è responsabile commerciale della Colla Spa: azienda di famiglia che da oltre cent’anni produce Grana Padano, ora anche Parmigiano Reggiano e, dagli inizi degli anni ’90, confezionato, poi “private label” per la distribuzione di porzionato e grattugiato.

“Sono appena tornata da Cibus Connect, parte della mia testa è ancora là, venga mettiamoci qui”. E’ l’approccio ad una conversazione più che intervista ad Erika Colla. Nel percorrere i pochi metri che ci separavano dal “qui”, che era poi la prima saletta nel corridoio che porta ai laboratori ha distribuito input ai collaboratori che incrociava.

Finalmente una buona notizia, la diminuzione del costo dell’energia elettrica, immagino che per voi avrà una ricaduta importante …

“La nostra azienda è decisamente energivora e quindi abbiamo faticato molto: alcuni caseifici hanno addirittura chiuso. Noi abbiamo resistito considerando che, se avessimo interrotto la produzione, dopo pochi mesi saremmo rimasti senza prodotto ed avremmo dovuto acquistarlo sul mercato. Facendo parte del Consorzio Energia di Confindustria, grazie al loro lavoro, abbiamo ottenuto condizioni, seppur molto alte, le meno peggio sul mercato” 

I primi numeri che misurano le vendite di inizio 2023 sono incoraggianti. Un’altra buona notizia…

“Le vendite sono buone soprattutto all’estero, diciamo che complessivamente tengono.

I consumi di inizio anno sul mercato interno non hanno brillato e le quotazioni di mercato ne hanno risentito sia per il Grana Padano e che per il Parmigiano Reggiano”.

Se non sbaglio, sui mercati esteri si registrano forti richieste di porzionato e grattugiato. Voi siete stati tra i primi ad orientarvi su questo tipo di mercato.

“E’ una tendenza che ha iniziato a manifestarsi parecchi anni fa. Noi facciamo grattugiato da più di vent’anni ed ancora prima il confezionamento sottovuoto. Ricordo che quando ero ancora sedicenne, durante l’estate, venivo a dare una mano nel reparto di confezionamento sottovuoto. Mio nonno Luigi, mio zio Carlo e mio padre Giuseppe avevano presto capito che l’affermarsi dei supermercati avrebbe determinato lo sviluppo del confezionato, del grattugiato e della private label.  Stava per finire il tempo della vendita da banco nel negozio sotto casa, quando chiedevano: Quanto ne taglio? Ne grattugio un po’?”

Torniamo alla crescita che si sta registrando nel settore agroalimentare piacentino, evidenziata dai dati dell’indagine congiunturale, nonostante i motivi di crisi succedutisi. E’ vero che comunque si continua a mangiare, ma a mio parere non è una spiegazione sufficiente perché si mangiava anche prima della pandemia. Cosa pensa in proposito?

“Le aziende agroalimentari piacentine hanno una taglia medio piccola. Credo che il nostro presidente Rolleri abbia ragione quando dice: Basta dire che piccolo è bello. E’ anche vero che si parte dal piccolo e si cresce poco alla volta. Direi che le aziende agroalimentari piacentine stanno crescendo perché sono in una fase di sviluppo all’interno di una continua ricerca per il miglioramento delle lavorazioni. Buona parte di loro hanno una struttura familiare, caratteristica che costituisce un valore quando riesce a trasmettere la passione, l’impegno che ci devi mettere e il senso del sacrifico. Credo che tutte queste cose messe assieme ci stiano aiutando a crescere”.

Nella vostra crescita ha avuto un ruolo la facoltà di Agraria dell’Università Cattolica? Recentemente avete collaborato all’organizzazione di un corso di aggiornamento manageriale, come si sviluppa il vostro rapporto?

“Direi bene, penso che ci siano ancora ottimi spazi di crescita. Per il nostro settore, grande riferimento della Cattolica è stato il professor Battistotti, un tecnico con cervello davvero sopraffino: sono stati tanti gli scambi che abbiamo avuto con lui per capire come migliorare il prodotto. Idem con il laboratorio dell’Agraria, nella persona di Pino, personaggio storico con cui ci siamo sempre relazionati. Lo stesso è stato per gli altri settori: tutte le aziende hanno un loro riferimento all’interno dell’Università. Organizzandoci all’interno di uno spazio dedicato a tutto il settore agroalimentare si potrebbero attivare innumerevoli collaborazioni. E’ stata molto interessante il corso di aggiornamento manageriale organizzato con il Rem Lab  diretto dal professor Fornari: ci ha aperto lo sguardo verso la continua evoluzione dei mercati indicandoci nuove strade per la crescita attraverso una riorganizzazione del nostro lavoro all’interno di progetti chiari e ben definiti. E’ stata inoltre un’occasione per conoscerci e fare squadra. Pur essendo vicepresidente di Confindustria alcune aziende le conoscevo solo di nome, ora invece ho conosciuto anche le persone che vi lavorano. In questo modo possono nascere anche delle collaborazioni: è probabile che qualcosa insieme si possa fare, nonostante noi piacentini siamo sempre schivi, diffidenti e quindi difficilmente ci apriamo”.

Fare gruppo con altre aziende aiuta anche a livello operativo nell’attività di tutti i giorni. Relazionarsi con il territorio aumenta sicuramente la capacità di crescere aprendoci nuovi orizzonti. A noi manca questa capacità, purtroppo non è una nostra caratteristica”.

Spostiamoci dalla delega all’Agroalimentare a quella del Made in Piacenza. Se penso al Made in Italy mi vengono in mente la cultura, la storia, il paesaggio, l’arte, la creatività… Quindi moda, arredamento, gioielleria. Una volta i motori, ora molto meno, e poi naturalmente la qualità del cibo, per chiudere sul nostro stile di vita. Quali sono invece gli elementi distintivi del Made in Piacenza?

“E’ un concetto legato molto all’Agroalimentare. Made in Piacenza nasce soprattutto perché gli imprenditori piacentini si spoglino del complesso di Cenerentola soprattutto nei confronti di alcuni vicini (Parma?) con cui tendiamo sempre a fare dei paragoni, a vittimizzarci un pochino: ci rubano questo (la coppa?), hanno utilizzato la foto della Pietra Parcellara per uno spot televisivo (Prosciutto di Parma?). Basta con questi piagnistei.  

Abbiamo tre DOP dei salumi, abbiamo il Grana Padano, abbiamo dei vini su cui, alcuni vignaioli in particolare, stanno lavorando, riuscendoci, per migliorare il prodotto e farlo conoscere anche all’estero, per comprenderlo nei circuiti della grande distribuzione. Nel settore delle barche ci sono due aziende che vengono riconosciute di alto livello. Non voglio che si diventi troppo autoreferenziali, partiamo dalla consapevolezza di quello che sappiamo fare, facciamo più squadra e poi andiamo all’estero, usciamo da Piacenza e cerchiamo di venderci come sistema. Uno dei punti da cui mi sarebbe piaciuto partire, perché legato al mio settore, era quello del progetto della Cascina San Savino. Avrebbe favorito il recupero di una zona strategica per la sua posizione a pochi metri dall’uscita Le Mose dell’autostrada: la cascina  potrebbe ospitare sia una sorta di struttura ricettiva che una  vetrina per le nostre produzioni, creando in questo modo un’area accogliente per la sosta in una zona dove c’è moltissimo passaggio”.

E’ un progetto non facile da realizzare, ben venga il cambio di mentalità degli operatori piacentini. Rendere riconoscibile sui mercati il Made in Piacenza è un po’ più complicato, siamo troppo in ritardo rispetto ad altri territori italiani. E’ vero anche che dalla Cascina San Savino i prodotti piacentini potrebbero prendere le strade del mondo sulle ruote degli autocarri della logistica, ma allora cosa aspettiamo? Di un progetto sinergico di promozione territoriale tra Piacenza Expo e Cascina San Savino si è parlato più volte, ma siamo ancora alle chiacchiere…

“Sicuramente, nel bel mezzo di unevento fieristico, mentre sono al bar e bevono un caffè o mangiano un panino con la coppa facciamogli vedere un video su Rivalta, Castell’Arquato, Bobbio, le nostre valli…. Mostramogli il nostro territorio”.

Quello che sto per dire non è solo una provocazione ma anche un caloroso invito a fare presto e bene: a questo Made in Piacenza, in Confindustria crediamo davvero o è solo un buon proposito?

“Riponevo grosse speranze nel progetto Cascina San Savino, poi ci sono aspetti che frenano la voglia di progettualità: per realizzarlo mancano strumenti che fuoriescono dalle mie competenze. Comunque le idee ci sono e la voglia anche, ho ancora un anno di mandato se non mi cacciano prima … Importanti risultati si possono ancora raggiungere. Sono convinta che ce la faremo”.

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