scritto da Redazione Online Giu - 14 - 2018 TAG:

di Bernardo Carli – Qualche giorno fa, nella sede della Organizzazione di volontariato “Fabbrica&Nuvole” di Piacenza, la presentazione di un libro singolare “L’etica della Parola”. L’autore, Massimo Angelini, docente di Filosofia all’Università di Genova, si prende la briga di ragionare con il pubblico sul significato delle parole rispetto alla etimologia ed al contesto culturale nelle quali si sono formate. L’impresa, del quale ometto i particolari, ha il fine ultimo di rilevare quanto la comunicazione, sia scritta che verbale, si sia fatta sempre più imprecisa. Viene immediatamente da pensare che l’uso dei sinonimi, utili per rendere la prosa più fluida, altro non sia che la scelta di un termine piuttosto che un altro come fossero varianti di un identico concetto, come se, per fare un bel mazzo di fiori, il fioraio non si curasse che la nota di giallo può indifferentemente essere sostenuta da una fresia, un tulipano, un garofano o altro. Il richiamo al significato è tutt’altro che ragionamento da parrucconi e probabilmente dovremmo tornare a frequentare quegli stupendi libri che sono i vocabolari, vere e proprie finestre dalle quali si può osservare il mondo nella sua lenta e incessante evoluzione. Come diceva il relatore, distinguere tra “persona” e “individuo” è fondamentale per dare sostanza ad un discorso nel quale si pone l’accento sull’essenza della natura spirituale dell’uomo o al contrario si vuol rappresentare quanti abitanti popolino un condominio. Nella ricerca, Angelini spazia tra il latino, il greco, l’ebraico e il sanscrito, che poi sono le “matrici” non solo della lingua, ma anche del modo di pensare e di vivere, ergo della cultura. Ciò che viene fuori da tanto apparentemente accademico discorso, è una visione con relativa critica degli aspetti salienti della nostra società, dalla sociologia fino alla politica.
In giorni nei quali i nostri ragazzi celebrano il momento liberatorio dalle annuali lezioni scolastiche, la distinzione tra conoscere e sapere è di basilare importanza, là dove il primo indica quel bagaglio di nozioni più o meno teoriche (e aggiungerei con un po’ di malignità acritiche) il cui flusso si interrompe con la chiusura delle scuole per riprendere a fine estate. Diversamente il sapere è cosa complessa e, se si vuole, più interessante, giacché mette in moto esperienza e sentimenti, concretezza e astrazione, empirismo e metodo scientifico. Per paradosso mi viene da dire che, terminati nove mesi di conoscenza, gli studenti possono dedicare il tempo alla sapienza che è esercizio di pensiero al quale concorrono i sentimenti.
Con quanto sto dicendo, vorrei arrivare a dare qualche consiglio agli studenti ma anche ai loro genitori e agli adulti in genere su come poter godere a pieno delle vacanze, indipendentemente dal luogo e dal denaro a disposizione.
Resto solo per un attimo sull’argomento “educazione” per rilevare un fatto che trovo quasi un vizio. Genitori e educatori sono spesso colti dalla preoccupazione che gli educandi possano crescere ignoranti e scarsi di conoscenze. Ecco allora che fino da piccoli questi vengono inondati da una serie di risposte a domande che non sono state fatte: “guarda l’uccellino, sai fa il nido e nasce da un ovetto ….” “le montagne sono alte e più si va in alto più fa freddo e allora bla bla bla ….”. Insomma una serie di informazioni non richieste, nate dall’ansia di promuovere una crescita a qualunque costo, nei tempi e nei modi che solo educatore ritiene più opportuni. Vale per le parole, come per ogni “cura” nei confronti degli educandi “eccoti qua un panino ché hai fame… “, “fai questo che così ti diverti …” ecc. ecc.. Insomma quello che dovrebbe essere un dialogo educativo si risolve in una “scarica” di risposte a domande non espresse. Niente di peggio per chi deve imparare a formulare da solo quelle domande. Sto parlando di un processo di vitale importanza per ogni individuo, quello che si si articola in una serie di fasi: la rilevazione di un bisogno personale, la constatazione di non saper dare una risposta da soli, la scelta dell’interlocutore in grado di soddisfare la richiesta, la formulazione giusta della domanda; il processo stesso, se si conclude con l’ottenimento di una risposta, precede infine una valutazione critica del tipo di risposta. Privare un ragazzo di tale processo è una violazione supponente del mondo personale che il giovane individuo sta maturando, frustra il dubbio che assieme alla curiosità è componente fondamentale di ogni persona. Bambini e ragazzi hanno il diritto di arrangiarsi, di provare noia e anche dolore senza che alcuno intervenga a priori.
Tornando indietro, si diceva che la scuola raramente produce “sapere” perché presa dalla mission di dispensare conoscenza in quantità. Ecco allora che i periodi di sospensione di essa (vacanza), sono i momenti più adatti a sviluppare il libero sapere, a far esperienza, osservazione e a interrogarsi.
Nella nostra cultura il concetto di ozio è legato al moralistico adagio che lo vede “padre dei vizi”, ma i Romani, che avevano imparato dai Greci, consideravano l’inattività una occasione nella quale la vita si completava attraverso la meditazione, l’osservazione, l’esercizio del pensiero e anche la lettura, l’ascolto della musica, e il godimento delle arti. “Otium litteratum” era il non far nulla per dedicarsi alla lettura. Credo che il pregio della cultura Greca e Romana, sia in ultima analisi quello di rendere gli uomini felici, di equilibrare le energie fisiche con quelle mentali, la socialità con il ragionamento.
Purtroppo oggi, in una società che pone al primo posto l’efficienza, il guadagno, la spinta a crescere, è inconcepibile che ci si dedichi a cose inutili, come fermarsi a parlare con uno sconosciuto, osservare un tramonto, la processione delle formiche su un muro, leggere una poesia e carcera di mandarla a memoria, cantare, correre, insomma fare tutto quello che non produce guadagno, ma solo soddisfazione personale. Il principio, come si diceva, vale per grandi e piccini. Nel frattempo, giacché tra tutti gli ozi “organizzati” quello “litteratum” è il migliore, suggerirei di leggere di tutto, ma con una particolare attenzione ad ogni singola parola perché il linguaggio non sia mai impreciso e frutto di equivoci, ma generoso e esatto come quello di certi scrittori che cercano per giorni un verbo, un termine o solo un tratto di punteggiatura : questi si chiamano poeti e scrivono per il diletto all’umanità.

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