
505 imprese (su 1045) e 2524 addetti (su 4776) persi tra il 2008 e il 2014. Il saldo pesantemente negativo dell’edilizia piacentina si è ulteriormente aggravato tra il 2013 e il 2014 – secondo i dati forniti dall’osservatorio della Cassa edile di Piacenza – con un’ulteriore flessione del numero dei lavoratori presenti (-15,43%), numero di imprese attive (-11,62%), numero di ore ordinarie lavorate (-10,71%) e massa salari (-9,90%).
Le ore di cassa integrazione sono state 330mila nel 2014, stesso dato del 2009, ma con una incidenza affatto diversa: oggi il settore annovera un minor numero di lavoratori, 2252 oggi contro i 4270 di cinque anni fa. “Inoltre – aggiunge Marco Carini, segretario della Fillea Cgil – molti sono arrivati a fine corsa, ovvero al drammatico approdo della disoccupazione. Il dato locale – prosegue il sindacalista – è perfino peggiore di quello nazionale: il numero di lavoratori da noi si è dimezzato mentre a livello nazionale l’emorragia si è fermata al 45 per cento”.
Per quale motivo?
“Lavori pubblici scarsi e di ridotte dimensioni (in regione il cantiere più grande è stato nel cratere del terremoto) e oggi non si intravvedono segnali di ripresa e nulla fa sperare in inversioni di tendenza per il 2015”.
Come uscire, allora, dal quadro a tinte fosche della crisi?
“Va rivisto l’intero sistema delle costruzioni – spiega Carini – e in questo senso la crisi ci consegnerà un sistema trasformato. L’edilizia ha sempre avuto caratteristiche anticicliche. Gli investimenti pubblici dovranno avere un ruolo centrale, considerando l’insieme, valutando i rischi di impatto ambientale, e penso soprattutto ai rischi idrogeologici, e alle spese relative alle ‘cure’ dei danni provocati dai lavori: ammonta a 2 miliardi e mezzo, a livello nazionale, la cifra assorbita dal ripristino dei danni idrogeologici. Un’azione preventiva consentirebbe un risparmio per lo Stato, oltre naturalmente all’inestimabile beneficio legato alla salvaguardia del territorio. Stesso discorso per il rischio sismico”.
“Importantissimo poi – prosegue Carini – il tema del recupero e della riqualificazione energetica. Gli incentivi fiscali governativi hanno ottenuto qualche risultato ma, visto che il mercato delle nuove costruzioni è completamente fermo, sarebbe necessario che gli incentivi diventassero strutturali. Con la messa in sicurezza dal rischio sismico, ad esempio, e tutti gli interventi che riguardano il risparmio energetico.”
Servono anche nuove infrastrutture?
“Sicuramente è necessario dire addio alla discussione ideologica tra chi dice basta infrastrutture e chi invece costruirebbe ovunque. Esistono investimenti strutturali strategici: vie di trasporto, reti di materiali, legate però a una nuova idea del costruire, in un’ottica di modernità. Noi sindacati siamo stati spesso accusati di voler troppa burocrazia (vedi, ad esempio, il Durc), vogliamo invece regole molto ferme, anche per evitare qualsiasi tipo di infiltrazione mafiosa”.
Ma gli imprenditori non hanno nessuna responsabilità in tutto questo?
“Certo, la piccola dimensione delle nostre imprese, una sorta di nanismo che caratterizza il nostro territorio, unito a miopi interessi di bottega e all’incapacità di fare squadra, non hanno aiutato e non aiutano. L’edilizia, e le imprese ad essa legate, dimostrano poca capacità di innovarsi. Ma questo succede non solo a Piacenza. Eppure il settore dovrà ripensare se stesso, trasformarsi, con le imprese che dovranno aprirsi alle nuove tecnologie di costruzione e al massiccio investimento sulla formazione. Infine, sarà indispensabile poter sforare il patto di stabilità, almeno per quanto riguarda gli enti virtuosi”.
Le aree militari, per Piacenza, rappresentano un’opportunità?
“Le aree militari sono una prospettiva interessante, anche per l’occupazione. Ma a Piacenza difficilmente si riesce a fare squadra. Io non so, per fare un esempio, quante imprese piacentine stiano lavorando nel cratere del terremoto. Temo poche o… nessuna. Non si è stati in grado di fare squadra neanche in questo caso”.




