Lorenzo Spagnoli, docente al Politecnico di Milano, è urbanista di fama. Piacentino, ha dato alle stampe di recente una densa e interessante Storia dell’urbanistica moderna, edita da Zanichelli. Per “Abitare – Edilizia Piacentina” interviene sul ruolo del suo mestiere in rapporto alla città.
Premessa: da poco più di un anno Giuseppe Baracchi è diventato presidente dell’Ordine degli Architetti e sembra determinato a imprimere una svolta al ruolo della professione nei confronti di Piacenza.
“Sì – esordisce Spagnoli – non è sbagliato affermare che a Piacenza l’Ordine degli Architetti ha sempre avuto un forte collegamento con la politica e, per essere più precisi, con le politiche delle amministrazioni che si sono succedute: non disturbare il manovratore sembrava il principio ispiratore”.
Sempre?
“Con intensità e sfumature diverse nel corso dei decenni e a seconda dei gruppi dirigenti. Con Giovanni De Benedetti l’Ordine è stato propositivo, aprendo e offrendo spazio ai giovani, e altrettanto con Passoni. Il penultimo gruppo dirigente, viceversa, ha avviato un clima a mio avviso troppo collaborativo con l’amministrazione: poche osservazioni al Psc, molti brindisi insieme”.
Spagnoli sembra dunque apprezzare il vento nuovo che ha spinto Baracchi al vertice dell’Ordine, e con lui un intero inedito gruppo dirigente. “Sì – prosegue – ho rilevato in questi ‘nuovi’ l’esigenza di una soluzione di continuità, di una rottura col passato. Perfino il loro slogan, se non ora quando, ha rappresentato l’esigenza del ricambio, del rinnovamento”.
Non sempre il rinnovamento è positivo, non per definizione, almeno.
“In questo caso mi sembra di sì. Hanno iniziato bene, interpretando in modo corretto il ruolo di interlocutori dell’amministrazione, provvisti di un’idea di fondo sui destini della città e in grado di svolgere un ragionamento d’insieme non settoriale”.
Par di capire che negli ultimi anni si sia perso tempo…
“Per diverso tempo l’Ordine ha scontato l’assenza di un suo peculiare punto di vista. Molti architetti, anche a causa di questo, negli anni si sono appartati: lavorano, progettano, ma non partecipano realmente a una idea di città: non offrono contributi di carattere urbanistico e proprio negli ultimi anni, diciamo due decenni, la città è esplosa”.
Che cosa intende, da urbanista, per città esplosa?
“Frammentazione, trasporto pubblico in crisi, proliferazione di centri commerciali slegati dal tessuto connettivo della città, polo logistico cresciuto in maniera incoerente, per ‘pezzi’ cumulativi. Il Psc non contempla un ragionamento di fondo su quanto è successo e di conseguenza non dice nulla su ciò che dovremo fare”.
La responsabilità è anche degli architetti?
“Le rispondo con un’altra domanda: il polo logistico deve essere solo un insieme di enormi capannoni o può essere integrato alla città? Bene, se l’amministratore non lo sa, e può anche non saperlo per giustificata impreparazione specifica, gli architetti, il loro Ordine, devono dirglielo. Come si vede la nostra professione può e deve avere una funzione culturale forte, di indirizzo, di stimolo, di correzione degli errori. Si può sperare in un città diversa da quella rappresentata dalla galassia esplosa dei centri commerciali? Si possono discutere i quartieri residenziali edificati nel vuoto? Ebbene, se queste tematiche forti, direi decisive per il futuro non le affrontano gli architetti, chi dovrebbe farlo?”
Quindi un passato prossimo ‘colpevole’?
“Non c’è dubbio che gli architetti abbiano perso terreno. Fanno il loro lavoro, progettano la bella casa, ma sullo sviluppo della città, intesa nel suo insieme, si sono rivelati carenti, non hanno promosso né suscitato il necessario dibattito”.
Qualche esempio?
“Come dicevo, gli architetti hanno pensato ad abbellire il loro pezzetto di città, e punto e a capo. E se vuole un esempio le porto quello dell’ex Unicem: ne hanno fatto una enclave, è rimasto un luogo chiuso nonostante il verde custodito all’interno sia pubblico. Non lo si attraversa, non lo si fruisce poiché è un corpo separato dalla città. A supplire alla latitanza degli architetti sono stati, in questi anni, gli ambientalisti attraverso le loro organizzazioni, Legambiente in primis, poiché si sono fatti sentire, hanno suscitato dibattito”.
Come recuperare il tempo perduto?
“Il nuovo Ordine degli Architetti, ripeto, nasce da una rottura e potrebbe interpretare finalmente un ruolo positivo, invertendo una tradizione negativa. Mi aspetto l’indicazione di alternative a uno sviluppo urbano deludente quando non devastante: mi aspetto interventi sul consumo di suolo, sulla dispersione urbana e così via. Un bilancio di quello che è successo in questa città con l’indicazione di dove si vuole andare”.
Oggi, a Piacenza, non si può non fare riferimento alle aree militari in via di dismissione.
“Sulle aree militari sono d’accordo con Baracchi: è necessario avere un’idea, una visione d’insieme. Sulla Pertite, per esempio, va bene cercare di ottenere qualcosa di immediato ma è mancata una previsione a lungo termine. Non voglio dilungarmi sulla straordinaria, potenziale, risorsa rappresentata dall’ex arsenale, zona centrale che potrebbe diventare un’area verde fruibile a piedi da cinquanta mila piacentini. Ma l’impressione è che all’amministrazione manchi un’idea complessiva. Ecco, l’Ordine deve far sentire il suo peso culturale su tutto questo, incidere sul futuro della città”.




