di Ludovico Antiochia – Cattive notizie per la scuola italiana: i nostri studenti non hanno un buon rapporto con la lettura. È l’allarme che arriva dall’ultimo rapporto Ocse-Pisa (la citta e l’università toscana non c’entrano, l’acronimo sta per Programme for International Student Assessment) relativo al 2018, che raccoglie e confronta i risultati scolastici dei quindicenni di 79 paesi, di cui 37 aderenti all’Ocse. Proprio sulla lettura i nostri studenti ottengono 476 punti, su una media di 487, posizionandosi quindi in coda, anche se non ultimi, tra i paesi più avanzati. Può essere di parziale conforto accostare questi dati nazionali a quelli, pure recenti, dell’indagine Eduscopio effettuata dalla Fondazione Agnelli che danno conto, invece, di una scuola superiore piacentina relativamente in salute, con alcune eccellenze degne di nota, tra i nostri licei, gli istituti tecnici, perfino le scuole professionali.

Rimane comunque la realtà di quasi un quarto dei nostri ragazzi in grave difficoltà perfino nella comprensione dei contenuti essenziali di un testo scritto.
Il fatto è che leggere è un’attività complessa su cui si investe poco. Un conto è infatti sapere leggere, un altro saperlo fare bene e con qualsiasi tipo di testo. E provarci piacere al punto di volerlo fare anche se non si è obbligati da alcuno.
Così si spiega il triste primato italiano degli analfabeti funzionali coloro che sono capaci di leggere e scrivere, ma hanno difficoltà a comprendere testi semplici, a rielaborarne le informazioni. Nessuna nazione in Europa, a parte la Turchia, ne conta tanti come noi: siamo al 28% (Indagine PIAAC). Queste persone sono andate a scuola, ma come accade anche a molti studenti, hanno dimenticato quanto appreso. Senza pratica, le capacità legate all’alfabetizzazione possono essere perse anno dopo anno. Cosa probabile, se in casa non ci sono libri, se la lettura è considerata una perdita di tempo. Quasi 3 persone su 4 in difficoltà con la lettura, sono cresciute in famiglie in cui erano presenti meno di 25 libri.
Ma anche la scuola ha le sue colpe.
Aver voluto inquadrare la lettura nel quadro generale delle competenze, ovvero leggere come saper usare un software o saper fare una proporzione, ha finito per produrre effetti rovinosi.
Leggere non è come andare in bicicletta. Per capire un testo non basta “saper pedalare” ma bisogna disporre di un solido bagaglio di conoscenze. Il sistema scolastico italiano nell’ultimo ventennio ha invece puntato tutto e solo sulle competenze, tralasciando la ricchezza del curriculum, una massa critica di cultura che permette di fare confronti e inferenze nel momento stesso in cui si legge, sviluppando un’ermeneutica personale testo dopo testo, opera dopo opera.
Adesso tra test Ocse-Pisa, Invalsi e altri, la tentazione può essere quella di insegnare in funzione del test, cercando di tappare i buchi con pilloline di grammatica, analisi logica, narratologia, etc. In realtà sarebbe un rimedio peggiore del male, perché invece è arrivato il momento di riconquistare i lettori proponendo opere, opere integrali da mettere in risonanza, opere affascinanti, magari difficili, perfino oltre le capacità dei discenti ma capaci di compensare la fatica di leggere con “l’uscita dalla stato di minorità”, trovare il proprio protagonismo nella civiltà della comunicazione, smascherare fake news, battere i cyberbulli.
In chiusura, un testo di Franco Fortini, di straordinaria attualità anche se scritto nel 1961, in cui lui si rivolge proprio agli intellettuali piacentini, mettendoli in guardia nei confronti di una cultura basata sulle competenze, che rinuncia a voler decidere, a passare dalla teoria alla prassi (e perciò, viene da dire, smette di leggere).
“Lo sviluppo neocapitalistico oggi apre nel nostro paese possibilità immediate per l’accrescimento della cultura di massa e modifica le condizioni di studio e di ricerca. (…) Tutta la nuova generazione di intellettuali trova o troverà opportunità di lavoro all’interno delle istituzioni culturali pubbliche o private ma sempre in quanto ‘tecnici’: le prospettive non saranno loro a determinarle. Avranno il ‘non potere’ camuffato da potere. Immutata, o mutata solo per cooptazione, la classe politica. Il personale, filtrato dai partiti o dal parlamento. Assoluto il potere dei datori di lavoro privato (banca, industrie maggiori, editoria). L’ideologia della specializzazione-competenza serve a mascherare questa impossibilità di scelte e di decisioni Alienazione sul luogo di lavoro e fuori di esso (tempo libero). Strumentalizzazione della competenza dell’intellettuale per ribadire lo sfruttamento generalizzato. D’altronde il margine di autonomia illusoria che il relativo privilegio economico lascia allo specialista-intellettuale è bruciato dalla partecipazione all’imbestiamento collettivo nella città moderna, nei suoi consumi nel crollo generale degli standard culturali”.
Franco Fortini da “Lettera agli amici di Piacenza”, in “L’ospite ingrato. testi e note per versi ironici” 1966.




