Mio Post – Delitto di Ferriere, dolore e polemica

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Pubblichiamo la replica di Daniele Novara (fondatore del Centro Psicopedagogico per la Pace e la gestione dei conflitti, nella foto al centro) alla lettera della residente di Ferriere Fosca Lavezzi cui abbiamo dato spazio nel numero 27 di Corriere Padano.
Di Daniele Novara – Intendo rassicurare la lettrice del Corriere Padano, signora Fosca Lavezzi, che non era assolutamente mia intenzione offendere in alcun modo la sensibilità e la dignità degli abitanti di Ferriere che hanno vissuto il dramma dell’omicidio di Annalisa Lombardi compiuto con una particolare efferatezza il 24 luglio scorso. Ai cittadini di Ferriere esprimo tutta la mia solidarietà.
Alcune delle mie frasi e parole, prese fuori dal contesto del ragionamento complessivo, acquistano un senso che non vogliono e non possono avere. Sono molto dispiaciuto che questo abbia creato ulteriore dolore. Ho inavvertitamente toccato delle corde delicatissime.
Cerco allora di chiarirmi. Il mio intento era di provocare una riflessione sui temi della violenza e sui tanti luoghi comuni corrispondenti (ad esempio: “Ma dove è il movente?”).
Il caso dell’omicidio di Ferriere si presta a fare chiarezza sulla matrice di follia di ogni violenza. Anche quando gli psichiatri, come ad Oslo, arrivano a dichiarare Breivik capace di intendere e di volere. Qualsiasi persona di buon senso si chiede legittimamente come può un essere umano normale decidere di andare a fare il tiro a segno per abbattere e uccidere 77 ragazzi in vacanza in un campeggio su un’isola.
Da trent’anni faccio ricerca su questi temi prevalentemente a partire da un versante pedagogico. Due cose continuano a colpirmi e inquietarmi. L’attrazione per la violenza, per le armi, per la guerra che ancora serpeggia nei discorsi, negli spettacoli, nei commenti, quasi che non bastassero tutti gli orrori e le crudeltà che hanno accompagnato la storia umana anche negli ultimi secoli.
E poi la mistificante abitudine di confondere la violenza col normale litigio, usando ad esempio il termine conflitto come sinonimo di guerra, come se una discussione fra genitori e figli adolescenti fosse la stessa cosa del bombardamento su Tripoli.
In entrambi i casi la violenza viene banalizzata, resa leggera e inconsistente. Quasi come in un videogioco dove l’avversario lo puoi abbattere senza tanti patemi e senza tante complicazioni. A un certo punto, al di là del dolore, ho avuto paura che anche a Ferriere potesse partire questo film, più tragico che la violenza stessa. Così non è stato e oggi a distanza di un mese e mezzo si può dire che la condanna della violenza è stata unanime senza alcun tentativo di giustificazione.
Al di là dei fraintendimenti o delle mie parole fuori misura, penso che valga la pena continuare a riflettere e a domandarsi. Ma specialmente a lavorare perché la storia non ripeta le sue crudeltà.
Per questo credo nel lavoro educativo che oggi risulta purtroppo sempre più marginale, confinato in un mondo puramente femminile piuttosto che essere condiviso da tutta la società.
Questo è anche l’impegno dell’istituto che dirigo (Centro Psicopedagogico per la pace e la gestione dei conflitti) nato proprio a Piacenza nel lontano 1989 per costruire una cultura che sappia mettere le nuove generazioni in una convivenza fatta di vera sicurezza e fiducia reciproca.

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