di Bernardo Carli – Non si può restare indifferenti di fronte al dramma di tanti cittadini che vivono gli effetti della congiuntura economica. La solidarietà non va solo agli operai di Portovesme, o ai minatori del Sulcis, ma anche ai tanti che, sparpagliati nel territorio dell’Europa, consumano in solitudine un disagio che spesso è disperazione. Oltre i confini dell’area dell’Euro, in paesi nei quali fame e sete sono i compagni inseparabili della vita, dove questa riesce a sussistere, il mito del mondo occidentale non si è spento, perché, a ben vedere, noi restiamo pure sempre i più fortunati. Da questo ancora sbarchi di profughi, in fuga da un unico teatro di guerra, nel quale la morte non è diversa se provocata dalla denutrizione o dalle armi.
Che orribile situazione, quella nella quale le migliori menti della nostra umanità stanno cercando una via d’uscita. Non mi intendo di economia e per mia natura detesto i “ragionamenti da bar” ed il bricolage intellettuale. Conosco tuttavia solo un poco, come tutti, la vita che alla quale abbiamo il privilegio di partecipare, con gioia e con dolore. Forte di tanta ignoranza, mi sembra sempre più che il gatto seguiti a mordersi la coda. Manca il denaro e crollano i consumi che determinerebbero la capacità di avere denaro e quindi consumare. Gli economisti studiano per scoprire quell’anello più facile da rompere perché il gatto torni a fare le fusa e si dedichi ad altro.
La situazione tuttavia alimenta in me la convinzione che ogni misura sia stata superata. Orazio quasi un secolo prima di Cristo si esprime con una sentenza, tanto scontata e pur dimenticata che può essere regola applicabile in ogni contesto: “est modus in rebus ….”, che poi vuol dire che in ogni cosa c’è una misura oltre la quale, come seguita il testo, non può sussistere il giusto. Lascio a chi si intende di filosofia l’esegesi di un testo apparentemente facile, quanto nella realtà complesso. Cosa è la “misura” e ancora, quale è il senso del termine “giusto”?
A me basta il poco che ho compreso dal tempo di questa estate che finisce. Penso ai giorni di ozio, trascorsi lontano dal rumore e dall’obbligo di divertirsi che ci ha infettato tutti. Penso alla casa di campagna, una mia autentica ricchezza, nella quale la relazione con gli amici ha generato un buon umore intelligente. Penso alle cene semplici e ai discorsi pacati, al canto discreto degli uccelli e alla musica dei grilli che ha cullato le notti di sonno e di lettura. Penso al tempo dedicato ad ascoltare, parole, musica, ma soprattutto silenzio. Sì perché il silenzio è la tela vergine sulla quale si dipingono le cose più importanti. Ho provato piacere ripudiando il troppo e l’orrore per il vuoto. Ho proposto alle mie piccole nipoti questo silenzio, occupato solo dai i giochi che tutti i bambini fanno da sempre: correre, far capriole, disegnare, mettere in fila sassi e colorarli, dare alle cose un significato che solo ciascuna di loro sa fare. Erano arrivate armate di videogioco portatile, con la raccomandazione della mamma di usarlo, come la televisione, non più di un’ora ogni giorno. Entrambe le “cose” sono risultate assai meno interessanti di una “torta di fango” o di una passeggiata per raccogliere more. Orazio mi ha accompagnato nella vacanza più bella, quella che è costata meno. Sì perché nel silenzio, anche il cibo prende un profumo migliore e una fetta di pane e marmellata è molto più buona di una merendina da pubblicità; la doccia poi, utile solo se si è davvero sporchi, fatta con acqua fredda, è più tonificante e quasi “frizzante”. In auto, da usare solo per le cose importanti, andando adagio si vede tutto meglio e l’aria tra i capelli è profumata più di quella che esce dal condizionatore e se risulta calda, capiamo che adesso è estate e che dopo verrà il freddo che ci obbligherà a chiudere i finestrini e accendere il riscaldamento.
Quanto detto per sostenere che se per un verso la crisi che sopportiamo, chi più e chi meno, è il segno d’aver oltrepassato ogni lecita misura, ogni limite “rectum”, ogni moralità, c’è forse un modo per vivere ancora. “Est modus in rebus”, amici miei e le disgrazie che ci colgono sotto ogni forma, non escludendo la ribellione della natura ai nostri scellerati sfruttamenti, le guerre fratricide, la miseria e la fame sono il segnale che ci esorta a ritrovare la misura giusta. Consapevoli della responsabilità che comporta esimersi dai consumi, potremo vivere senza il telefonino dell’ultima generazione, senza il televisore rigorosamente piatto, con un’auto vecchia e una buona bicicletta, con una temperatura più bassa nelle sere invernali e un cibo meno raffinato. Avremo tempo per stare in silenzio ad ascoltare le parole degli amici, dei vicini di casa e soprattutto dei nostri figli, che necessitano d’essere accolti ed ascoltati e non interrogati frettolosamente dando in cambio regali inutili, dispendiosi e soprattutto dannosi alla loro crescita umana.
Per chi ha in poca simpatia per il vecchio Orazio, suggerisco Chico Buarque de Hollanda, autore di una canzone, splendidamente tradotta da Ivano Fossati: “. . ha che sarà, che sarà …….quel che non ha governo/ nè mai ce l’avrà/ quel che non ha vergogna/ nè mai ce l’avrà/ quel che non ha giudizio.”




