Milza: “Le cooperative sono una solida realtà”

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milza“Io posso fornirle i dati della cooperativa San Martino: nell’ultimo triennio (2012-2014) ha raddoppiato il numero dei suoi addetti”. Risponde così Francesco Milza, presidente di Confcooperative Emilia Romagna e con essa, appunto, vice presidente della cooperativa San Martino, settore terziario,  a una sollecitazione circa il balletto delle cifre relativamente all’aumento del Pil, ai dati sull’occupazione e sulla ripresa economica.
Ma le cifre relative alla San Martino costituiscono un dato rappresentativo?
“Il nostro raggio d’azione oltrepassa la dimensione provinciale, la cooperativa lavora come operatore logistico, alla pari di altri competitor, su un mercato ampio e agguerrito. Comunque, nel 2014 in Emilia Romagna la cooperazione ha aumentato di 4500 unità i propri addetti. Un dato assai significativo”
Può essere la formula stessa della cooperazione a determinare il risultato?
“Circola da sempre una leggenda metropolitana, cioè che la cooperazione sia un soggetto economico anticiclico, in grado di reagire bene nei momenti di crisi e meno bene negli altri. Non è così, lo abbiamo visto negli ‘anni ruggenti’, prima del 2008. Di sicuro le cooperative hanno capacità intrinseche di armonizzare pianificazione e andamento della società, sono in grado di assorbire meglio i momenti di crisi da un lato e dall’altro, grazie al modello partecipativo, hanno tempi di reazione più lunghi nei periodi di ripresa”.
Le cooperative agroalimentari, in seno a Confcooperative, costituiscono una presenza importante. Come interagiscono, come interagite con Expo?
“Proprio l’altra settimana siamo stati presenti a Expo (per replicare nelle settimane  dal 13 al 19 luglio e dal 14 al 20 settembre ndr) con i nostri prodotti ortofrutticoli (delle coop aderenti a Confcooperative, ndr) e con le nostre metodologie di produzione all’avanguardia. Per conciliare l’ottica commerciale con il discorso più ampio della promozione del territorio”.
L’immagine delle coop, da qualche tempo, nell’opinione pubblica non gode di buona salute…
“Siamo impegnati nel processo Aci (Alleanza delle cooperative italiane): nel bene e nel male l’identità tra cooperative singole e movimento cooperativo è molto forte. E’ quindi giusto e necessario riservare un’attenzione più alta rispetto a cattive pratiche e cose di questo tipo. L’azione di controllo sulle coop deve essere necessariamente meticolosa. Le mele marce vanno prese e tolte dal canestro”.
La vicenda legata alla ripubblicizzazione Asp del Vittorio Emanuele ha creato attriti tra cooperative impegnate nel processo Aci. Non è un buon viatico.
“Non direi che ci siano attriti. Si tratta piuttosto di un problema di visione politica riguardante l’amministrazione. Ritengo però positivo che il Comune abbia ritenuto opportuno riservarsi un ampio margine di riflessione”.
L’Aci è un soggetto che ha numeri diversi rispetto a quelli delle singole centrali cooperative: come cambia il rapporto con le istituzioni anche in considerazione del fatto che un po’ tutte le associazioni di categorie (ad esempio i commercianti) attraversano una visibile crisi di rappresentanza?
“Sul ruolo di rappresentanza che deve avere un’associazione di impresa la crisi ci ha insegnato qualcosa: da mera rappresentanza sindacale l’associazione è diventata strumento promotore di iniziative economiche. Iniziative come le reti di impresa (quella su Grana Padano, ad esempio) o i consorzi hanno aiutato numerose imprese a crescere e a ristrutturarsi al loro interno. L’associazione, diciamo, ha acquisito una funzione più manageriale che politico-sindacale”.
Come prosegue il confronto per ottenere rappresentatività all’interno della Camera di Commercio?
“Ora direi proprio che è giunto il momento, crediamo di meritare una adeguata rappresentatività all’interno della giunta camerale”.
Il presidente dell’Ordine degli Architetti, Giuseppe Baracchi, ha lanciato la proposta di ripensare la città auspicando una stretta collaborazione con il Comune. Sembra che dall’amministrazione la sollecitazione non sia stata colta.
“Tutto molto bello ma prima bisogna avere chiari gli elementi sui quali ripensare la città. E allo stato non vedo, come si direbbe nelle aziende, il ‘business plan’ del nostro territorio. Mi auguro che questa sia una fase di riflessione, in cui qualcuno al business plan sta pensando, altrimenti saremmo di fronte a una perdita di tempo. Un territorio si deve porre la domanda su cosa è e cosa vuole fare”.

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