Luigi Cavanna, lo scienziato della porta accanto

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Quando la politica si accorge di te e tu non sei un politico vuol dire che nel lavoro che fai ti sei illustrato al punto d’essere presentato coram populo come un fiore all’occhiello e, per dirla in maniera prosaica, come calamita di voti. E’ il caso del dottor Luigi Cavanna, corteggiato a ogni tornata elettorale dagli schieramenti in competizione ma, fino ad ora, tetragono agli allettamenti. Segno, anche questo, di particolare affezione a una professione che, senza retorica, qualcuno evidentemente continua a praticare in ossequio a genuina vocazione.
Il piacentino Cavanna, direttore del dipartimento di Oncologia-Ematologia dell’ospedale di Piacenza, ha negli anni ricevuto riconoscimenti nazionali e internazionali, ha elevato il reparto piacentino che dirige a livelli di sicura eccellenza, ha all’attivo decine di pubblicazioni su quelle riviste che in campo medico fanno scienza e letteratura, è divenuto – cosa tutt’altro che scontata – il medico riconosciuto e amato dalla gente. Cavanna, insomma, è lo scienziato che ha saputo coniugare l’altissimo profilo professionale alla dimensione popolare e amata del medico capace di non comune umanità.

Il dottor Luigi Cavanna

Dottor Cavanna, in Italia, e non solo nei Pronto Soccorso, c’è carenza di medici. Che fare?

La carenza di medici preoccupa, ma non è un problema di oggi. Nel nostro Paese le istituzioni, e in questo caso anche noi medici, ci dimostriamo incapaci di intervenire tempestivamente: si aspetta l’emergenza, il che non va bene. Perfino i concorsi da primario in qualche caso vanno deserti; le faccio un esempio che riguarda il mio settore, l’oncologia. Su trenta iscritti si sono presentati in quindici col risultato che oggi la graduatoria è già esaurita. E’ un segno dei tempi. Qual è la soluzione? L’imperativo in questi casi è aumentare la produzione e ridurre il consumo. La proposta emersa in conferenza stato-regioni consiste nell’assumere, da un lato, medici laureati abilitati che lavorando nei reparti si specializzino – per aumentare gli ingressi – e, dall’altro, di ridurre, su base volontaristica, i pensionamenti. Si tratta di una risposta di emergenza ma il cittadino ha diritto di avere risposte, cioè di trovare un medico quando ne ha bisogno.

Quali sono le criticità a livello locale?

Guardi, da noi, a Piacenza, è stato fatto tanto ma altrettanto resta da fare. In campo oncologico, per esempio, non abbiamo un esame di diagnostica denominato PET e i nostri pazienti per sottoporvisi devono andare a Parma o in Lombardia. Ancora: prima – parlo di chirurgia – si operava a Fiorenzuola e a Castelsangiovanni, ora il forte ridimensionamento dei reparti ha ridotto sensibilmente le possibilità. E per rispondere alle esigenze dei pazienti è fondamentale dotarsi di tecnologie adeguate.

In Emilia Romagna arrivano pazienti da tutt’Italia. Anche la nostra città è in grado di attirare pazienti da fuori?

Sì, ma la capacità di Piacenza di attrarre pazienti da fuori è legata soprattutto a singole équipe. Senza far nomi: ci sono reparti più o meno attrattivi. Essere attrattivi significa produrre buoni servizi e per me si tratta di un obiettivo. Intendiamoci, non tanto per ‘fare numero’, bensì perché significa essere riconosciuti e ricercati per il buon lavoro svolto. Da questo punto di vista Piacenza potrebbe essere più attrattiva e in ogni caso il livello raggiunto va mantenuto e migliorato nel tempo.

A Piacenza si fa ricerca clinica?

Sono personalmente convinto che la ricerca costituisca la base per offrire un buon servizio all’utenza. Fare ricerca significa acquisire un metodo di lavoro scientifico, riproducibile e molto sicuro per il paziente e significa avere a disposizione farmaci sperimentali che diversamente si renderebbero disponibili tre o quattro anni dopo. Ciò vuol dire intervenire con cure d’avanguardia e anche per questo fare ricerca è davvero molto importante. Un ospedale, inoltre, viene valutato, anche e soprattutto, per la capacità di pubblicare le proprie ricerche su riviste scientifiche indicizzate. Dunque, più un ospedale pubblica più è un ospedale qualificato, il che vuole dire che la gente è curata meglio. Tornando alla domanda, a Piacenza in alcuni reparti l’attività di ricerca viene svolta, in altri meno. Lo sforzo in cui siamo impegnati – io sono coordinatore del ‘gruppo ricerca e innovazione’ dell’ospedale – è far sì che la ricerca si sviluppi il più possibile, si estenda gradualmente a tutti i reparti e sul territorio.

In che senso sul territorio?

Le faccio un esempio: nella Casa della Salute di Bettola pratichiamo trattamenti chemioterapici. Proprio l’anno scorso abbiamo pubblicato una ricerca sulle cure oncologiche nelle case della salute. Lo scopo è ovviare capillarmente ai vuoti di conoscenza scientifica. Se gli ammalati si curano meglio dove si fa ricerca allora il malato sul territorio (cioè il malato che viene curato a casa o negli ambulatori) è di serie B rispetto a quello curato in ospedale? Non dev’essere così: dunque sul territorio si deve e si può fare ricerca e questa è la sfida di oggi: se riusciamo a vincerla questa potrebbe essere la carta vicente perché saremmo favoriti nel proporre sul territorio un’attività medica che i grossi ospedali non garantiscono.

Il nostro territorio è ben presidiato per quanto riguarda le cure sanitarie?

Nel territorio bisogna riempire di contenuti veri la case della salute, cioè che diano veramente una risposta ai bisogni del malato. Sono ormai numerose e potrebbero essere davvero la carta vincente di curare di più i malati vicino a casa ma è ovvio che il malato andrà alla casa della salute se riceve la soluzione al suo problema.

C’è un altro problema, assai grande: riguarda gli anziani non autosufficienti.

La cronicità da un lato esige il potenziamento dell’assistenza domiciliare e nel caso di pazienti soli occorre valutare la possibilità di reparti di lungodegenza, con gli ospiti seguiti da personale adeguatamente formato. Si tratta, è evidente, di un grande problema: sarebbe assurdo fare il possibile per aumentare la durata della vita per poi non garantire il supporto che la maggiore longevità richiede. E dico una cosa: i medici che vedono i malati, non devono tenere per sé le problematiche dei pazienti, o limitarsi a curare il proprio ‘pezzettino’, bensì vedere il malato nella sua complessità e portare a chi di dovere le problematiche di competenza: ai superiori e ai sindaci per le scelte politiche. Il medico quando individua un problema di ordine sanitario non deve stare zitto, deve comunicarlo e fare di tutto affinché sia risolto.

Capitolo nuovo ospedale: abbiamo la possibilità di farlo su misura del territorio, giusto?

E’ così. La direzione dell’azienda sanitaria ha predisposto gruppi di lavoro che coinvolgono medici, infermieri e tecnici dei diversi settori. Dai gruppi arriveranno suggerimenti ad ampio spettro: dalla struttura muraria all’accoglienza, dall’umanizzazione alla ricerca. Lo scopo è veicolare le istanze che vengono dal basso.

E il vecchio ospedale, che farne?

Il nucleo antico dovrebbe essere valorizzato come patrimonio culturale e artistico della città, il polichirurgico potrebbe invece ospitare, ad esempio, quei reparti di lungodegenza di cui parlavamo. Con dei costi, certo. Però, guardi, io penso questo: un tempo le persone più ricche della città facevano donazioni per beni comuni come gli ospedali. Ecco, è un’idea che potremmo riprendere, con tanto di targhe a ricordo imperituro dei benefattori. Le possibilità ci sono, io lo farei, si tratta di dimostrare un attaccamento al territorio che la nostra città ha sempre manifestato. Piacenza è ricca e generosa.

Il nostro sistema sanitario l’anno scorso ha compiuto quarant’anni: è in affanno? Può ancora considerarsi universalistico?

Questo è un punto cruciale. E’ universalistico ma indubbiamente fatica, i costi in medicina aumentano di anno in anno. Una terapia oncologica affrontata con farmaci moderni può costare tra i cinque e i seimila euro al mese. Quindi dobbiamo, da un lato, far di tutto per difenderlo e, dall’altro, sentirci coinvolti in prima persona nella gestione corretta della risorse, per non sprecarle e soprattutto evitare il pernicioso ‘consumismo sanitario’, sia nella somministrazione dei farmaci che nella prescrizione degli esami. C’è una regola: ‘fai un esame se ritieni che la risposta possa condurre alla modifica della cura. Se no, non farlo’. Detto questo, il nostro sistema sanitario ce lo dobbiamo conservare e difendere con le unghie e con i denti.

E’ opinione comune che oggi solo i più deboli socialmente ricorrano alla sanità pubblica, sopportando lunghe liste d’attesa. E che i benestanti, viceversa, si rivolgano alla sanità privata: trattamenti veloci ed efficaci, pagando s’intende.

Le dico questo: noi, come medici e operatori della sanità, dobbiamo lavorare e fare di tutto per evitare disparità di trattamento. Guardi, posso dirlo: io ricevo prioritariamente i pazienti che si presentano con la richiesta del medico di famiglia, e solo dopo chi mi contatta privatamente. E’ un modo per valorizzare la sanità pubblica e per mantenermi in pace con la coscienza.

Le fa onore, ma è un’eccezione

Queste cose bisogna dirle e, mi si consenta, far sentire un po’ in colpa il collega che si comporta in modo diverso. Il nostro sistema è ancora un modello da seguire, assolutamente, e noi dobbiamo difenderlo anche con l’esempio. Guardi, se una persona si ammala di una malattia che cambia la vita e oltre a tutti i problemi legati al lavoro, alla capacità di fare le cose che faceva prima, si aggiunge il problema di non avere un’assistenza adeguata o di doverla pagare, tutto diventa davvero drammatico. Negli Stati Uniti per i malati si parla di ‘tossicità finanziaria’: quando finiscono i soldi molti smettono di curarsi. Noi non arriveremo, non dobbiamo arrivare a quei punti: per questo dobbiamo fare di tutto per difendere il nostro sistema sanitario.

In Italia, però, rispetto al Pil, la spesa sanitaria si riduce ogni anno. Ed è inferiore, ad esempio, di quella sostenuta da Francia e Germania.

Guardi, questo è il vero miracolo italiano: mantenere il sistema sanitario, la elevata qualità delle cure e il livello della ricerca nonostante la voce di spesa sia sempre più bassa. Credo che in questo senso sia fondamentale il ruolo del volontariato, che dà una mano enorme, soprattutto in Emilia Romagna: paga stipendi a medici con borse di studio e investe tantissimo in raccolta fondi e donazioni. Questo non supplisce alle carenze del Pil ma ci permette di avere un risultato perfino migliore di Francia e Germania. La mortalità per tumore, per esempio, nel nostro paese è leggermente inferiore a quella di Germania e Francia.

Non per parlare di politica, ma in Emilia Romagna come siamo messi?

Voglio dirlo ad alta voce: l’Emilia Romagna è l’unica regione che nel 2004 ha fatto una legge sulla ricerca clinica, in cui si dice che tutti gli ospedali devono fare ricerca e questa è una grande cosa. Una grande cosa non per me come medico, bensì per me come malato. Ha equiparato la ricerca all’assistenza e alla formazione, che sono obbligatorie. La traduzione in pratica, poi, non è sempre facile ma il fatto che ci sia una legge regionale che sostenga la ricerca negli ospedali, per la popolazione è una cosa molto importante che ribadisco: dove si fa ricerca si cura meglio, se a Bobbio si fa ricerca il cittadino curato a Bobbio viene curato come al San Raffaele di Milano.

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