
“Gentili signori, vent’anni di guerra in Afghanistan, e gli occidentali se ne vanno lasciando il paese nel caos e le donne al burqa. Il nostro primo pensiero è che la guerra è sempre il problema, non la soluzione. Come avrebbero potuto essere spesi quei miliardi senza le armi e senza gli eserciti, per la popolazione civile, la pace e la libertà delle donne?”
Spinte da queste considerazioni le Donne in Nero sono tornate in piazza con convinzione, anche a Piacenza, e chiedono che “la guerra diventi un tabù come l’incesto”.
Parole forti e le sottolinea Stefania Cherchi animatrice del gruppo piacentino che venerdì 3 e sabato 4 hanno manifestato davanti alla chiesa di San Francesco. Un ritorno nello stesso luogo che tra la fine degli ‘80 e l’inizio degli ‘90 (era il tempo della prima intifada che contrapponeva palestinesi e israeliani) le vide protagoniste sempre per mettere in evidenza, in un mondo sempre più distratto, la forza delle istanze di pace.
Un ritorno alla protesta attiva dopo vent’anni, c’è un filo temporale tra i due periodi?
“Il movimento c’è ed è presente nonostante tutto e i nostri punti caldi restano sempre gli stessi: il tema dei palestinesi, la pace e le donne. Sono il cuore del nostro operare e del nostro sentire.
In questi anni ci siamo sempre mobilitate con una certa continuità anche se va sottolineato c’è un elemento biografico che certamente pesa. Oggi torniamo in piazza per mettere l’accento sulla gravità della situazione afgana e sul disastro che ha prodotto la guerra”.
Fuori la guerra dalla storia. La politica, gli stati e gli interessi delle nazioni sembrano non cogliere questo grido. Una piattaforma irraggiungibile?
“Non ci stancheremo mai di andare in piazza su questo argomento e lo abbiamo fatto contro tutte le guerre come quella dell’Iraq e quella dell’ex Jugoslavia. Guerra voluta dalla sinistra. Anche quella guerra è parte del problema che portiamo oggi in piazza. E’ stato il momento in cui si è creduto di fare la guerra pensando e dicendo che si portava la pace”.
In che rapporti state con la sinistra? Mi sembra di cogliere distanza…
“E’ drammatica l’incapacità manifesta della sinistra nel disegnare una prospettiva propria. E’ spinta sul sentiero dell’omologazione qui e in Europa. L’Italia? Beh, il Pd per esempio è sempre più monopolizzato dalla sua componente democristiana. Del resto la sinistra pesca consensi nei centri storici, non nelle fasce popolari. Lo si vede da anni”.
Ora che fare di fronte a problemi internazionali che spingono all’uscio di casa?
“Sono molto pessimista. Lo stesso Gino Strada che ha sempre sottolineato la guerra come problema principale ha detto di non credere alla volontà politica di superarla come strumento di soluzione dei conflitti. La centralità, oggi come ieri, resta quello delle spese militari, e questo comporta un intervento tanto profondo che dovrebbe portare a una ristrutturazione generale degli stati. Improbabile. Cosa ci si deve aspettare ora? Credo che gli americani risponderanno nel modo di sempre quando si sono trovati in difficoltà: faranno una guerra.
Contro l’Afghanistan?
“Hanno sempre reagito così. Spero fortemente di essere smentita”.
Il movimento delle Donne in Nero è rimasto un’espressione un po’ elitaria. Perché?
“Non si deve dimenticare l’origine. Le Donne in nero nacquero da alcune donne israeliane per chiedere pacificamente, durante la prima Intifada, la fine dell’occupazione. Non nascono da posizioni radicali contro una parte o l’altra, che sarebbe la cosa più facile, ed è un fatto che per esempio in tante formazioni di sinistra con piattaforme molto semplificate non abbiamo molto seguito. Accanto a questo va considerato che viviamo in un periodo di stanchezza, con un sistema politico impermeabile a questo tipo di istanze. Faccio un esempio. Negli anni Ottanta in diversi mettevano in atto l’obiezione alle spese militari: ora a voler attivare questa forma di protesta pacifista si va incontro a difficoltà burocratiche tali che è diventato impossibile raggiungere l’obiettivo”.
La questione afgana pone il tema delle donne diventate corpi da governare e manovrare. Questo dovrebbe impegnare direttamente l’Occidente o no?
“Dovrebbe, certo, perché quello che sta avvenendo è un dramma enorme. Ricordo che in Iran con il ritorno dello stato confessionale il tasso di suicidi di donne salì alle stelle. Ora in Afghanistan tante hanno coltivato se non la libertà, almeno la speranza di poterla raggiungere per sé e per le loro figlie. Ma ora…si torna punto e a capo e noi che facciamo?”
Tutti sembrano adoperarsi per le donne afgane, però l’impressione è di un doppio binario: da un lato la pietà: “povere donne…” poi se si parla di ospitarle…
“Sì, è così. Diciamolo, il salvinismo ha vinto. Vince il “Purché non vengano a casa mia”. Su questo tema l’Italia è molto indietro rispetto ad altre zone d’Europa penso a Parigi, a Londra dove la multiculturalità si tocca con mano. Da noi i livelli per discutere sono due. Uno ideologico e l’altro economico e politico che considera l’idea di aiutarli sì, ma guardando al Pakistan come paese designato per farlo. E mi chiedo come possiamo noi decidere quello che deve fare un altro stato? Il Pakistan farà la sua parte, ma anche noi dobbiamo fare la nostra”.
Sono avviate anche raccolte di fondi finalizzate ad aiutare le donne afgane: in un grande magazzino in questi giorni ho sentito l’annuncio che un euro della spesa fatta sarebbe stato devoluto a quella causa… Che dire?
“Già, succede. Posso aggiungere una cosa? Mi piacerebbe che qualcuno in Italia facesse qualcosa per le donne che vengono ammazzate nel nostro paese. Mi chiedo, qualcuno sta facendo qualcosa? Quanto alla raccolta di fondi, meritorio sarebbe finalizzarla ad aiutare i centri antiviolenza che stanno chiudendo perché non hanno più sostegni…”.






