
Ora che la contesa si è spenta nelle sue forme accese e pubbliche, (anche se resta viva sottotraccia), dell’edificio dell’ex autostazione delle corriere di piazza Cittadella non rimane che uno sbiadito ricordo. Anche le cartoline stampate non appena conclusa la sua costruzione sono quasi introvabili e quei pochi pezzi sono coperte dalla patina “seppiata” dal tempo.
Chissà se l’autostazione sopravvive nello fondo di qualche foto ricordo scattata dai più assidui frequentatori dei tempi d’oro, gli studenti. Sono loro che per almeno 50 anni si sono avvicendati in quegli spazi, tra biglietteria, sala d’aspetto come riparo minimamente caldo per “salvarsi” un po’ dal freddo invernale o solo in attesa dell’arrivo della corriera per il ritorno a casa.
Se vogliamo era un centro di incontro obbligato per tanti giovani con storie e provenienze diverse che avevano in comune Piacenza solo perché la città offriva le scuole che nei paesi di residenza mancavano. Almeno per cinque anni della loro giovinezza tanti piacentini di provincia – oggi ormai ultra adulti – sono passati di qui. Nel luogo che oggi non c’è più. Che resta nella loro memoria.
Giovani e meno giovani che di quello spazio hanno calpestato il pavimento, hanno condiviso con altri che, abitando nelle valli, dovevano venire a Piacenza per sbrigare commissioni burocratiche, per visite mediche, per chiarire questioni pensionistiche in tempi in cui l’automobile non era un bene così diffuso e restava privilegio per pochi, la stazione delle corriere ha rappresentato un punto di arrivo. Sì, un punto di arrivo per tanti progetti di vita e di lavoro. Finiti bene, finiti male… secondo lo svolgersi della vita.
L’autostazione di piazza Cittadella resta il luogo che, per chi l’ha vissuta, è ancora vestito di colori, di voci, di grida, di risate dei ragazzi che sono passati di lì. Hanno viaggiato con amici, hanno fatto nuove conoscenze, hanno vissuto esperienze belle, ma anche brutte e da dimenticare… Insomma tutto quello che capita in uno spicchio di vita che segna il tempo di studenti e studentesse che si davano convegno qui per prendere, ciascuno, la via di casa dopo 5 ore trascorse in aula.
Ricordo un’estate in cui non ero più studentessa ma lavoratrice e per spostarmi potevo farlo solo con il pullman. Ogni mattina ogni mattina alle 9 approdavo in piazza Cittadella. Un’ora di viaggio, fermata dopo fermata gli spazi si riempivano. Dopo due settimane ci conoscevamo tutti. Sapevamo chi sarebbe salito a Fiorenzuola, a Cadeo ecc. Ci preoccupavamo qualcuno mancava l’appuntamento con il bus giallo che passava ogni ora nei paesi sulla via Emilia. Un’ora spesa a leggere. Un’ora a pensare senza correre. Sapendo che sarei ogni giorno arrivata puntuale e…riposata nonostante la levataccia che si è protratta per tutta un’estate.
Quello era un luogo di passaggio, ma non solo. Permetteva l’incontro spensierato di tanti sconosciuti che d’improvviso non erano più sconosciuti perché accomunati tutti dall’essere viaggiatori, come se le barriere tra gli uni e gli altri fossero magicamente scomparse. Quel luogo per questo non era solo “l’autostazione” che serviva per arrivare al mattino e tornare a casa nel pomeriggio. No, è stata una parte pulsante della storia umana della città. Chi abitava in città quel luogo non lo ha mai conosciuto a fondo, è rimasto per decenni lo spazio delle corriere, ma oltre le corriere c’erano le persone. Sarà anche per questo motivo che la città sembra non aver amato troppo questo luogo visto che è stato abbandonato per anni senza pensarne un nuovo utilizzo.
Fuori dalla nostalgia dei ricordi resta l’oggi. E la domanda che frulla in testa da quando si è compiuto l’abbattimento di quella struttura è sempre la stessa. Quel luogo – bello o brutto, non si discute di questo – non poteva essere rigenerato, reinventato e riutilizzato in altre funzioni? La città non è forse fatta di stratificazioni anche discutibili? Basti vedere alcune testimonianze di un passato recente che poco ha avuto a che fare con il concetto di bellezza, vale per centro e periferia. Se allunghiamo lo sguardo alla zona di prima urbanizzazione (viale Dante in primis) non brilla per queste caratteristiche. Un progetto di riqualificazione potrebbe prevedere l’abbattimento di parte di queste zone per far posto ad altro? Riqualificazione significa ridare qualità a qualcosa che non ce l’ha più e quindi nuova vita.
Rigenerandone le funzioni e gli utilizzi per l’autostazione non avrebbe potuto esserci altra storia? Non era possibile? Domanda senza risposta oggi che il luogo non c’è più… Rischia di apparire quasi un esercizio ozioso se non fosse per quel ricordo che resta (più o meno vivo non so, ma resta) nel ricordo di tantissimi piacentini oggi adulti e ieri ragazzi che arrivavano a Piacenza con la corriera per studiare, ma anche per raggiungere il posto di lavoro. E non è poco.
Una cosa tira l’altra. In questi giorni a palazzo Gotico è esposta la bellissima mostra Scart a cura di Hera basata esclusivamente sul concetto di riuso di materiali di scarto addirittura già condannati a diventare rifiuti e come tali trasportati nei depositi e che invece… rinascono. Mani sapienti e spiriti creativi hanno visto in essi nuove vite possibili. Così la creatività degli artisti ha dato forma a funzioni inimmaginabili prima. Armoniche, ironiche e capaci di far pensare: “Ma toh guarda non avrei mai immaginato da che persiane usate potessero nascere solide seggiole…” .
Quel messaggio è positivo, è rinfrancante e persino consolante. Piccole pastiche, pezzi di cuoio, perfino fili di collegamento dei computer diventano componenti di abiti che danno eleganza ai manichini, il cuore della mostra.
Per l’autostazione non è stato così. Insieme agli alberi che le facevano da corona come per proteggerla alle spalle è venuta giù, sono diventati macerie e legna da ardere anche se una parte dei tronchi sono stati reinventati come oggetti di gioco per il vicino asilo.
L’abbattimento dell’autostazione va ascritto a un modo di pensare il sistema urbano alla maniera antica: non serve? Si butta. Non succede solo a Piacenza. È via via sempre più diffuso.
Cosa avrebbe potuto diventare l’autostazione rivisitata, rivista, reinventata – ad esempio come edificio tutto vetri, acciaio ecc – avrebbe potuto diventare uno spazio utile – comodo perché centrale – per ospitare diverse attività vuoi di promozione turistica, vuoi di co-working, vuoi di concept store multipli che forse potrebbe essere una formula nuova per combattere la desertificazione del piccolo commercio. Tutti si rammaricano del fatto che, giorno dopo giorno, si stiano perdendo “gli occhi di bottega” (spesso per diventare garage) in tutte le strade del centro cittadino, premuti gli esercenti, quando non schiacciati, dai costi di mantenimento, affitti in primo luogo.
La creatività – come magnificamente si esprime nella mostra di palazzo Gotico basata su materiali buttati in discarica – è alla base di qualsiasi iniziativa umana.
E in questa stagione s’impone il massimo della creatività perché se, come si dice ormai come fosse un ritornello stantìo, il mondo è cambiato questo cambiamento ora, non lo ascriviamo solo ai temi universali, ma lo tocchiamo con mano direttamente tutti noi e ogni giorno. E quello che vediamo non è per nulla positivo. Insidia alle radici la costruzione sociale che noi, ragazzi che arrivavamo a Piacenza con la corriera per studiare o lavorare, ci eravamo immaginati.
Il punto di partenza per immaginare una città nuova non può non tenere conto della realtà problematica in cui viviamo caratterizzata da invecchiamento della popolazione, stratificazioni di culture diverse che con difficoltà si amalgamano, problemi macroscopici di qualità dell’ambiente, effetto centrifugo che dal centro spinge verso la periferia, residenze e servizi alla stessa. L’autostazione di piazza Cittadella, il suo abbattimento quindi non è solo un episodio da ascrivere a una normale scelta di rigenerazione urbana… Da domandarsi poi se sia sufficiente questa classificazione quando i contenuti della rigenerazione appartengono al mondo di ieri. A quello che non è più. Anche questo un dilemma dell’oggi.




