
Il business è donna: lo rivela il board report di Eversheds International con cui vengono analizzate le performance di 250 top company tra Europa, Usa e Asia negli anni della crisi. Secondo quanto rilevato, le aziende con un consiglio di amministrazione formato da poche persone e con una percentuale alta di donne hanno superato meglio la crisi finanziaria, oltre ad avere ottimi parametri di redditività sia in termini di performance aziendale che di efficienza economica. I direttori donna, insomma, diminuiscono il rischio di insolvenza o fallimento per l’azienda. La situazione italiana non smentisce questa tendenza: un’analisi di Cerved dimostra infatti che le aziende italiane aventi il 30% di donne nel cda raggiungono risultati migliori; nel campione selezionato per lo studio – 2000 imprese con un fatturato superiore a 100 milioni di euro all’anno, tra 2008 e 2009 – la possibilità di default è del 6% contro il 7,1 delle imprese con management maschile. Se l’amministratore delegato è donna, il rischio di default addirittura si dimezza arrivando al 3,8% di possibilità (contro il 6,7). In occasione dell’imminente festa della donna, nella cui prossimità tornano d’attualità molti temi legati all’universo femminile, abbiamo chiesto a Nicoletta Corvi, direttore di Confcooperative Piacenza dal 2012, alcune considerazioni sul ruolo della donna nel management. Nella sua attuale posizione, la dott.ssa Corvi dirige complessivamente l’attività dell’Unione, coordina l’assistenza fornita alle cooperative associate, collabora con il Presidente per dare attuazione a tutte le deliberazioni dell’Assemblea, del Consiglio provinciale e del Consiglio di presidenza. “Le differenze tra uomo e donna nel management? Pur ritenendo che più che di una questione di ‘genere’ si tratti di una questione di ‘persone’, ognuna con le sue particolarità, è pur vero che la caratterizzazione di una leadership ‘al femminile’ è diversa da una prettamente maschile, per le ovvie differenze esperienziali. – racconta la dott.ssa Corvi – Le donne certamente portano alcune caratteristiche positive nella vita lavorativa: la spiccata capacità di relazione e interrelazione, ad esempio, e di mettere in comune risorse per obiettivi condivisi; l’elasticità e la duttilità nell’affrontare le singole criticità, con approccio anche sperimentale. In generale, è più proprio della mentalità femminile dare vita ad un rapporto ‘cooperativo’ per il successo dell’intera squadra. La capacità di concepirsi non solo come singolo ma come gruppo è quasi innato nella donna, di cui è culturalmente e socialmente propria l’esperienza della ‘cura’. Devo dire che questo approccio si adatta maggiormente all’attuale mercato che non è più fatto di schemi e metodi rigidi. In tempi di crisi e di difficoltà sempre nuove, infatti, non può che giovare un tipo di lavoro che sia orientato alla risoluzione del problema con capacità di adattamento e di cambiamento. Anzi, probabilmente è proprio quello che ci vuole: le competenze trasversali sono importanti in fasi di congiuntura come questa e di certo la loro applicazione anche ad alti livelli è più performante”. Autorevoli studi hanno rilevato come le differenze di genere, sul lavoro, contino. Su 10 caratteristiche che contraddistinguono un leader, ben 7 sono femminili: le indagini condotte da Caliper e Aurora nel 2011 sostengono che le donne sono più persuasive e più determinate, hanno maggiore desiderio di vedere ultimati i compiti e sono maggiormente predisposte al rischio. Nelle relazioni sociali sono più empatiche, si fanno seguire meglio dal team e lavorano tenendo d’occhio il raggiungimento dell’obiettivo e dell’organizzazione globale del lavoro. “Tutti questi dati – osserva Nicoletta Corvi – confermano che spesso le ricadute del lavoro femminile in ambito dirigenziale sono positive; si tratta di una rilevazione che comunque va approfondita ed è da tenere presente che non si tratta di un automatismo: non tutte le donne sono adatte a tutti i ruoli e, come già detto, ogni caso ha una storia a sé, che dipende più dal soggetto come individuo che come persona appartenente all’uno o all’atro sesso”. Delle “quote rosa”, nel lavoro e nella politica, cosa ne pensa? “A mio avviso si tratta di una sorta di ‘strumento a tempo’, dovuto al fatto che non ci sono opportunità sufficienti (e con sufficienti intendo alla pari di quelle maschili) per le donne, soprattutto in contesti di lavoro prestigiosi. Quando non c’è meritocrazia si genera disparità, e il rimedio nel mondo femminile è quello delle quote rosa, che corregge il meccanismo culturale che tende ad escludere prioritariamente le donne, a parità di capacità di un uomo. Quando ci sarà il cambiamento culturale che porterà a scavalcare la questione di genere, allora uno strumento come questo non sarà più necessario”.




