
di Cesare Raimondi – Gira e rigira, i calciatori che hanno lasciato impronta nel cemento fresco della memoria, appartengono a due categorie: attaccanti, portieri. Sante Crepaldi milita nella prima. Lo raggiungo grazie all’ambasciata di Sergio Sottovia. Scrivo esteso il nome per poterlo ringraziare. Non ci conosciamo, ha capito senza tante parole che non volevo vendere enciclopedie al centravanti polesano.
1 – Buongiorno Sante. Non ti ho mai visto tra i partecipanti di reality televisivi. Quindi cosa combina di bello oggi, uno che si è laureato capocannoniere con la maglia del Piacenza?
Sono sempre impegnato coi campi, ma questi li coltivo. Ho avuto un infortunio serio quando ero a Fano. Legamenti e cartilagini mi hanno abbandonato. Dopo l’operazione ho ripreso, ma sentivo che il ginocchio non era più come prima. Mio padre aveva un po’ di terra, io avevo trovato moglie, mi son lanciato in famiglia.
2 – Infatti a fine carriera professionistica sei tornato a casa. Ho letto che a Scardovari si mangiano cozze speciali, ma in pratica è l’addio al dorato mondo del pallone. Non hai tentato di rimanerci ancorato?
Ho giocato ancora qualche anno in serie D. Era più il ghiaccio usato sul ginocchio, dell’acqua usata per irrigare. Ho allenato un po’ i ragazzi, per passione. Poi, come ti dicevo, ho cambiato strada. E va bene così.
3 – Sono stato una volta sola a Rovigo. Il Piacenza era in D, c’era la partita di cartello con il Porto Tolle. Avete uno stadio che è peggio del nostro. Calciatori portati ne nascono in Polesine, ma devono emigrare. Non c’è proprio nessuno che voglia una squadra tra i professionisti dalle vostre parti?
A Rovigo si è sempre pensato al rugby. I risultati hanno dato loro ragione, quindi niente da dire. Adesso però c’è il Porto Tolle. Son tornati a giocare in paese, vogliono andare in serie C. Lì invece come va? La gente viene ancora allo stadio?
4 – I numeri sono decorosi per la categoria. Quelli che attiravate voi, erano di più. Ti chiedo una cosa che col calcio c’entra poco. Abbiamo una linea d’acqua in comune. I miei nonni gestivano un traghetto sul Po. Collegava la sponda piacentina con quella, allora, milanese. Abitavano a 100 metri dalla riva, erano abituati all’umido in casa. Tu adesso sei anche agricoltore, com’è il rapporto col fiume?
La nostra geografia è unica. Il mare è vicino, ma il Po è vicinissimo ed è lui che porta i danni. Le alluvioni diventano punti fissi per ricordare le cose. Quella del 1951 l’ ho vissuta nei tanti incredibili racconti. Mentre ho visto quella del ‘66. Pensa che siamo rientrati in casa dopo sei mesi.
5 – Arrivi a Piacenza seguendo il percorso classico. Giovane di belle speranze comprato da una grande. Ti mandano in giro a irrobustire le ossa, però i goal non sgorgano fluidi. In biancorosso ti sblocchi e ne metti 17 in qualche mese. Qual è quello che ricordi più volentieri? Se rispondi quello alla Cremonese, ti fai degli amici.
Nel derby segnai il terzo, vincevamo già 2 a 0. E’ stato bello il contorno. Sai invece cosa ricordo molto volentieri? Il giocare contro lo Spezia. Tra andata e ritorno ne ho messi dentro cinque.
6 – La stagione successiva mi interessa moltissimo. Il Piace ha te che sei il capocannoniere della serie C, e mette in rosa quello che considero il più forte attaccante visto in maglia biancorossa: Giuliano Fiorini. Tu infili una manciata di reti, lui ti scippa lo scettro di bomber. Mi lasci un commento su come andarono le cose?
Ero della Fiorentina. A parole mi avevano già ripreso con loro. In estate successe di tutto a Firenze, così sono rimasto in prestito a Piacenza. Giuliano era anche lui in prestito. Che fosse valido si sapeva. Che fosse così determinante, era l’unico a saperlo. Quell’anno ho avuto qualche noia fisica, anche se ho giocato molto. Alla fine direi che ci siamo completati bene.
7 – La prima volta che parlai con Giuliano era direttore sportivo proprio a Spezia. Ero talmente emozionato che penso di avergli chiesto aggiornamenti sul meteo. Mi fai un ritratto del Fiore visto da vicino?
Come calciatore non so come riuscisse ad essere sempre in forma. Allenarsi era un divertimento per lui. Nel senso che fatica ne faceva poca. Però la domenica era un lupo, aveva fame. Il calcio era il suo mondo, infatti non lo ha mai lasciato. Come amico era davvero uno dei buoni. Se diceva una cosa era quella. Mi son trovato molto bene.
8 – Forse in carriera hai incrociato Franco De Falco. Lavorava al Piacenza, poi il procuratore federale si è interessato ai suoi metodi di lavoro e gli ha dato 3 anni di squalifica. Una sera mi disse una cosa curiosa: “Odio questo rituale di lanciare le maglie ai tifosi. Ho giocato 20 anni, ho dato la mia a 7 persone”. Tu le lanciavi o l’hai tenuta la nostra?
Roba moderna, noi le maglie le lanciavamo all’ultima partita. E di solito ci davano quelle più consumate. Comunque quella del Piacenza è nel cassetto privilegiato.
9 – Sono passati 40 anni dalla tua prima partita alla Galleana. Eppure quando ho detto agli amici (quelli più longevi) che ti avrei intervistato, si sono commossi. Sapresti salutarli in dialetto Piacentino?
Come senti dall’accento, me la cavo meglio col veneto. Ho un bel ricordo di Piacenza. Le persone della Sede erano eccezionali. Eravamo in ritiro a Bettola. Rino Bassi, il magazziniere, mi portava su da Piacenza tutti i giorni. Aveva una 500, a volte parlavamo senza vederci tanto era stipata di tute e palloni. E poi ho ancora in bella mostra il trofeo che mi consegnò il Centro di Coordinamento Clubs Biancorossi .Ti mando la foto, magari qualcuno lo riconosce. Sono molto contento abbiate chiamato. Ne approfitto e saluto tutti, chi c’è e chi c’era.
Chiudiamo sulla domanda numero 9, il numero del centravanti. Chiudiamo con i canonici ringraziamenti per la disponibilità, e soprattutto per l’allegro stornello: “Il Piace ha vinto. Chi ha segnato? Crepaldi”.




