Il destino dei vini bianchi di vallata, con il nuovo disciplinare, potrebbe cambiare

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Stefano Pizzamiglio

Stefano Pizzamiglio:”Il fenomeno Prosecco ha penalizzato i vini bianchi frizzanti delle valli piacentine”

È notizia di questi giorni che la tanto discussa, se ne parla da almeno tre anni, rivoluzione delle DOC piacentine sia ben indirizzata verso lo scopo. Mancano infatti circa 40 firme per il raggiungimento del quorum del 66% tra vignaioli, imbottigliatori e vinificatori, che potrebbe portare Piacenza ad avere le sue prime DOCG: Piacenza Bianco, Malvasia ferma o passita, e Piacenza Rosso, l’attuale Gutturnio Riserva, che invecchia un minimo di due anni. La proposta prevede anche una rivoluzione della DOC Colli Piacentini, che nel nuovo formato introdurrebbe la maggior parte dei vini originati da uve locali, anche nella tipologia frizzante, con aggiunta delle tipologie bianco, rosso e metodo classico.

Una domanda però che può sorgere spontanea è che fine faranno i vini di vallata, il Trebbianino Val Trebbia, il Valnure, il Monterosso Val d’Arda, quei vini bianchi costituti da uvaggio, tradizionali e tipici del nostro territorio, seppur attualmente poco riconosciuti e valorizzati rispetto al monovitigno Ortrugo o Malvasia. Per essi è stato pensato di aggiungere la Menzione Geografica Aggiuntiva (MGA) al nome Colli Piacentini DOC Bianco, dando però riconoscimento anche alla Val Tidone, attualmente riconosciuta solamente come IGT.

“La loro storia è antichissima, già nel 1500 abbiamo le testimonianze di Sante Lancerio, bottigliere di papa Paolo III Farnese, riguardo al Monterosso. Probabilmente poi la tradizione di mettere insieme tutte le uve è nata perché spesso servivano a creare quantità, per utilizzarle nei pagamenti” mi spiega Matteo Cordani, sommelier FISAR, e così nel 1974-75 sono nate le prime DOC, Trebbianino a maggioranza Ortrugo, Monterosso a maggioranza Malvasia o Moscato. “In Val d’Arda ci abbiamo sempre creduto”  mi conferma Gaia Gandolfi, della cantina Gandolfi Giacomo, “mio padre, così come mio nonno hanno sempre apprezzato la sua versatilità e semplicità, in grado però di dare origine a vini più complessi nella versione ferma, che infatti trova riscontro anche fuori dal nostro territorio”, e poi da una decina d’anni è presente anche il Monterosso Festival che, grazie all’intuizione di Franco Ticchi e dell’Associazione La Goccia, raduna schiere di appassionati (7-8000 presenze in media all’anno) dando valore ad un vino particolare che solo trenta aziende producono ancora. Sorte meno rosea è toccata al Trebbianino, il cui nome è stato inventato negli anni 50’ da Anacleto Bonelli, e che nonostante la DOC molto precoce ha via via perso numeri produttivi, rimanendo con solamente una manciata di aziende che lo mantengono tra i propri vini: tra esse Cantine Bonelli, che lo considera ancora con affetto il vino più rappresentativo dell’azienda. Una questione di affetto è presente anche nel Valnure, che è diventato vino DOC di vallata solamente nel 1984, con la costituzione della DOC Colli Piacentini. “Ma mio padre Silvio lo chiamava così già da prima” mi spiega Lino Marengoni, dell’omonima cantina di Ponte dell’Olio: “lui credeva nei vini di assemblaggio, in cui ogni varietà riesce a trovare equilbrio con le altre, e nonostante siamo rimasti gli unici a produrlo ci crediamo molto” mi racconta, spiegandomi poi come sia ancora il loro vino più riconosciuto e richiesto, soprattutto nei bar della Val Nure per le classiche merende. Nella DOC Valnure ci ha creduto molto anche la cantina La Tosa, che con Stefano Pizzamiglio per prima ha sperimentato una versione ferma, la quale tornerà disponibile nel 2024 dopo alcuni anni di assenza: “volevamo un vino fermo quotidiano, capace però di assumere complessità negli anni, e come esempio iniziale abbiamo preso il Soave classico, da cui poi discostarci per trovare una nostra via personale, che rappresentasse al meglio il territorio”. Il secondo dei due fratelli patron della Tosa mi spiega anche come il fenomeno Prosecco abbia un po’ ammazzato il mercato dei vini frizzanti delle vallate piacentine, i quali prima avevamo molti clienti dalle città limitrofe, come Cremona, ma anche da luoghi insospettabili come ad esempio il Giappone.

“L’idea è che la nuova denominazione, riunendo tutti i vini bianchi delle vallate, frizzanti o fermi, possa essere utile per fare una comunicazione e una promozione unita, semplificando di molto anche la comprensione del consumatore” conclude Pizzamiglio, tema quest’ultimo che anche Matteo Cordani vede fondamentale “data la difficoltà di identificazione dei prodotti che le mille possibilità dell’attuale disciplinare crea nel consumatore finale”.

La denominazione del vino piacentino, se raggiungerà a breve le firme mancanti per attuare questi importanti cambiamenti, potrà essere attiva dalla vendemmia 2026 o 2027. Si potrà quindi valutare quale impatto potrà esserci sui vini di vallata, molto dipenderà dai produttori che continueranno a investirci, molto dipenderà da noi appassionati, che dovremo scegliere se il gusto e la tradizione degli uvaggi di vallata riprenderanno vigore o rimarranno una nicchia per pochi.

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