di Giovanni Volpi – Una cosa è certa: dopo il caso Caruso, comunque vada a finire, Piacenza non sarà più la stessa. Non vogliamo aggiungere altra merce al mercato delle ovvietà che abbiamo sentito in questi giorni. Per carità, massimo rispetto per tutte le posizioni. Dallo sconcerto e le lacrime del sindaco Patrizia Barbieri alle scuse del deputato di Fratelli d’Italia Tommaso Foti, all’allarme delle opposizioni e dei sindacati. Ma chi forse da ingenuo o da ipocrita sperava, pensava o si augurava che le infiltrazioni della ’ndrangheta in Emilia si fossero fermate magicamente ai confini piacentini ha avuto una risposta chiara.

L’operazione Grimilde (dal nome della regina cattiva di Biancaneve che non vuol vedere i suoi difetti allo specchio) è stata un bagno di realtà che non poteva essere più urticante e doloroso. Perché, anche se la presunzione d’innocenza è d’obbligo, Giuseppe Caruso (nella foto) era arrivato in alto, molto in alto, nel novero delle cariche istituzionali cittadine. Perché il presidente del Consiglio comunale di origini calabresi da trent’anni viveva e lavorava in città, ed è da considerare un piacentino a tutti gli effetti, con amicizie, rapporti e relazioni in ogni dove. Aveva scelto Fratelli d’Italia, ma Caruso avrebbe potuto trovare spazio in qualsiasi altra forza politica. E questo senza che nessuno avesse qualcosa da dire, anche se oggi molti adombrano sospetti che solo per il loro ritardo lasciano il tempo che trovano, con un retrogusto un po’ strumentale e giacobino.
L’unico aspetto positivo dell’operazione Grimilde arriva sempre dagli inquirenti di Bologna, che hanno sottolineato come in nessun modo le accuse per ’ndrangheta lambiscano le attività politico-istituzionali di Caruso.
Ma per Piacenza non è abbastanza per curare una ferita del genere.
Da un lato, gli anticorpi liberati dal quadro normativo (vedi legge Severino), con l’addio di Caruso alle cariche di presidente e consigliere a palazzo Mercanti, da soli non saranno in grado di rasserenare il clima politico. Dall’altro, le vicende giudiziarie andranno per le lunghe con strascichi difficili da prevedere, soprattutto se Caruso o suo fratello Albino (arrestato anche lui) decidessero di collaborare con i magistrati, favorendo ulteriori indagini in città.
Che cosa serve per ripartire? Non abbiamo la presunzione di dettare ricette. Di sicuro un corpo sociale sano, quando è aggredito dalla criminalità organizzata, che si chiami ’ndrangheta o in altro modo, deve fare quadrato per difendersi da tutti i punti di vista, dalla politica all’economia, scoprendo dove si annida. E per averne ragione, non basta la repressione: deve ridefinire il perimetro quotidiano della dialettica tra i partiti, le parti sociali, le istituzioni. Deve alzare il livello del dibattito (e non solo sulla legalità) e delle soluzioni da trovare per tutelare il bene comune.
Una partita difficilissima per chi ha ruoli istituzionali e di rappresentanza. Ma che non si può limitare alle responsabilità degli eletti a palazzo Mercanti. La bonifica etica e morale deve riguardare tutti i piacentini, senza fermarsi ai proclami del momento e all’alimentare d’ora in poi una logica del sospetto che non farà che peggiorare le cose.
È una partita che quindi coinvolge in prima persona anche i media locali, che forse devono fare un’informazione meno edulcorata e compiacente, esercitando però un corretto diritto di critica. E cioè, in una parola, essere quello specchio che dice senza remore a Grimilde quello che non va.
Insomma, la strada sarà lunga e piena di ostacoli per tutti; ma almeno speriamo che questo cammino da fare insieme sia iniziato.




