
Con 42.492 migranti, pari al 14,4 % dell’intera popolazione, Piacenza risulta la provincia con l’incidenza di residenti stranieri più marcata dell’Emilia Romagna. In città, invece, sono circa 20.674 ovvero più del 20% degli abitanti.
Oggi sono presenti 150 nazionalità diverse. I gruppi più numerosi sono i rumeni, seguiti dagli albanesi, dai marocchini e dai macedoni. Oltre il 50% dei nuovi piacentini è di religione cristiana, nelle sue declinazioni cattoliche latino-americane, ortodosse e evangeliche. I musulmani residenti a Piacenza e provincia rappresentano invece l’8% dell’intera popolazione residente.
In città e provincia abitano oltre 10mila cittadini di religione ortodossa. La comunità ortodossa piacentina è articolata in chiese nazionali con un proprio clero al cui vertice c’è un patriarca. I flussi migratori storici degli Slavi risalgono agli anni ’90 ma il loro sviluppo è relativamente recente e frutto di accordi con la Curia per ottenere in concessione alcune chiese della città. Ci sono tre parrocchie ortodosse a Piacenza: i macedoni nella chiesa di San Bartolomeo, i rumeni in San Sepolcro e la chiesa dei Santi Tre Vescovi affiliata al Patriarcato di Mosca, quest’ultima frequentata da russi, ucraini e moldavi.
Ogni gruppo immigrato ha portato in dote a Piacenza la propria identità nazionale e la propria fede. Nel tempo i gruppi si sono organizzati in comunità religiose strutturate, riunite con l’obiettivo di mantenere vive le loro radici e tradizioni. Oggi le seconde e terze generazioni di migranti sono istruite, integrate, la loro lingua madre è l’italiano ma conservano nella loro sfera di valori di riferimento l’idioma, la religione dei genitori e i culti particolari della loro terra.
Così i rumeni che frequentano la chiesa di San Sepolcro, una delle 130 parrocchie ortodosse rumene impiantate in Italia – e riconosciuta dallo Stato italiano – celebrano Sant’Andrea. Il 30 novembre si festeggia infatti il Santo Patrono della Romania, Sant’Andrea, colui che portò il cristianesimo nel paese balcanico. Alla vigilia del 30 novembre, chiamata la “Notte del lupo che porta l’inverno” oppure la “Notte degli spiriti”, si chiudono tutte le finestre e le porte delle case. Queste ultime vengono unte di aglio per tenere lontani gli spiriti. Sant’Andrea è anche la notte durante la quale le ragazze possono conoscere il loro futuro guardando il fondo di un pozzo alla luce di una candela.
Rimaniamo nei Balcani. I macedoni, quarta comunità immigrata di Piacenza, hanno trovato casa dal 2021 in un’altra chiesa storica della città: San Bartolomeo. Anche questo luogo di culto è riconosciuto dallo Stato italiano. I Macedoni hanno rifondato questo piccolo gioiello tardo-barocco impiantando negli spazi dell’oratorio un centro sportivo aperto alla cittadinanza. Qui si festeggia il “Bozik”, il Natale ortodosso, il 7 gennaio perché i Macedoni seguono il calendario giuliano.
Il Santo Patrono del paese slavo è però Clemente di Ocrida, un vescovo bulgaro vissuto a cavallo fra il IX e il X secolo, venerato come santo dalla Chiesa ortodossa macedone. La sua festa cade ogni 9 di agosto ed è sempre una grande occasione, oltre che di raccoglimento comunitario, anche di eventi di socialità sempre molto partecipati.
Chiudiamo il giro fra i balcanici di Piacenza con gli albanesi. Paese per 2/3 musulmano ma fortemente laico, gli albanesi cristiani di Piacenza venerano un’effigie e non un Santo. Si tratta della “Madonna del Buon Consiglio”, un affresco del Quattrocento raffigurante la Vergine Maria che secondo la tradizione si sarebbe staccato il 26 aprile del 1467 dalla parete dal santuario albanese di Santa Maria di Scutari e portato dagli angeli in volo fino a Genazzano (in provincia di Roma). Da allora, ogni anno, il 26 Aprile rimane consacrato alla “Madonna del Buon Consiglio”, la cui devozione andò poi rapidamente estendendosi in tutta la Cristianità.
Un culto simile è seguito da una parte della comunità latino-americana, quella peruviana, che festeggia “El Senor de los Milagros” come Santo Patrono del loro paese. “Il Cristo dei Miracoli” è un dipinto murario che secondo la credenza rimase intatto dopo il terribile terremoto che devastò la capitale Lima nel 1655. I peruviani di Piacenza gravitano intorno alla parrocchia dei migranti Scalabriniani e alla Chiesa di San Carlo di via Torta. A “San Carlos”, come la chiamano i latini, si riuniscono le associazioni dei peruviani e degli ecuadoriani, in tutto 5mila residenti in città.
Gli ecuadoriani celebrano invece la “Virgen del Cisne” ovvero l’apparizione della Madonna in una piccola località andina chiamata appunto Cisne. Entrambe le associazioni latine onorano le loro tradizioni annualmente con grandi e colorate processioni per le vie del centro: la prima si celebra ogni 15 di agosto, l’altra durante la seconda domenica del mese di ottobre.
Ci sono poi i musulmani. Nel comune di Piacenza sono circa 8 mila i residenti di religione islamica, l’8% della popolazione cittadina. Nell’intera provincia piacentina, invece, sono stimati 22mila credenti in Allah, ovvero il 7% dell’intera popolazione residente. Religione plurinazionale, i musulmani provengono dai quattro angoli del mondo: dalla Turchia all’Indonesia, dai Balcani al Magreb. A Piacenza hanno istituito una moschea riconosciuta dalle leggi dello Stato come luogo di culto e non semplice associazione culturale. Un passo importante nell’affermazione dell’Islam in Italia, paese che conta solo 10 moschee in piena regola.
E’ soprattutto a livello di pratiche cultuali che l’Islam piacentino, dominato dalla corrente conservatrice dei Fratelli Musulmani, si distingue dai cugini monoteisti cristiani. Nell’Islam rigorista praticato in via Caorsana non si pregano né si ricordano i santi che eppure sono venerati in alcune e periferiche terre di Islam. Basti pensare all’Africa nera. Per l’Islam conservatore ci si prostra e si prega solo per Allah e non c’è spazio per nessun altro sotto-culto, né tanto meno esiste una Trinità. C’è Allah e basta. Neppure Mohamed, profeta dell’Islam, viene festeggiato. La tendenza della moschea è quella uniformare quanti più musulmani residenti nel territorio a costo di appiattire le varianti culturali a beneficio di un rigido monoteismo epurato da ogni caratteristica etnica se non quella araba. La moschea è infatti, in maggioranza, frequentata da marocchini, egiziani e tunisini.




