
Il 12 aprile si è tenuta la presentazione del libro “La fede muove un popolo” edito da “Il Nuovo Giornale”: autori Davide Maloberti, Federica Villa, Silvia Manzi e Daniela Morsia. Il focus è stato sul
contributo dei cattolici alla Resistenza. Ne hanno parlato: don Davide Maloberti, che ha dato una presentazione generale del libro, Daniela Morsia, autrice dei capitoli dedicati al periodo della Seconda guerra mondiale e della ricostruzione, e Mario Spezia, presidente dell’Associazione nazionale partigiani cristiani di Piacenza.
Il grande contributo dei cattolici alla Resistenza piacentina può essere riletto all’interno del processo di sviluppo del movimento cattolico che prese avvio nel periodo a cavallo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Un periodo, questo, segnato dalla personalità e dall’azione
episcopale di Giovanni Battista Scalabrini, un vescovo moderno anche per i suoi frequenti contatti con il popolo. Fu nel periodo scalabriniano che si affermò la figura del “prete sociale” attento ai bisogni della comunità. È questa figura di prete sociale che diverrà poi, proprio durante la Seconda guerra mondiale, il prete di montagna che apre la canonica di guerra ai perseguitati e ai bisognosi.
Il movimento cattolico registrò poi una progressiva attenzione alle esigenze della società, con un
sempre maggiore coinvolgimento di donne e giovani. Questo è vero per l’episcopato di Giovanni
Maria Pellizzari, alla guida della diocesi piacentina dal 1905 al 1920, ma anche e in particolare per
il lungo episcopato del bolognese monsignor Ersilio Menzani che resse la diocesi dal 1921 al 1961,
affiancato dal 1946 dal vescovo coadiutore Umberto Malchiodi.
Quando Menzani arrivò nella diocesi piacentina, iniziavano a viversi – sono le stesse parole del
vescovo bolognese – tempi assai “procellosi e di pubbliche angustie”. Erano i tempi del consolidarsi
del movimento fascista, della figura del ras Bernardo Barbiellini Amidei, fortemente antisocialista e
antipopolare. Erano i tempi dello squadrismo fascista che, soprattutto nella seconda fase, andava
a colpire il anche il fronte cattolico. Molti furono parroci aggrediti, come don Giovanni Grandi,
parroco di Creta che morirà nell’ottobre del 1924 a seguito proprio delle conseguenze
dell’aggressione. Furono gli anni del grande scontro tra Barbiellini e il suo giornale “La Scure” con il
direttore del “Nuovo Giornale”, monsignor Francesco Gregori, parroco di Sant’Anna e tenace
sostenitore del Partito popolare che sarà costretto a rassegnare le dimissioni nel novembre 1922.
Pochi anni dopo don Gregori si ritirerà nella parrocchia di Pomaro, attorno alla quale si formò un
gruppo di giovani cattolici protagonisti della Resistenza. Il coraggio civile mostrato da personaggi
come don Gregori, ma anche don Dante Colombini, o don Luigi Ferrari a Fiorenzuola avranno
un’importante influenza sui giovani legati all’associazionismo cattolico. Fu infatti proprio in
quest’area di Azione Cattolica, ma anche poi della Federazione universitaria Cattolica e del
Movimento dei laureati che si avrà la formazione di quelli che saranno i maggiori esponenti
dell’antifascimo cattolico. Su questo periodo – che è un periodo straordinario – ha scritto
bellissime pagine Giuseppe Berti che parlava, per gli inizi, non certo di antifascismo organizzato,
ma di una comune formazione che passava attraverso la famiglia, la parrocchia, l’oratorio e
l’associazione. In quelle che saranno le tante testimonianze edite dopo il 1945 emerge questo
fatto: furono le occasioni di studio e di confronto legate all’associazionismo cattolico a lasciare il
segno per le scelte future: una difesa dell’identità che creava un’area di quel dissenso morale che
permetterà poi la scelta della Resistenza.
Furono tanti i luoghi importanti del movimento cattolico e dell’antifascismo di quegli anni, a
partire da Palazzo Fogliani, sede delle associazioni cattoliche (AC, FUCI e Movimento laureati) ove
si formò un gruppo molto coeso, animato da personaggi come Francesco Daveri, Giuseppe Berti,
monsignor Alfonso Fermi e Ugo Civardi, che sarà poi delegato vescovile per l’assistenza ai
partigiani e che avrà un ruolo molto importante nella gestione dell’assistenza ai reduci di Villa
Veano. A Palazzo Fogliani si gettò il germe di quella che sarà la Democrazia Cristiana. E,
soprattutto, a Palazzo Fogliani si ebbe uno straordinario incontro generazionale, tra i vecchi
esponenti del Partito popolare e i giovani delle associazioni cattoliche, da Carlo Castellana a Luigi
Broglio, da Giannino Bosi a Cesare Baio. Ci furono ovviamente anche tante donne (il loro
contributo è importantissimo) a partire da Antonietta Rossi, segretaria di propaganda dell’Unione
femminile cattolica italiana nella cui casa passava tutta la stampa clandestina.
A mano a mano iniziò anche un antifascismo organizzato con oratori e chiese che divennero luoghi
di incontro, in città come in montagna. Il contributo dei cattolici e del clero alla Resistenza è stato
notevolissimo. È stata una resistenza portata avanti dai giovani cresciuti negli oratori e nelle
associazioni cattoliche e che alla scelta della Resistenza arrivò, prima di tutto, con un rifiuto della
violenza. Il contributo del clero poi merita una particolare attenzione perché la canonica di guerra
divenne un centro di rifugio, di mediazione e di ricerche e di conforto per tutta la popolazione. Il
prete aprì la canonica ai perseguitati e ai bisognosi e divenne, soprattutto dopo il settembre del
1943, un punto di riferimento religioso e civile, difensore della popolazione e mediatore tra le
forze contrapposte in campo.

don Giuseppe Borea
Molti di questi parroci scrissero anche, nell’immediato secondo
dopoguerra, relazioni, dal prezioso valore testimoniale, che portano in primo piano non tanto le
azioni militari delle formazioni, quanto in primo luogo le sofferenze del popolo. È sicuramente
difficile ricostruire estesamente l’opera del clero in una situazione che diveniva via via sempre più
pericolosa e complessa. Nascondere patrioti, mettere in salvo prigionieri, salvare dalla
deportazione o dalla condanna a morte, confortare i condannati destinati alla fucilazione,
impedire rappresaglie, salvare paesi; simili azioni furono centinaia che si rinnovarono nelle
canoniche e nelle chiese. Accanto al clero che esercitò un’azione di ordine caritativo, assistenziale,
religioso e morale, operò un gruppo più ristretto, che si inserì anche nella lotta vera e propria. Il
prezzo pagato dal clero piacentino è alto, con fucilazioni, ma anche perquisizioni e carcere. Tra i
diversi sacerdoti vittime della violenza si è voluto ricordare in questo libro le figure di don
Giuseppe Beotti e di don Giuseppe Borea.




