
A Busseto, presso la sala dell’associazione alpini Terre del Po, si è tenuta la prima assemblea aperta per favorire la coesione di iniziative e opere fra le diverse anime geografiche verdiane. Difronte a una sala gremita di piacentini e bussetani si sono ripassati i momenti salienti, dalla nascita alla fissa dimora di Sant’Agata, le citazioni e i richiami in lettere e scritti per il “suo” territorio, gli amici, i luoghi più coinvolti al di qua e al di là dell’Ongina. “Giuseppe Verdi: vita, affetti, luoghi, terre. Dalle radici agli itinerari futuri”: conferenza organizzata da Bottega Verdi di Alessandra Toscani, fondatrice del comitato. Silvia Dotti e Davide Demaldè hanno ripercorso la vita dell’uomo e i luoghi frequentati attorno all’Ongina. Stefano Pronti ha letto diversi passi di lettere che illustrano benissimo indole, carattere, impegno di Verdi nei rapporti con tutti. Alessandra Toscani ha ricordato l’innovazione drammaturgica, del sacro e del profano, nelle opere verdiane.

Di seguito l’intervento di Davide Demaldè “Oltre l’Ongina: Piacentinità verdiana (?). Radici familiari, scelte di vita e di affari, progetti etici”.
Mi accingo a sviluppare questo tema presentandomi a partire dalle mie radici che possono offrire
credo uno spunto interessante allo spirito di questo convegno.
Sono nato a San Secondo Parmense, nella patria di un’arte, quella della Spalla Cotta, che Giuseppe
Verdi apprezzava particolarmente. C’è un forte legame di cultura enogastronomica tra Verdi e il suo
territorio e i prodotti di questa terra sono portati dal Mastro per il mondo, in dono e trofeo. In una lettera
al Conte Opprandino Arrivabene Verdi scrive:
«Io non diventerò feudatario della Rocca di San Secondo, ma posso benissimo mandarti una spalletta
di quel santo. Anzi te l’ho già spedita stamattina per ferrovia. Quantunque la stagione sia un po’
avanzata, spero la troverai buona» (Giuseppe Verdi, lettera al conte Opprandino Arrivabene, 27 aprile 1872)
Nato a San Secondo, come dicevo ho vissuto la mia giovinezza a Soragna, tra l’altro prestando servizio
liturgico nell’animazione musicale proprio laddove Giuseppe Verdi aspirò a diventare organista sul
prezioso Serassi del 1814, nella chiesa di San Giacomo Apostolo. L’archivio parrocchiale conserva
ancora la domanda del 1829 accompagnata dalla lettera di presentazione del Maestro Provesi.
Il mio percorso continua verso il bussetano, patria di Verdi, dove la frazione di Sant’Andrea, sede di
antichissima Pieve, mi è particolarmente cara per aver dato i natali a mio padre e a tanti nostri antenati.
La mamma invece abitava alla Scandolara, già podere del Maestro ad ovest della Villa e le nozze furono
celebrate nella chiesa di Sant’Agata, parrocchia della sposa.
Ma è in quel di Besenzone, in terra piacentina, che per lavoro di speziale ho finito per stabilirmi. Lungo
il paese passa il Canale del Mulino che nascendo nei pressi di Fiorenzuola, arriva fino ai possedimenti
di Verdi a Sant’Agata. Il Maestro teneva particolarmente al controllo delle acque perché sapeva bene
quanto fosse determinante per un corretto sviluppo agrario. Per questo acquistava proprietà in punti
strategici, come il podere nei pressi della Lampugnana, dove sgorgano le acque del canale, e il mulino
nel centro dell’abitato di Besenzone. Nelle vicinanze sorge anche Villa Codetta, detta Casa degli Spiriti,
oggi della famiglia Lodigiani, acquistata dalla soprano Teresa Stolz, con l’intervento, si mormora, di
Verdi che gradiva averla accanto. Nella frazione di Mercore invece, l’antica azienda agricola modello,
la Casa Bianca, era frequentata dal Verdi agricoltore che amava intrattenersi con l’allora proprietario
dottor Zangrandi per discutere di innovazione.
Nella vicinissima Cortemaggiore tante generazioni hanno frequentato l’Asilo Verdi dedicato al Maestro
benefattore che contribuì alla sua fondazione in questa parrocchia dove il Musicista amava sostare
ammirando quell’opera dello Scaramuzza che nella basilica di Santa Maria delle Grazie gli ispirò il
famigerato passo de La Vergine degli Angeli.
Verdi ebbe dunque indubbiamente modo di vivere tanto attivamente il territorio piacentino che
qualcuno provocatoriamente ha scritto che Verdi non è di Parma, sottolineando anche le origini
piacentine dei genitori. Verdi in verità nasce in territorio parmense da padre anch’egli nato in quella
stessa Roncole di Busseto. Nell’archivio parrocchiale troviamo sia l’atto di battesimo di Giuseppe
Verdi, datato 11 ottobre 1813, sia quello di Carlo Verdi, figlio di Giuseppe, redatto il 29 agosto 1785.
Con quell’atto in lingua latina, il parroco registra l’avvenuto battesimo del bambino nato la sera del
giorno prima, alla presenza dei genitori, del padrino e della madrina. Quella domenica 10 ottobre si
festeggiava il patrono della diocesi di Borgo San Donnino, il Santo decapitato, perché un decreto
vescovile voleva che le solennità fossero celebrate nella prima domenica successiva alla data liturgica.
Da qui l’equivoco romanzato e forse scherzato dallo stesso Verdi che raccontava di aver appreso, un
giorno, dall’archivio parrocchiale di Roncole di essere nato il 10 ottobre e non il 9, giorno di San
Donnino, come gli aveva sempre detto la mamma.
La mamma sì, era una piacentina. Uttini (o Utini) Luigia era nata a Saliceto di Cadeo in una famiglia che
gestiva la palta del paese. Nota è Parma come capitale della musica verdiana, ma forse è proprio dalla
madre piacentina che deriva geneticamente l’arte musicale del figlio. Gli Uttini, originari di Crusinallo,
località alle falde del Monte Rosa, erano poi emigrati in parte a Saliceto e Cortemaggiore e in parte nel
bolognese dove nacque un’importante musicista, Francesco Antonio Baldassarre Utini (1724 – 1795)
che divenne Maestro di Cappella di Gustavo III a Stoccolma.
Piacentino era anche il nonno paterno di Verdi, anch’egli Giuseppe, battezzato nella parrocchia di
Sant’Agata il 16 settembre 1744, parrocchia che lasciò per lavoro, prima per fare l’oste a Ongina, sulla
riva destra del torrente, e poi a Roncole. Dal canto suo il Maestro a un certo punto preferì abbandonare
la dimora cittadina bussetana di Palazzo Orlandi, innegabilmente stanco dei contrasti con certa classe
bussetana, per ritirarsi nella quiete delle campagne dei suoi antenati che per diverse generazioni
avevano abitato a Sant’Agata.
Ecco che in questo dibattito sulle origini piacentine o parmensi della famiglia di Verdi, che ci piace
sviscerare per il piacere dello studio e della cronaca, emerge un dato poco conosciuto proposto da
Carlo Gatti (1898-1941) che nella sua biografia narra di una tradizione della famiglia Verdi secondo la
quale gli antenati, commercianti di bestiame, provenivano da Ponte Taro e seguendo l’antica via che
collegava la via Emilia attraverso Fontanellato, Castellina di Soragna e poi Busseto fino a Bersano
appena oltre l’Ongina, si sarebbero distribuiti a Castellina e Roncole. Di queste origini, però, non ci
sono conferme: in quel di Ponte Taro, nei registri delle parrocchie di Castel Guelfo e Fontevivo, non c’è,
secondo Gatti, traccia dei Verdi. E’ documentato invece che un ramo della famiglia avesse un’osteria a
Castellina.
Curioso però, in effetti, trovare nelle nostre ricerche che una sorella del padre del Maestro, Rosa Verdi,
avesse sposato un mugnaio,tale Pietro Demaldè, e la famiglia risiedesse a Ghiara di Fontanellato, dove
si ha tradizione di mugnai Demaldè provenienti dal mulino di Castelguelfo (anche se in precedenza
sempre originari di Roncole).
I Demaldè sono spesso presenti nelle vicende della vita di Verdi. Oltre allo zio Pietro, Demaldè era
anche la suocera, Maria, madre di Margherita Barezzi. Ma ricordiamo soprattutto Demaldè Giuseppe,
detto il Finola, considerato primo biografo di Verdi.Componente della Filarmonica bussetana, Cassiere
al Monte di pietà di Busseto e attivissimo sostenitore del Maestro, si adoprò per ottenere la borsa di
studio per Verdi che, rifiutato dal Conservatorio di Milano, si trattenne in città per studiare
privatamente. La figlia Caterina Demaldè sposò il notaio Angiolo Carrara il cui figlio Alberto Carrara
divenne marito di Filomena Verdi, erede del Maestro. Il nome Gualtier Maldè, nel Rigoletto, inventato
dal Duca di Mantova per sedurre Gilda, è verosimilmente un omaggio scherzoso di Verdi.
Ma c’è un’altra tradizione poco nota sulle origini della famiglia del musicista, proposta nel 2007 dallo
studioso archivista della diocesi di Fidenza, don Amos Aimi, il quale in un atto notarile del 1581 aveva
trovato citato un tale Magistro Josepho di Verdi sartor, sarto di Busseto che certificava la qualità della
dote di una sposa.
La realtà di un territorio presenta sempre molte sfaccettature in merito ai traffici e le frequentazioni di
chi lo abita, soprattutto là dove l’intervento della natura disegna dei confini. È quello che succede a
cavallo dell’Ongina, un torrente che il governo napoleonico volle prendere come linea netta di
demarcazione tra i territori piacentino e parmense ma il cui mutevole corso delle acque nei secoli aveva
tramandato una divisione non così netta. E allo stesso modo, come è naturale, gli abitanti della valle
d’Ongina vivono vicende che non sono nettamente intrecciate alla destra o alla sinistra del confine.
Per fare un esempio mi piace condividere quanto trovato nel corso di alcuni studi in collaborazione con
avvocati che si occupano di procedure per l’ottenimento della cittadinanza iuris sanguinis di cittadini
stranieri con origini italiane. Nell’archivio di San Martino in Olza, località non lontana dall’Ongina, mi
stupii un giorno di leggere in un atto di matrimonio che Cecilia D. era nata nella parrocchia di
“Sant’Agata Buxeti”, Sant’Agata di Busseto. Questo documento pareva sostenere che Sant’Agata di
Villanova fosse stata in passato compresa nel territorio di Busseto.
L’atto di battesimo di Cecilia, anno 1872, si trova in effetti nell’archivio della parrocchia di Sant’Agata.
L’atto di nascita allo stato civile invece è registrato nell’anagrafe del Comune di Busseto e in esso è
specificato che la famiglia abita in Consolatico Inferiore (zona Balsemano), a nord ovest della città. Il
campanile di Sant’Agata è a un tiro di schioppo e una mappa del 1833 indica la presenza già allora di
una “ponticella di Sant’Agata” sull’Ongina in corrispondenza della chiesa. Secondo l’Enciclopedia
Diocesana Soresina, il territorio parrocchiale, oltre a estendersi nell’Oltre Po comprendendo parte
dell’Isola Gerola, include anche quattro poderi oltre il torrente Ongina nel Comune di Busseto, lungo il
corso del torrente. Questo a testimoniare che le competenze delle parrocchie, istituite molti secoli fa,
non seguono gli attuali confini idrografici come ci aspetteremmo. Il circondario Bussetano addirittura
faceva parte anticamente della diocesi di Cremona. Nel 1436 la chiesa di Sant’Agata fu sottoposta in
effetti alla Collegiata di Busseto, ma tornò rettorato autonomo nel 1601 alla costituzione della diocesi
di Borgo San Donnino.
Occorre pensare dunque che il corso dei torrenti, così come quello dei fiumi, nel tempo, possono
cambiare radicalmente. Secondo Soliani e Allegri, nell’Alto Medioevo, il corso dell’Ongina era spostato
di qualche km ad est, e anche l’Arda bagnava il Casteldardo, o Castel d’Arda, secondo un paleoalveo
di cui oggi rimane traccia nei canali Rodella e Ardella che attraversano il territorio di Besenzone e del
Consolatico Inferiore di Busseto.
Allo stesso modo la località Pallavicina, sulla sponda sinistra dell’Ongina, oggi nel Comune di
Besenzone per volere del governo Napoleonico, fu nei secoli precedenti territorio di Busseto e da
sempre e ancora oggi parrocchia di Sant’Andrea.
Nel nostro lavoro di ricerca edito da Mondadori Electa, “Nelle terre di Giuseppe Verdi, viaggio tra i
caseifici del Maestro”, in collaborazione con la coautrice prof. Maura Quattrini, è stato interessante
notare che in quella Pallavicina, area agricola legata ai signori Pallavicino e che da loro prende il nome
per la presenza di una chiusa che regolava le acque, detta chiusa pallavicina, troviamo documentato
un caseificio già nel XVIII secolo. La Pallavicina, di origine paludosa, fu verosimilmente oggetto
dell’attenzione dei cistercensi della adiacente Chiaravalle della Colomba, religiosi ingegneri dediti alla
bonifica dei terreni ma anche, secondo qualcuno, se non gli inventori, sicuramente coloro che
svilupparono il caseus vetus, il nuovo formaggio a lunga durata che poteva essere portato nella bisaccia
del pellegrino. Lo sviluppo agrario da loro introdotto aveva infatti portato ad una maggior produzione di
latte che poteva così essere conservato.
Un censimento delle anime della parrocchia di Sant’Andrea di fine Settecento registra alla Pallavicina
la famiglia Cavalli “in domo casea”, nella casa del casaro. Ebbene, le frequentazioni di Giuseppe Verdi
a cavallo dell’Ongina, quasi un secolo dopo, avevano portato a lavorare nel caseificio del Maestro a
Piantadoro di Sant’Agata proprio un casaro discendente di quel Giuseppe Cavalli che lavorò in tale
territorio intriso di storia e della migliore tradizione casearia cistercense.
Verdi cercava infatti i migliori esperti sul mercato per le sue cascine, sempre attento al dettaglio
nell’organizzazione e nel rendimento economico, ponendo un tassello importante anche nello sviluppo
caseario e producendo nei suoi due caseifici, al Casello di Piantadoro e al Castellazzo, un precursore
del formaggio Grana, oggi conosciuto in tutto il mondo.
Verdi pensava ai propri affari agrari e immobiliari anche nelle trasferte e nei lunghi viaggi. In una lettera
scritta da Parigi nel 1854, incaricava il proprio notaio Balestra di concludere l’affare d’acquisto di un
podere vicino alla sua Villa. Verdi infatti cercava di raggruppare tutte le proprietà all’interno di in una
linea territoriale, spesso delimitata da canali, anche per non avere motivi di discussione con altri
proprietari.
Nel Fondo Moreau de Saint Mery, conservato alla Biblioteca Palatina di Parma, in merito al territorio di
Villanova, nel rapporto stilato agli inizi dell’Ottocento si legge:
«La biolcatura totale di questa villa è 20928 biolche e questa è luogo di feudo dei signori Conti Casoni
di Sarzana. Le ville limitrofe di Cignano e Soarza, soggette a Villanova sono feudi del Conte Costa
Giuseppe, la villa di Sant’Agata anch’essa soggetta a Villanova, è feuda del Conte Costa Giacomo e
della fabbrica della parrocchia di sant’Agata».
In una lettera alla contessa Maffei, datata 16 dicembre 1882, Verdi, scrivendo a proposito della
lontananza dell’Ospedale di Piacenza e meditando forse già di costruirne uno per la sua gente, dice:
“[…] Si tratta dunque non di Busseto, ma del piccolo Comunello di Villanova, che comprende quattro
villaggi, fra i quali S. Agata ove abito, con una popolazione totale, di circa seimila abitanti. Il Comunello
fa parte della Provincia Piacentina, ed i poveri che cadono ammalati non hanno che l’ospedale di
Piacenza. La distanza è di 34 o 36 kilometri, ed i poveri ammalati (non tutti ma molti) muojono per
strada!”.
È quindi fuori discussione che la dimora di Verdi a Sant’Agata si trovi da sempre nel territorio comunale
piacentino di Villanova sull’Arda.
Lo stesso matrimonio di Giuseppe Verdi in seconde nozze con la Strepponi è stato trascritto nei registri
del Comune di Villanova. Così come è trascritto in questi registri anche l’atto di morte, con un appunto
importante. All’anagrafe di Milano infatti scrissero che Verdi era residente a “Sant’Agata di Busseto”.
Ci vollero ulteriori carte per correggere e precisare che si trattava di Sant’Agata di Villanova.
Credo che la vita di Verdi nelle sue terre in val d’Ongina si possa simboleggiare col ponte che fece
costruire sul torrente davanti a Villa Sant’Agata: alle spalle della villa gli affari agrari piacentini nei
territori che furono degli antenati, di fronte la Busseto della giovinezza e della crescita, al centro il suo
ritiro dove comporre opere leggendarie. Quel ponte è fulcro e intersezione di insiemi che fanno un unico
grande uomo, che non è di Parma, né di Piacenza ma del mondo.
Busseto, 8 novembre 2025




