Giovani e lavoro, i Neet a Piacenza e le nuove prospettive dell’occupazione

0

di Emilio Tansini

C’è una parola, più precisamente un acronimo di estrazione anglosassone, che da diversi anni rimbalza,
oramai stancamente, tra i tavoli istituzionali sulle politiche del lavoro: Neet. Nello specifico, il termine
significa “Not in Education, Employment or Training”, e si riferisce ai giovani tra i 15 e i 29 anni che non sono
impegnati in percorsi di istruzione, lavoro o formazione. Un recente studio dell’Università Cattolica ne ha
individuati a Piacenza più di 4500, di cui 1800 nella sola città, ovvero circa l’11 percento della popolazione
giovanile compresa in quella fascia di età. Magra consolazione campanilistica: in Italia il dato – uno dei
peggiori d’Europa – sale al 16%, mentre si mantiene in linea a quello provinciale se si considera solo l’Emilia-
Romagna.
L’universo Neet in Italia – Un “arsenale” inutilizzato dal profilo variegato e sfaccettato, il cui coinvolgimento
necessita di strategie complesse e strutturate. Dentro il contenitore Neet, infatti, c’è un ventaglio di giovani
difficilmente compattabile in un blocco monolitico. Variano, e non poco, genere, età, cultura, nazionalità,
formazione, contesto familiare. Si pensi, ad esempio, che in Italia – lo dice sempre lo studio della Cattolica –
il 53% appartiene al genere femminile, mentre gli uomini sono il 47% e, osservando i titoli di studio, ha la
licenza media il 32,5%, mentre l’8,3% ha un diploma professionale, il 44,8% ha un diploma di maturità e
infine l’11.5% ha completato l’università o è in possesso di un diploma superiore come gli Its. Stringendo il
focus sull’Emilia-Romagna – il dato è un’elaborazione regionale su base Istat ed Eurostat – nel 2024 il 12,5%
delle donne appartiene al gruppo dei Neet, mentre gli uomini che non lavorano e studiano sono circa la
metà, il 6,8%. Analizzando invece un altro fattore come la cittadinanza, nell’intero Nord-Est (quindi, in
senso statistico, oltre all’Emilia-Romagna, parliamo di Friuli-Venezia Giulia, Trentino-Alto Adige e Veneto)
nella fascia d’età 15-29 i Neet italiani uomini sono il 6,5%; mentre le donne l’8,2%; un dato che schizza al
35,7% se si considerano le giovani straniere e al 10% per gli uomini stranieri. Si apre qui un tema di
inclusione e frammentazione culturale che, evidentemente, porta molto al di là dell’immagine
macchiettistica del giovane in pantofole, svogliato e sdraiato sul divano davanti alla televisione o, visione
più attuale e presumibilmente più realistica, intento a scrollare il proprio smartphone.
Una nuova visione del lavoro – Ma al di là dei numeri, che possono più o meno preoccupare a seconda
delle prospettive, appare anche evidente che oggi i giovani stanno cambiando, allo stesso ritmo dei
mutamenti che attraversano il mondo che li circonda. Tanto più nel loro rapporto con il lavoro, inteso nel
suo significato più profondo. I ragazzi e le ragazze che oggi si affacciano al mondo del lavoro sono quelli
della Gen Z: si muovono in simbiosi ad una cornice esistenziale fluida e, per certi versi, imprevedibile – il
covid, in tal senso, si connota quasi come un “mito di fondazione” – e assistono in diretta alle trasformazioni
imponenti che sta apportando l’intelligenza artificiale a tutti gli ambiti della vita. Così ridefiniscono obiettivi
ed ideali, approcci e visioni. Dietro di loro i decisori pubblici danno l’impressione di arrancare, di non
riuscire ad incidere su una realtà che quando viene compresa è già diventata fotografia sbiadita. Gli
investimenti non mancano. Un esempio: la corposa iniezione di denaro del PNRR sui servizi di politica attiva
del lavoro, che ha messo sul piatto di Regioni e Province risorse pari a 4,4 miliardi di euro per finanziare
formazione e percorsi di orientamento. La quantità però non basta, serve uno scatto in avanti sul piano
della qualità: la comprensione profonda dell’universo giovanile vale oggi più di un corso di informatica o di
aggiornamento delle competenze. Un ascolto attivo, finalizzato alla costruzione di un percorso
professionale sempre più personalizzato, al di là di standard e costrutti obsoleti. Secondo il World Economic
Forum, quasi due terzi della Gen Z preferirebbe lavorare per sé stessi o per una startup. L’80% dei lavoratori
della Gen Z sta cercando un lavoro che si allinei meglio con i propri valori. Circa la metà afferma che
lascerebbe il lavoro se questo inficiasse con il proprio equilibrio con la vita privata. Insomma, cambiano i
paradigmi: si cerca la flessibilità, il benessere mentale, il bilanciamento tra la vita in azienda e le proprie
passioni e aspirazioni personali. “Recuperare” un Neet oggi è una sfida enorme che, necessariamente, deve
partire da queste nuove consapevolezze. Il futuro si gioca qui.

LASCIA UN COMMENTO

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.