Riportiamo le parole pronunciate dal Prefetto di Piacenza Maurizio Falco in occasione della cerimonia svoltasi questa mattina a Piacenza per la celebrazione della Giornata della Memoria.

Ho raccolto con responsabilità ed orgoglio l’invito del Ministro dell’Interno, sulla linea tracciata ancora una volta dal Presidente della Repubblica (attraverso le recentissime dichiarazioni rilasciate ad Auschwitz), di coordinare le iniziative in ambito provinciale organizzate dalle Amministrazioni comunali piacentine.
Oggi la ricorrenza si intrecciava in un momento particolarmente significativo per la nostra Regione; con il rischio di poter essere un po’ offuscata dalle forti ricadute sulla politica nazionale.
E proprio per questo, ho ritenuto doveroso partecipare con un messaggio antico e nuovo allo stesso tempo. Da rivolgere non solo e non tanto a noi adulti; ma soprattutto ai nostri ragazzi.
Ragazzi che non a caso sono qui non tanto per aderire ad un programma di eventi che meritoriamente la scuola ed il comune ha elaborato. Ma per cercare di capire quello scarto di senso in più che le nostre parole possono offrire alla loro comprensione. A loro che, ormai distanti più di mezzo secolo da quegli eventi, rischiano di sentirsi convocati unicamente per un rito lontano; che appartiene piuttosto ad un’altra generazione, e che non sembra impattare più di tanto sulle loro speranze (o paure) di anime in cerca di un orizzonte certo e presente, e di un futuro sereno e globale.
Ma purtroppo non è così, il rischio di un impatto forte rimane alto eccome.
Basti pensare alla recrudescenza di conflittualità cui assistiamo oggi tra popoli ed all’interno degli stessi popoli; e alla circostanza che, intanto, tra rinnovate guerre commerciali tra antichi e nuovi alleati del nostro occidente, si chiudono i serbatoi dei posti di lavoro e gli spazi per una dignitosa convivenza civile.
Avanza pericolosamente un’idea della prevalenza assoluta della ragion di parte, non di Stato, che alimenta la crescita smisurata delle disuguaglianze; così come l’incapacità delle nostre Comunità occidentali di farsi argine a garanzia della salvaguardia della vita umana verso l’individualismo sfrenato dell’economia globale.
La storia ha un suo valore immortale proprio perché trasforma, raccogliendola con obbiettività, l’esperienza in testimonianza; non opera soltanto per l’archiviazione di eventi e persone in volumi (oggi cloud software direte voi) da tramandare ai posteri per custodire radici ed identità territoriali.
Ma vuole farsi carico del potere dell’insegnamento che proviene da quelle esperienze, rendendosi, per l’appunto, Memoria, Ricordo. Vuole ammonire – quando l’esperienza è stata tragica per l’essere umano – a non riproporre fatali errori di cui l’essere umano possa così fatalmente pentirsi.
E non ha dunque alcun senso, ad esempio, minimizzare quanto accade tra noi, derubricando episodi come quello di qualche giorno fa a Mondovì di Cuneo, in bravata da immaturi o incolti. L’allarme è alto e alto deve risuonare in giornate come queste: perché lo sdoganamento dei peggiori istinti dell’individuo contro i propri simili si nutre dell’indifferenza verso la storia o dell’affievolimento del senso critico delle coscienze.
Raccogliamo oggi il peso della testimonianza e la responsabilità della disseminazione, nel consegnare il riconoscimento dello Stato a chi rappresenta, nel giorno della memoria, un collegamento più forte, familiare, con la drammatica vicenda umana della shoah.
E sarò pronto a ri-emozionarmi con voi giovani anche tra qualche giorno, allorché ricorderemo le vittime delle Foibe il 10 febbraio, partecipando alle meritevolissime iniziative in preparazione anche per quel giorno.
So che anche in quella occasione ci sarà un riconoscimento per una testimonianza di quelle orribili pagine di storia di cui si sono macchiati gli esseri umani contro i propri simili. Ho già detto lo scorso anno che la memoria, il ricordo, sono strumenti della democrazia da utilizzare non certo per rinfocolare vendette o per rimisurare le colpe; o ancora peggio per dar vita ad una penosa contabilità degli orrori tra contrapposti schieramenti.
Seppur costellata da tali continue contraddizioni, e capovolgimenti delle sorti tra vittime e carnefici, tutta l’esperienza umana non smette di comunicare che la base delle società democratiche è il rifiuto senza se e senza ma della violenza e della sopraffazione come strumento di potere.
E così anche oggi avremo esercitato nel miglior modo il diritto dovere del ricordare e di scrivere la Storia in maniera completa e credibile, non di riscriverla attenzione, se manterremo quella “prospettiva di lontananza emotiva” dagli eventi, (consentitemi di citare un mio vecchio professore di greco innamorato di Tucidide), che sola consente di capire e di raccontare senza essere turbati dalla vicinanza delle conseguenze dei dolori di ciascuno.
Ai nostri ragazzi, infine, va il nostro sincero apprezzamento di genitori, non la solita ruffiana carezza generazionale, per averli visti con civica attenzione seguire le nostre iniziative, le nostre parole; perché speriamo che insieme a loro si rafforzi una rinnovata fiducia sociale che chiama tutti a guardare un futuro con meno ombre che pure sembrano continuamente addensarsi sul nostro orizzonte.




