Il nuovo Consiglio d’amministrazione della Fondazione ancora non prende forma. I quindici giorni dalla elezione che solitamente il nuovo presidente si prende per comunicarne la formazione sono ampiamente scaduti. Francesco Scaravaggi ha dichiarato che la composizione della “squadra” ce l’ha già in testa, ma la forte contrapposizione che ha caratterizzato la sua nomina impone prudenza.
A spostare nel tempo l’annuncio è soprattutto l’impegno che comporta la redazione del bilancio da presentare al Consiglio Generale della cui convocazione non si ha ancora notizia. I capitoli più impegnativi da sviluppare saranno quelli che interessano le valutazioni patrimoniali relative ai risultati ottenuti in seguito alle operazioni più criticate: acquisto azioni “Monte Parma”, derivati e via discorrendo. La valutazione delle perdite di valore sarà sicuramente oggetto di un confronto serratissimo i cui esiti non sono al momento prevedibili. I segnali che si intravedono ci raccontano di dodici consiglieri determinatissimi nel portare avanti l’operazione chiarezza che non ha ottenuto la maggioranza dei voti in sede di elezione del presidente. Risulta evidente la conferma del progetto di fare emergere la reale consistenza patrimoniale che possa avviare una responsabile ristrutturazione delle attività previste dallo statuto.
Pare che prove di dialogo siano in corso, Scaravaggi sostiene che entrambe le parti devono rinunciare a qualcosa, ma cosa? I dodici componenti la minoranza hanno già “rinunciato” ad eleggere il presidente sottomettendosi, loro malgrado, ai cinque “interessatissimi” voti vigevanesi. Risulta difficile immaginare una ulteriore rinuncia. Sarebbe opportuno che a questo punto fossero i consiglieri di maggioranza a rinunciare a qualcosa che almeno si avvicini al valore della presidenza. Da questo spazio lo ripeto da settimane, solo la rinuncia a ricollocare Beniamino Anselmi nel Cda può riaprire il dialogo con la minoranza e aprire una nuova stagione per la Fondazione: sarebbe finalmente un segnale chiaro di discontinuità, un invito a tutta la comunità piacentina a “ritrovarsi in Fondazione”.
Nel mentre formazione del bilancio e Cda stentano, si moltiplicano le sollecitazioni di intervento alla Fondazione, i sindaci esortano: “Fondazione operativa subito per sostenere con le erogazioni i progetti territoriali di politica sociale e cultura, siamo alla canna del gas”. Il Fondo diocesano per i poveri sembra stia esaurendosi, occorrerà ripensare come affrontare il prosieguo della crisi e la Fondazione sarà chiamata a fare la sua parte. Chissà se esiste un Fondo diocesano anche a Vigevano? Potrebbe servire ad evitare che il sindaco leghista Andrea Sala, come ha promesso, spezzi le gambe a chi non paga le rette delle mense scolastiche escludendo dal sevizio gli alunni incolpevoli. Vorrei vedere con che faccia i cinque rappresentanti di Vigevano si presenteranno al prossimo Consiglio generale. E’ questa la comunità con cui Piacenza deve dividere le sorti della Fondazione? Sono questi i voti che hanno determinato l’elezione di Scaravaggi. E’ questa la Lombardia dove una parte di piacentini, guidati dal presidente della Provincia Trespidi e dal quotidiano Libertà voleva migrare per liberarsi dalla vecchia camicia di forza del Ducato di Parma e Piacenza?
La redazione del Corriere Padano ha chiesto a Scaravaggi al sindaco Dosi e al rappresentante della Curia di commentare l’episodio, purtroppo senza alcun risultato. Si sono trincerati dietro un laconico “non sono a conoscenza, mi informo”. Ora che sono venuti a conoscenza attendiamo un commento. Si potrebbe semplicemente chiosare che non solo il denaro non ha cattivo odore, ma anche i voti di Vigevano. Per chi lo avesse dimenticato, Scaravaggi di voti piacentini ne ha presi solo otto su venti.
Piacenza e Vigevano, mi spiace ripetere, non hanno nulla in comune, ne il territorio, ne la storia, ne la cultura, ne la politica, ne l’economia, a quanto pare nemmeno i valori sociali. Eppure, il duo Anselmi-Marazzi ha reso i voti di Vigevano determinanti offrendo il pane del loro forno e spaccando la comunità piacentina. I rappresentanti Vigevanesi non hanno mai ambito a tanto. Ma tant’è, “hanno preso su e portato a casa”. Scusate la traduzione letterale dal dialetto.
Giuseppe De Petro




