Fiorenzuola festeggia la 40esima edizione della Zobia moderna: la storia del Carnevale teatro di strada

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La Zobia è il Carnevale fiorenzuolano o meglio, il modo fiorenzuolano di fare carnevale. Una consuetudine che si rinnova sin dal tardo medioevo. Zobia deriva dal latino “iovia” (letteralmente “giovedì”), quindi “giovedì grasso”, cioè giorno di inizio del carnevale. La Zobia anima, ogni anno, tutta la città per 5 giorni consecutivi. Il “carnevale/teatro di strada” fiorenzuolano, vecchio di centinaia di anni, é giunto alla sua quarantesima edizione “moderna”, quella caratterizzata cioè dall’assegnazione del Palio. Uniche regole quelle di non usare maschere e costumi. Si tratta di un vero e proprio travestimento, fatto di stracci e di fantasia, unico nel suo genere. Recentemente la Zobia ha ottenuto il riconoscimento, da parte del Ministero, di carnevale storico.

Secondo alcuni studi condotti da storici locali, tra cui Emilio Ottolenghi, Carmen Artocchini e Rino Bertoni, Luigi Ragazzi e Alfonso Setti, le origini della Zobia sarebbero da far risalire all’uso di un mascheramento ebraico. L’insediamento degli Ebrei, nel paese emiliano, risale alla metà del XV secolo. La comunità israelita si insediò nella zona denominata ancora oggi “contrada degli Ebrei” (l’attuale via Mazzini). È provato che i fiorenzuolani furono ispirati dalle gioiose manifestazioni della tradizionale festa del Purim, caratterizzato appunto da maschere, cammuffamenti, frizzi e lazzi. La presenza di una mascherata simile a quella ebraica a Fiorenzuola è testimoniata da alcuni documenti. Si trattò quindi di una elaborazione personalizzata di un particolare travestimento. Poi non è del tutto errata l’ipotesi che si trattasse di una forma di presa in giro, di sfottò, nei confronti degli ebrei. Questi ultimi infatti, nel corso del secolo XVI, praticavano la “strazzeria” ovvero il commercio e la compravendita degli stracci.  Durante il carnevale gli abitanti di Fiorenzuola si vestivano con abiti lordi e laceri. Incontrandosi nelle strade cittadine, intrecciavano dialoghi in cui fingevano di essere mercanti ebrei. Chi interpretava il venditore di stracci, vestito di cenci, usava un dialetto incomprensibile (grammelot?) o contraffaceva quello del luogo, alternandolo a parole italiane storpiate, raddoppiando, ad esempio, le consonanti, ponendo accenti dove non c’erano. I protagonisti di questa vera e propria sceneggiata si scambiavano inoltre infiniti “salamelecchi” e dispetti, provocando ilarità nei presenti.

Non risulta che questa presa in giro degli ebrei abbia causato particolari incidenti. Certamente gli ebrei non furono contenti. Sappiamo che, tra 1714 e il 1719, questa particolare mascherata fu scoraggiata dalle autorità. Nel 1738 il podestà Gandolfi (non credo avo dell’attuale sindaco), richiamando precedenti disposizioni, addirittura proibì il travestimento. La sanzione per i contravventori era piuttosto pesante: multa di 100 scudi d’oro. Questo provvedimento non piacque a molti abitanti di Fiorenzuola che considerarono la misura come una diminuzione di libertà e un abbandono delle tradizioni locali. Fu addirittura inviata una lettera al governatore di Piacenza nella quale si chiedeva che i fiorenzuolani fossero lasciati liberi di celebrare il carnevale nella maniera tradizionale, senza cedere alle lamentele della comunità ebraica. Il governatore, molto diplomaticamente, stabilì che i fiorenzuolani potevano travestirsi da ebrei, ma proibì qualsiasi offesa o insulto nei confronti degli stessi. La disposizione suggerì inoltre di «praticare e imitare abiti e costumi anche d’altre nazioni». Forse anche grazie a queste disposizioni, successivamente, la zobia perse le caratteristiche di esclusiva presa in giro degli ebrei e la messinscena e il teatrino furono caratterizzati da sfottò nei confronti dei potenti e da parodie di personaggi o situazioni locali. Queste caratteristiche si consolidarono negli anni.

La zobia arrivò così al Novecento. Si fermò solamente durante i conflitti mondiali. Nel secondo dopoguerra riprese con poca convinzione fino all’inizio degli anni Cinquanta. La Proloco iniziò ad organizzare l’avvenimento: furono allestiti numerosi carri, ma le singole Zobie furono al centro dell’attenzione e dell’interesse, forse grazie alle grandi capacità interpretative di alcuni fiorenzuolani del sasso. Di quel periodo venne ricordato in particolare il pollivendolo interpretato da Giovanni Bazzani e lo scimpanzé di Pinotto Torricella, destinati, entrambi, ad allietare e ispirare, nel ricordo, intere generazioni di fiorenzuolani. L’anno seguente, sempre la Proloco, organizzò la seconda vera edizione del dopoguerra. Il 23 febbraio 1954 diecimila spettatori (secondo le stime di «Libertà»), parteciparono lungo le strade cittadine alla cosiddetta «sagra del buonumore». I carri allestiti erano dieci e numerosissimi i gruppi e i singoli in Zobia. Alcuni giovani figuranti avevano addirittura deciso di non usare le parrucche ma di farsi crescere i capelli lunghi e fluenti per interpretare al meglio la parte assegnata. Aldo Braibanti riprese la kermesse e suggerì il travestimento di alcune Zobie.  Il carro “La casa bruciata”, allestito dal bar Duomo, vinse il premio di cinquantamila lire: era la ricostruzione di un intero edificio colonico con tanto di animali. La Gerassa con il “Giringiro”, parodia di una carovana ciclistica del giro d’Italia, conquistò il premio di venticinquemila lire per il miglior gruppo. Nacque allora la fama dei cosiddetti «Gerassari», dal nome del quartiere nel quale abitavano i frequentatori del bar Bastimento, autentici maestri del teatro di strada. Nel 1960 il cronista descrisse la Gerassa come il luogo «[…] da dove prendono il via le più ammirate e spassose compagnie di Zobia». Il carnevale fiorenzuolano in seguito ebbe alti e bassi: nel 1968 gli organizzatori dovettero pensare a come incentivare la partecipazione, inventando la sfida tra i quartieri e i bar. Nel 1973 il carnevale fu addirittura senza la Zobia e «Libertà» commentò «[…] mai sceso così in basso neppure in tempi di guerra». Negli anni più recenti l’Associazione “Amici della Zobia” curò l’organizzazione dell’appuntamento, spesso affrontando grandi difficoltà finanziarie e logistiche per la realizzazione dei carri. Negli ultimi decenni Claudia Verdiani e poi Valter Portesi, coadiuvati da un nutrito numero di giovani entusiasti, furono tra i più convinti animatori del Carnevale fiorenzuolano, che non ha eguali nell’intera Nazione.

Augusto Bottioni

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