
Vale la pena spendere un po’ di parole per affrontare un tema che purtroppo si sta facendo sempre più preoccupante. Mi riferisco a ciò che quasi quotidianamente compare sui giornali sotto diverse forme e vede per protagonista la fascia dei giovani, adolescenti e più grandi. Si tratta spesso di episodi che finiscono nella “cronaca nera”, altre volte sono oggetto dell’analisi di esperti, psicologi, sociologi, educatori e pedagogisti. Partiamo dai numeri, a dir poco sconcertanti: ogni anno, in Italia 400 suicidi di minori, 3.000.000 di affetti da disturbi alimentari, 2.000.000 di episodi di autolesionismo, 200.000 ragazzi che si isolano, rifiutando ogni relazione con l’esterno, genitori compresi. È questa la sindrome del tutto nuova che ha un nome giapponese, hikikomori, segno che il malessere radica nelle civiltà più evolute e ricche. Escludo per il momento tutto ciò che riguarda la violenza nelle più diverse forme, subita o perpetrata, individuale o di gruppo, per mettere l’accento sulla radice del problema, più che sugli effetti.
La situazione è a dir poco emergenziale e a buona ragione si può parlare di “gioventù malata”, giacché di vere e proprie patologie si tratta. Sopra queste sta la perdita di speranza, la rassegnazione, la mancanza di senso, avvertita nel mondo dei nostri eredi, quelli che popoleranno la terra dopo di noi.
Nella pur modesta esperienza di educatore, mi sono convinto quanto il mondo dei “grandi” abbia trascurato quello dei giovani, spesso avvicinato con fastidio, disinteresse, scarsa dedizione, altre volte con eccessi di un insensato amore che determina una difesa irragionevole degli studenti meno impegnati, la prodigalità di doni e denaro, tutti gesti che nascondono una latente avarizia dei grandi nel concedere il bene umano più prezioso d’ogni altro, il tempo.
E’ del male che sta minando la speranza dell’umanità che vorremmo parlare, dando avvio ad una inchiesta che darà voce ai giovani, chiedendo ad essi la disponibilità a raccontare il proprio pensiero sul futuro, i progetti e, ovviamente, le condizioni che si oppongono alla loro realizzazione. In passato, in ambienti educativi scolastici si parlava di protagonismo giovanile, concetto quanto mai vago, soprattutto se lo stesso protagonismo viene guidato e pilotato da adulti affetti da sommari intenti educativi. Questa volta vorremmo che al “protagonismo”, inappropriato obbiettivo per chi soffre di disorientamento, si preferisse prestare attenzione alla narrazione personale, al progetto che fa riferimento all’identità individuale, processo in evoluzione, che dagli stessi ragazzi viene talvolta erroneamente ricercato all’interno di gruppi alternativi che in taluni casi diventano vere e proprie “bande”. A chi ci legge e ci segue, vorremmo proporre una indagine sul valore del sogno del futuro manifestato nell’infanzia, alimentato dalla speranza, che diventa desiderio ed infine progetto. Mai vi è stata più stupida affermazione se non quella che associa l’adolescenza e la giovinezza ad un periodo di spensierata felicità. Pesa sui giovani questa immagine d’essere felici proprio nel momento in cui abbisognano di un pacato e saggio ascolto. Come i genitori accudiscono i piccoli con premura e cura amorevole, gli adulti devono agli adolescenti una attenzione e una coerenza che raramente viene ad essi riservata. La società dei “grandi”, non sempre definibili adulti, è sostanzialmente “bambinista”, perché si commuove di fronte ai cuccioli siano essi umani o animali, ma trova problematico il rapporto quando questi diventano più grandi. So bene quanto il contatto con gli adolescenti sia talvolta sgradevole perché troppo impegnativo, quasi che la bellezza incantevole manifestata nell’infanzia, si fosse macchiata di non so quali bruttezze. In realtà è proprio questo il momento dell’evoluzione più interessante, quello nel quale i giovani iniziano a camminare non solo con le proprie gambe ma con la loro testa, quando confliggono con il mondo, impegnati nello scontro tra il reale e l’irreale, mentre le tempeste della pubertà generano atteggiamenti spesso discordanti. Dei loro sogni, della ricerca di identità, vorremmo rendere testimonianza usando le loro stesse parole con rispetto e desiderio di comprenderle.
Bernardo Carli




