scritto da Redazione Online Mar - 7 - 2018 TAG: ,

di Bernardo Carli – Dopo tre settimane nelle quali il nostro contributo a questo giornale ha posto l’attenzione sull’importanza della consultazione elettorale che si andava preparando e sulla necessità che ciascun cittadino fosse presente nell’esercizio di un diritto costituzionale, non poteva mancare un pezzo che offrisse qualche riflessione sugli esiti della stessa consultazione. Certo che non è facile dire qualcosa che non sia già stato detto e scritto; ciò nonostante ci proveremo, armandoci di umiltà e sperando che il ragionamento sia quanto meno chiaro e sincero. Credo che si sia capito che chi scrive aveva già svelato d’essere aderente ad una delle compagini in campo. Non se ne può far mistero giacché difficile se non impossibile è non essere coinvolti in un tema tanto importante quanto il futuro di un intero paese; c’è inoltre da dire che è una pia illusione pensare che esista una comunicazione scevra da qualunque indirizzo e opinione.
Partiremo pertanto da questa considerazione per raccontare che per noi l’esito delle elezioni costituisce una debacle la cui entità va ben oltre ogni previsione. Quanto uscito dalle urne comporta una rivoluzione le cui conseguenze, siano positive o negative, si svilupperanno in un arco di tempo lungo. Non è poi così esagerato parlare di evento epocale, giacché vengono messe in discussione non solo le linee generali di diversi governi, ma addirittura si intaccano, se non i principi costituzionali, almeno la loro interpretazione. La faccenda non è da poco e se non la consideriamo grave, è almeno grossa. Si ridimensiona fortemente il concetto di solidarietà universale poiché gli interessi dei cittadini della nostra nazione vengono richiamati come prioritari rispetto a quel modo di sentire transnazionale che ha ispirato da anni la politica italiana. Se da idealisti fino a ieri chiedevamo che il disegno di una Europa federale fosse perseguito con maggiore determinazione, la svolta nazionalista del nuovo orientamento politico impone una pausa d’arresto. Difficilmente l’Italia che esce dalle elezioni sarà disponibile a cedere sovranità nazionale a favore dell’Europa. Questo accadrà indipendentemente da quali siano i veri protagonisti del futuro governo tra i molti che dividono il podio da vincitori. Poco ma sicuro è che la legge elettorale, che avrebbe dovuto dar immediata certezza su chi avrebbe governato, ha offerto un risultato quanto mai incerto. Altrettanto evidente è la debacle della sinistra della quale si diceva che, anche quando fosse invitata a sostenere il governo dei grandi vincitori, dovrebbe rinunciare in massima parte al proprio programma, ergo alla sua stessa natura fatta di valori ed infine alla continuità con il proprio lungo governo. La prospettiva di un ritorno alle urne dopo aver riveduto l’inefficace legge elettorale, difficilmente muterà intenzioni espresse così chiaramente dall’elettorato.
Al di là del dispiacere, o dello “scorno” di chi scrive, prevale la preoccupazione per quel ragionamento sulla Costituzione che si faceva e, molto più per il gesto di uno dei contendenti che ha guadagnato la vittoria con una trovata, quella di una sorta di giuramento sul Vangelo e sulla stessa Costituzione. Egualmente fa specie una compagine politica che offre una interpretazione singolare del dettato costituzionale presentando, prima ancora di andare alle urne, non solo il capo di governo, ma anche la squadra dei ministri da sottoporre agli elettori prima che al Presidente della Repubblica. Per carità, non si tratta di un sopruso, ma di una interpretazione che forza modalità che non sono puramente formali. In altre occasioni sono stati i valori della Costituzione ad essere il punto di riferimento per ogni disegno. Questa volta, malgrado le promesse, non vogliamo dire di una Costituzione violata, ma che potrà subire qualche importante cambiamento la strada che ha proposto linee nuove verso l’Europa e la globalizzazione in genere, con buona pace per Alteri Spinelli e manifesto di Ventotene.
Ancora più complessi sono i problemi derivanti dal governo del fenomeno delle migrazioni e del nesso tra queste e la sicurezza. Su questo versante non è il mutamento di indirizzo politico che genera preoccupazione, ma lo scatenarsi di episodi di insofferenza che vanno scaldando gli animi di “deboli” da un punto di vista culturale; questi non riescono a decifrare le linee di un elettorato che nella sostanza non vuole essere razzista, ma per tale può essere scambiato.
Questo per dire che di fronte alle scelte che la popolazione ha fatto, anche chi, come noi, pensa in un modi diverso, deve domandarsi, non tanto dove ha sbagliato, giacché questo investe il tema della “strategia” dei partiti in campagna elettorale, ma piuttosto quale sia la trasformazione che sta accadendo, quali i valori nuovi, se ce ne sono, e il loro ordine gerarchico.
Per carattere e convinzione, chi scrive pensa che anche ciò che sembra “riflusso” sia parte integrante di una evoluzione inarrestabile e carica di speranza. Nel processo di crescita di ogni progetto, anche il più piccolo, vi sono momenti nei quali ripensare obbiettivi e modalità sono indispensabili al pari di quelli di maggiore energia propositiva. Questa è l’interpretazione che diamo alle decisioni dei più, che hanno dignità e potere di decidere diversamente da quanto noi avremmo voluto.
Risolte le vicende di un governo che in un modo o nell’altro deve nascere ed essere operativo, a noi resta il compito di dar luogo ad un processo di conoscenza che coinvolga tutti, ad una dialettica ragionevole perché l’interpretazione dei tempi è interpretazione degli uomini e questo è lo scopo più alto della politica.

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