Dadati: “Cultura vivace, ma orfana e in sordina”

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Gabriele Dadati
Gabriele Dadati

di Roberta Suzzani – «Ieri eravamo, diciamo così, “autosufficienti”. Oggi siamo orfani di chi era in grado di fare territorio e stringere attorno a sé anime diverse di questa realtà culturale forte, ma spezzettata. Per di più c’è il mondo che preme alle porte. Ma proprio questa “minaccia” che incombe sul territorio potrebbe essere, no anzi, deve essere un’opportunità per creare una nuova prospettiva».
Tirare le fila della cultura piacentina davanti a un caffè. Una proposta, ma forse sarebbe meglio chiamarla “una sfida”, che non molti accetterebbero. Ma che lui, Gabriele Dadati (nella foto), ha raccolto subito. E proprio davanti a un caffè abbiamo fotografato una cultura in contraddizione. Viva e vivace, ma in sordina.
Scrittore, editor, insegnante e, ma non solo, responsabile della redazione e della comunicazione per Laurana Editore, Dadati – seppur con tanta già storia alle spalle – è quello che si definisce “un giovane autore”, per di più piacentino. Uno sguardo allo stesso tempo autorevole e fresco – ma comunque disincantato – che si allunga su Piacenza e la sua cultura orfana.
Orfana. Termine forte, ma calzante.
A pochi giorni dalla morte di Ferdinando Arisi la mente torna alla perdita di Stefano Fugazza e la sensazione che si sia creato un vuoto è palese.
«Non un vuoto di contenuti – precisa Gabriele – quelli ci sono, ma manca la capacità di aggregazione. Ognuno a modo suo Fugazza e Arisi facevano “comunità”. Attorno a loro si radunavano menti differenti che in loro trovavano una sintesi, un punto di contatto. In un panorama complesso e vivace come quello piacentino, è venuto a mancare chi creava un dialogo tra le diverse anime, ma anche chi faceva da collante tra le nuove generazioni e la vecchia guardia. La loro assenza si sente».
Se fino a ieri l’autosufficienza culturale di Piacenza, «a cui, paradossalmente, ha contribuito la mancanza di una realtà universitaria di stampo umanistico di forte tradizione» ha preservato la città e le sue “menti”, oggi lo scenario è cambiato.
«Chi si vuole occupare di cultura in questo momento deve fare i conti con tutto il resto». E con “il resto”, Dadati, intende “il mondo”. Quello che serve all’universo culturale di casa nostra è ristabilire un dialogo che si è perso, «ma questa volta il dialogo deve essere aperto al fuori. Si è disgregata la comunità locale e il bisogno di guardare a riferimenti culturali più ampi è più che mai impellente. Uno dei miei pallini è mettere in dialogo realtà nazionali e locali, lo sto facendo con Laurana Editore e Codex10 e insieme stiamo pensando ad alcuni progetti. Ma si tratta di un’iniziativa personale e temo che, far uscire Piacenza dalla situazione di stallo che si è creata, sia completamente affidata al singolo individuo».
Una strategia, però, Dadati ce l’ha e la tira fuori dal cassetto.
«Ho l’impressione che la filiera cultura sia fatta da tre anelli che sono strettamente legati tra di loro. Ci sono i produttori, ovvero gli artisti, gli scrittori, i critici, i fotografi, gli attori e via dicendo. C’è il megafono, ossia le galleria d’arte e le case editrici. E c’è il pubblico, il terzo anello. Posto che il primo e il terzo anello ci sono e sono attivi e vivaci, il comparto su cui bisogna lavorare è il secondo».
Ma… arriva sempre un “ma”.
«Guardiamoci in giro. A Piacenza non abbiamo una casa editrice che abbia la forza di una risonanza nazionale. Lo stesso dicasi per le gallerie d’arte. E non diciamo che le piccole realtà sono tutte così perché ci sono esempi di virtuosismi a cui dovremmo fare riferimento. Creare una linea diretta tra nazionale e locale è possibile e su questa linea passa anche lo sviluppo del territorio sia a livello culturale sia sul fronte economico. Oggi non abbiamo risorse? Usiamo la fantasia e magari rinunciamo ad abbellire la vetrina. Piacenza è abbastanza forte per riuscire a uscire da Piacenza».
Alzare il volume del megafono piacentino, quindi. Ma come? Semplice, cambiando musica e diventando più nazionali.

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