
Contrario, e causticamente polemico, al progetto di Piacenza Capitale della Cultura l’artista Alberto Esse che – in una nota – mette in evidenza la frattura tra istituzioni e mondo dell’arte e della cultura: “Soprattutto occorre che le amministrazioni ci dicano, direbbe Monsier de La Palisse, che cosa intendono per cultura”. E chiude il suo intervento ribadendo di non essere disponibile alla collaborazione: “Io non credo che ci siano le condizioni per rispondere all’appello della nuova Amministrazione che solo ora, essendo nel panico, si rivolge si a tutti ma che con la nomina dell’assessore alla Cultura ha fatto da subito una scelta divisiva”.
“Piacenza Capitale della Cultura 2020. Durante la campagna elettorale questo obbiettivo è stato sbandierato sia dal centrosinistra che dal centrodestra.
Era evidente che si trattasse di un obiettivo impraticabile (ma non lo sapevano già da prima?) usato per nascondere il vuoto culturale di entrambi gli schieramenti in lizza e che da subito ebbi a definire come una “bufala” bipartisan.
Certo Piacenza possiede un patrimonio culturale, sia materiale che intellettuale, di rilievo ma questo non è sufficiente per essere una Capitale della Cultura. Occorre che a queste precondizioni si associ la presenza di un progetto culturale radicato e sedimentato. Un progetto culturale che, con ogni evidenza, non è presente e che non si può nemmeno improvvisare.
Occorre poi che ci sia un fattivo e consolidato rapporto tra amministrazioni, altri settori istituzionali e mondo della cultura e dell’arte. La frattura tra questi due livelli è sotto gli occhi di tutti, basti pensare alla fine ingloriosa che è stata fatta fare alla Consulta della Cultura.
Soprattutto occorre che le amministrazioni ci dicano, direbbe Monsier de La Palisse, che cosa intendono per cultura. Cultura è una delle tante parole talmente ABUSATE da avere perso in sé qualsiasi senso se ne non vengono chiariti i suoi contenuti.
Rischia di essere un sacco vuoto e prestigioso che ognuno riempie (o lascia vuoto, o riempie di paccottiglia) come gli pare. Solo per fare alcuni esempi: Piacenza vuole diventare la capitale della cultura della attuale società massificante, “liquida”, consumistica, finanziaria o la capitale di una cultura critica anticonsumistica attenta alla vita delle persone e della terra? Vuole diventare capitale di una cultura che è solo un sottoprodotto del marketing, degli interessi dei commercianti e del turismo o di una cultura, come la definisce la nostra Costituzione, volta principalmente e fondamentalmente alla formazione ed alla benessere psico-fisico delle persone?
Vuole diventare la capitale della cultura berlusconian-renziana degli Sgarbi e dei Rondolino o della cultura dei Bobbio, degli Zagrebelsky, degli Eco, dei Pasolini, dei Rodotà ecc? Vuole diventare la capitale della cultura dell’egoismo, del razzismo, della xenofobia o la capitale della cultura dell’apertura mentale e dell’accoglienza? La capitale di una cultura vandeiana “Dio, patria, famiglia” o di una cultura almeno illuministica di “egalitè, libertè, fraternitè”? E potrei andare avanti all’infinito. Certo la cultura è una cosa complessa, al cui interno vi possono essere, e convivere, anche diverse definizioni ma di certo non può essere tutto ed il contrario di tutto, pena la sua distruzione.
L’attuale assessore alla cultura non sapendo a che santi rivolgersi, ed evidentemente santi culturali dalla sua parte ne ha ben pochi, ha rivolto un appello a tutti, perché forniscano idee per fare il miracolo di poter presentare almeno uno straccio di programma per una candidatura sempre più problematica, o meglio quasi tutti visto che gli unici non ricordati, mi pare, siano stati gli operatori artistici e culturali. Idee si possono chiedere solo se si hanno almeno alcuni contenuti di base unificanti su cui lavorare ma fino a che l’assessore non ci chiarisce di quale cultura Piacenza dovrebbe essere la Capitale, un simile appello risulta patetico e inutile. Inoltre l’assessore ha chiesto idee e non, come sarebbe stato più ovvio e corretto, un contributo di discussione e non ha avviato alcun percorso partecipativo in modo che gli interlocutori non fossero semplici spettatori o sudditi o fornitori.
In questi anni il mondo della cultura e dell’arte la società civile ed anch’io nel mio piccolissimo abbiamo già avanzato decine di proposte ignorate in modo perfettamente bipartisan dal mondo della politica partitica. Stando così le cose io non credo che ci siano le condizioni per rispondere all’appello della nuova Amministrazione che solo ora, essendo nel panico, si rivolge si a tutti ma che con la nomina dell’assessore alla Cultura ha fatto da subito una scelta divisiva. Per tutte queste ragioni mi viene naturale non essere collaborazionista e rispondere: “Avete voluto la bicicletta? Allora pedalate”.
Alberto Esse




