
Cristian Camisa rappresenta efficacemente lo spirito della Confederazione della piccola e media industria: Confapindustria è associazione giovane (ha da poco festeggiato dieci anni di attività sul territorio) e Camisa ne è il giovane presidente, diciamo generazione Erasmus, come usa dire al tempo presente. Quarantenne, padre di due bimbi (l’ultimo ha pochi mesi) Camisa presiede l’associazione da due anni e per continuare con i numeri aggiungiamo che Confapi organizza e rappresenta ben 250 aziende. Imprenditore a sua volta, di seconda generazione, fuori dal suo ufficio di via del Commercio, sede dell’associazione, Camisa dirige la TTA (taglio, lavorazione e commercio di acciai speciali), sul mercato dal 1977.
Camisa, lei fa parte di Confapi dal 2010, ne è stato consigliere e oggi ricopre la posizione apicale. Per quale ragione quattro anni fa ha deciso di affiancare impegno ad impegno, immaginiamo gratificanti ma gravosi?
“Per la voglia di non chiudermi nella mia azienda, un difetto che ritengo connaturato al carattere dei piacentini. Certo, conciliare i tempi del lavoro in azienda e i tempi del mio incarico in Confapi è certamente difficile ma la scelta operata mi ha permesso di confrontarmi con il mondo dell’impresa, con gli altri imprenditori, e questo mi ha aiutato anche in azienda. Inoltre, si è trattato di una scommessa vincente, poiché oggi la nostra confederazione è tra le più rappresentative del territorio.”
E’ stato consigliere in Confindustria e per due mandati ha ricoperto il ruolo di vice presidente del Gruppo Giovani a Palazzo Cheope. Perché la scelta di lasciare via IV Novembre ed entrare in Confapi?
“Ho apprezzato in Confapi un dinamismo di segno nuovo e una prorompente voglia di fare, più adatta alle mie caratteristiche. Qualità che mi hanno convinto di avere maggiori opportunità di dare fattivamente il mio contributo”.
Eppure nel Paese le associazioni, comprese quelle datoriali, stanno attraversando una acuta crisi di rappresentanza…
“Ritengo che la crisi di rappresentanza riguardi associazioni, formazioni e partiti non in grado di rinnovarsi. L’ingresso nell’organizzazione che oggi presiedo l’ho vissuto come un’avventura difficile, ma meritevole d’essere intrapresa. I risultati ottenuti mi fanno e ci fanno dire che Confapi è divenuta una ricchezza per il territorio”.
Perché un’impresa dovrebbe scegliere di associarsi a Confapi e non a Confindustria?
“ Perché abbiamo cercato di reinterpretare il ruolo dell’associazione di imprese: abbiamo perseguito un nuovo modello organizzativo, partendo dai bisogni dei clienti e degli associati nell’erogazione e nella fornitura dei servizi. A questo proposito le faccio due esempi concreti: sui costi energetici che soffocano le aziende italiane abbiamo realizzato un consorzio d’acquisto di energia e gas che consente risparmi fino al 20%; per l’accesso al credito, che in Italia costa dall’ 1,2 all’ 1,3% in più rispetto al resto d’Europa, Germania in particolare, abbiamo creato uno sportello Confidi che permette, grazie a decine di milioni di euro di garanzia per i nostri soci, di avere maggiori possibilità di ottenere finanziamenti”.
Negli ultimi tempi avete avuto uno sviluppo veloce, basato su una riconosciuta spinta propositiva. In merito a questa percezione diffusa si dice abbia inciso anche la scelta di portare Andrea Paparo alla direzione. Un direttore con una immagine pubblica fresca, anche per questo ben accolta dal mercato.
“Io ho fortemente voluto Andrea. Perché, nonostante la sua appartenenza politica, è sempre stato percepito da tutti come persona corretta e perbene, con grande esperienza, anche grazie al suo ruolo di assessore provinciale, di impresa e formazione. Con lui sono in grande sintonia” .
Alla Camera di Commercio sono state rivolte critiche. Le condivide?
“Parenti ha operato bene, mantenendo la barra dritta e conti in ordine ma in questo momento straordinario i fondi che la Camera di Commercio deve erogare andrebbero distribuiti in modo straordinario. E’ preferibile concentrarsi su pochi progetti, concreti, in grado di farsi volano per il territorio. Piccoli contributi, erogati a pioggia. non servono perché inefficaci”.
Expo 2015 si avvicina a grandi passi.
“Expo rappresenta una grande occasione, ma occorre chiarezza. Siamo tra i soci fondatori dell’Ats ma ancora non sappiamo, e quindi vorremmo sapere, su quale somma il sistema Piacenza può contare. Conoscere la piattaforma sulla quale costruire i progetti è indispensabile. Forse qualcuno dovrebbe avere il coraggio di dire che le risorse non ci sono. Indispensabile, a mio avviso, è l’identificazione delle risorse da concentrare su attività di incoming, perché riusciremo a creare ricchezza soltanto se riusciremo ad attrarre, ovvero a richiamare persone sul nostro territorio. Expo deve essere un’opportunità anche per gli anni a venire, gli anni del dopo Expo.”
La Fondazione sta vivendo una fase, diciamo così, travagliata. Qual è la sua opinione in merito?
“Preferisco starne fuori e affermo con forza che anche la politica dovrebbe starne fuori. La Fondazione dovrebbe essere una casa di vetro e io sono per la sua autonomia, convinto che le decisioni debbano essere prese al suo interno superando le logiche particolaristiche che spesso frenano anche le migliori iniziative. Piacenza deve rendersi conto che continuando a dividersi su tutto perde terreno”.
L’ultimo progetto di Confapi ha suscitato interesse e curiosità esulando, almeno in apparenza, dalla tradizionale mission dell’associazione. Perché, dunque, Confapi auspica la creazione di un asilo internazionale?
“Un asilo internazionale significa mettere i nostri figli nelle condizioni di poter gareggiare ad armi pari con i ragazzini stranieri: oggi il gap linguistico è profondo e penalizzante. In questo asilo i bambini italiani potrebbero apprendere diverse lingue, naturalmente l’inglese, ma penso anche al russo, al cinese, all’arabo. La nostra proposta si rivolge a tutti, istituzioni ed enti: spero vogliano seguirci e contribuire, altrimenti faremo da soli”.
Il lavoro, tuttavia, resta il vero punto nevralgico. E’ possibile un’inversione di tendenza?
“Negli ultimi 4 anni l’87% delle nostre aziende non ha ridotto il personale e questo dato fornisce di per sé un segnale importante. La piccola e media industria continua a rappresentare lo zoccolo duro della nostra economia, un’economia che resiste nonostante le grandi difficoltà che abbiamo sotto gli occhi”.




