Settant’anni dopo il sacrificio dei 34 soldati, caduti nella battaglia del 9 settembre 1943 per la difesa di Piacenza contro le truppe tedesche, si è tenuta a Barriera Genova la tradizionale cerimonia di commemorazione, occasione per ricordare i valori della Resistenza e, nei giorni terribili della crisi siriana, per ribadire il no a tutte le guerre. Presenti, davanti alla lapide posta sul muro dell’ex ospedale militare, tutte le più alte cariche istituzionali e militari, nonché una rappresentanza dell’Anpi con il vicepresidente Stefano Pronti.
“Da quel 9 settembre di settant’anni fa, – ha spiegato il sindaco Paolo Dosi durante l’allocuzione ufficiale – i piacentini di ogni età e di ogni ceto hanno compreso che era finita un’epoca e che, grazie al cammino verso la Liberazione, si sarebbero aperti orizzonti nuovi, diversi. Certo, oggi siamo qui a evocare un tragico episodio, perché immutato è il cordoglio per le vite che quel giorno eroicamente si sono spezzate, ma siamo qui anche per dire che quei morti, quei caduti, hanno reso possibile una fase della vita civile italiana molto importante per gli anni a venire del nostro Paese”.
“Si tratta di episodio che ha segnato la nostra storia e che ha un grande valore attuale – ha proseguito il presidente della Provincia Massimo Trespidi – Dice Bloch che l’ignoranza del presente nasce dall’incomprensione del passato: dovremmo ricordarcelo oggi mentre si parla di un intervento militare in Siria. Sarebbe un grave errore e, nel caso si verificasse, bisognerebbe chiedere al presidente Obama di restituire il Nobel per la pace che gli è stato assegnato”.
Pubblichiamo, quindi, di seguito una sintesi dell’intervento che Stefano Pronti, vicepresidente del Comitato provinciale Anpi, ha rivolto al pubblico dell’aula magna del Liceo Respighi ripercorrendo i giorni che dal 25 luglio 1943 portarono all’eccidio di Barriera Genova.
“Dalla Resistenza nacque la nuova Italia”
di Stefano Pronti
I fatti del 9 settembre 1943 a Piacenza furono riportati tramite una approfondita ricerca da Camilla Dresda sulla pubblicazione promossa dall’ANPI in occasione della posa della lapide commemorativa nel settembre 1977; essa costituisce la maggiore fonte informativa sull’evento. Sindaco Felice Trabacchi. A Piacenza il comando della piazza era da tre anni affidato al gen. di divisione Rosario Assanti, ufficiale di buona preparazione, laureato in chimica, valente umanista, richiamato dalla riserva, che aveva competenza anche su Parma, Fidenza, Cremona; a Piacenza le unità militari ammontavano a circa 7.000 uomini, ma le caserme erano piene di reclute e di richiamati non ancora in divisa nè in armi.
L’annuncio radiofonico dell’armistizio l’8 settembre provocò al momento gioia ed euforia generale, ma la notte si preannunciava tragica. Il Colonnello Reich, comandante del reggimento di fanteria stanziato a poca distanza da Piacenza si presentò al gen. Assanti e chiese la resa della città. Questi telefonò al gen. Ruggero a Milano per avere istruzioni e ricevette l’invito a resistere, per cui congedò il tedesco e convocò immediatamente tutti gli ufficiali superiori della piazza tra cui i colonnelli Nasalli Rocca, Villani, Paleari e Zazzoli con i quali fu stabilito il piano per fronteggiare eventuali attacchi: a ovest il ponte Trebbia con la zona di S. Antonio fu presidiato dal 65° Rgt di Fanteria, 4.000 uomini con 40 mortai agli ordini del col. Nasalli Rocca, sul lato est fu schierato il 21° Rgt di artiglieria affidato al col. Zazzoli tra le barriere Roma e Farnesiana; a sud a Barriera Genova una compagnia del 4° Rgt. Artiglieria era comandata dal Ten. Col. Coperchini; a nord di fronte ai due ponti era stata posta una compagnia dell’86° Btg territoriale.
Nel frattempo una delegazione di cittadini capeggiata dai comunisti Paolo Belizzi e Guglielmo Schiavi si recò alla Questura dichiarando di essere a disposizione del governo Badoglio e chiedendo armi per affiancare l’esercito nella difesa della città, ma ricevettero un netto diniego, lo stesso che diedero la Direzione di Artiglieria, l’Arsenale e lo stesso Comando di Divisione. Diversamente la consegna delle armi era stata fatta in alcune città, tra cui Roma e Milano.
Dopo la seconda intimazione di resa, come tutti i comandanti delle piazze italiane, anche il gen. Assanti dovette decidere da solo, perché al Ministero della Guerra non rispondeva nessuno, tutti se ne erano andati. Il contrasto verso i tedeschi cominciò a cedere a ovest, per il tradimento del maggiore Venudi, reggiano, che sostituì Nasalli allontanatosi per falso messaggio, il quale consegnò la truppa ai tedeschi, che poterono raggiungere via Genova, dove era posto il secondo sbarramento e dove lo scontro fu molto duro per la presenza di tre batterie di cannoni. Iniziò la prima incursione dei caccia provenienti da San Damiano, che colpirono un carro armato; il col. Dante Coperchini, nativo di Noceto, insieme al S. Ten. Pietro Magni tentò di portare soccorso ai militari feriti e fu colpito a morte. Alle 11.45 l’attacco finale scattò simultaneamente da Barriera Torino e lungo l’attuale via XXIV maggio con l’appoggio aereo; fu distrutto il terzo e ultimo carro italiano. Fu sfondato il cancello della caserma del 4° Rgt Artiglieria (Arsenale) in V. le Malta, fu neutralizzata la forza della Caserma di Via Castello, dove gli uomini di due compagnie resistettero fino ad esaurire le munizioni; poi furono fatti prigionieri e in gran parte subito avviati alla deportazione. Iniziò immediatamente il controllo totale dei punti nevralgici della città a cominciare dalla presa di possesso della stazione ferroviaria, dove cominciarono i controlli di tutti i convogli per arrestare i reduci. Di fronte ai due ponti sul Po il tenente comandante non aveva opposto resistenza, perchè riteneva i tedeschi camerati e alleati.
La resistenza continuò ancora fino all’annuncio del cessate il fuoco, che il gen. Assanti decise seguendo le scelte di Milano e di Torino ed evitando il bombardamento della città; si portò in Topolino in piazza Cavalli con un drappo bianco legato a un manico di scopa e attese l’arrivo del comandante tedesco maggiore Halbriger, che si presentò sul Corso Vittorio Emanuele davanti a un carro Tigre affiancato da due colonne che sparavano raffiche sui portoni e alle finestre delle case; vennero uccisi per caso G. Giovali, sergente della CRI, e il giovane G. Gallosi, dirigente dell’Azione Cattolica.
Caddero così valorosamente 31 militari tanto più coraggiosi quanto inferiori in armamento: 8 ufficiali, 9 sottufficiali, 14 soldati, 5 civili. Il vero volto tedesco si mostrò subito con la deportazione dei soldati prigionieri in Germania, con la richiesta al Prefetto di indicare immediatamente i nomi di 30 ostaggi da sacrificare per eventuali disordini, con il dirottamento della panificazione della sussistenza alle truppe tedesche, con le minacce di morte per i soldati sbandati che non si consegnavano con le loro armi, con la chiamata delle classi 1924 e 1925 e la richiamata dei due anni precedenti, con la minaccia di arresto dei familiari. Era il regime del terrore. Il gen. Assanti aveva preferito condividere l’umiliazione della resa alla fuga; qualche giorno dopo, verificato che i vincitori non rispettavano le promesse, in abiti borghesi lasciò Piacenza per Milano, dove non aderì mai al PNF e si guadagnò da vivere come farmacista.
Da quell’8 settembre 1943 scaturirono il riscatto dell’onore verso gli occupanti e i loro asserviti, la lotta per la libertà e per i diritti civili soppressi per un ventennio, la speranza della pace e del lavoro.
Tutti gli antifascisti erano tornati dal confino, solitamente di 5 anni, che era stato comminato a 88 piacentini, 7 negli anni Venti, 55 negli anni Trenta e 25 nel primi 3 anni Quaranta, una progressiva soppressione del dissenso che era andato allargando; cronologicamente, anche nelle altre città, vengono confinati subito nel 1926 tutti i comunisti e gli anarchici e poi gli antifascisti in genere. I confinati era stati dichiarati antifascisti (37) e comunisti, apolitici (9), anarchici (7), socialisti (4), sovversivi, antinazionali, disfattisti e repubblicani. La provenienza sociale è trasversale, pur con la prevalenza di Contadini (13), manovali e braccianti (14), muratori (12), commessi e impiegati (13), artigiani (13), operai (5); nel 1937 erano stati condannati il medico Pietro Poggi di Agazzano a 3 anni per propaganda antifascista e vilipendio al regime, e a 5 anni il sacerdote Emilio Rinaldi di Piacenza per aver tenuto una predica antifascista. Confrontata con le aree emiliane di maggior attecchimento dell’idea comunista, Piacenza era la più sguarnita. Le imputazioni più ricorrenti erano tutte legate alla manifestazione del dissenso: organizzazione comunista e sindacale, scritte murali e diffusione stampa sovversiva, attività antifascista, offese al capo del governo, grida sediziose, critiche alla preparazione della guerra d’Africa e l’aggressione alla Spagna, canzoni disfattiste, propaganda sovversiva. Dopo il 25 luglio 1943 furono liberati 24 confinati, tra cui Canzi ai primi di settembre e Antonio Carini di Monticelli.
Il Comitato Nazionale Antifascisti di Piacenza era sorto dopo il 25 luglio e comprendeva i rappresentanti di tutti i partiti costretti alla clandestinità, cattolico, socialista, comunista, repubblicano-azionista, anarchico, di cui non pochi reduci dal confino: Francesco Daveri ed Ettore Granelli, Gino Rigolli ed Emilio Piatti, Paolo Belizzi Giovanni Molinari e Doro Lanza, Mario e Vittorio Minoia, Emilio Canzi e Lorenzo Marzani, e altri ancora. Dalla resistenza passiva si passava alla resistenza attiva e armata, di cui furono incaricati Canzi, Molinari, Wladimiro Bersani. Gli obiettivi erano ancora gli stessi del manifesto romano del 26 luglio:
• liquidazione totale del fascismo
• conclusione di una pace onorevole con gli Alleati
• ripristino di tutte le libertà civili e politiche
• libertà immediata per i detenuti politici
• ristabilimento di una giustizia esemplare ma inesorabile verso i responsabili del regime
• abolizione delle leggi razziali
• costituzione di un governo formato dai partiti che esprimono la volontà nazionale e l’incoercibile volontà di pace e libertà.
I primi compiti furono di orientare gli sbandati e i renitenti verso la montagna, dove si erano formati i primi gruppi di resistenti, di assistere e rimpatriare via Svizzera i prigionieri stranieri fuggiaschi, di procurare rifornimenti e armi anche con colpi di mano su obiettivi nemici.
I campi di concentramento per i prigionieri nel territorio erano tre: Veano per gli inglesi, Cortemaggiore per gli slavi, Rezzanello per i greci; al Collegio Morigi erano stati messi gli ammalati. Recentemente è stato ritrovato un giornale manoscritto, Veano Digest, redatto proprio per gli ufficiali inglesi prigionieri nel quale si davano notizie sfavorevoli alle forze alleate per oscurare le speranze di vittoria.
Iniziava così la lotta di liberazione, che coinvolse tutto il popolo sia nella lotta armata sia nei sabotaggi nelle città a opera delle SAP e dei GAP sia nel sostegno generalizzato e generoso della popolazione ai combattenti. La Resistenza riscattò l’Italia presso gli Alleati, per cui i vincitori che avevano imposto una resa senza condizioni non trattarono gli italiani come vinti, ma ebbero verso il Paese una particolare dedizione, favorendo i governi italiani del dopoguerra, definitivamente legati al mondo occidentale. E dalla Resistenza, dalle speranze dei caduti e dei combattenti nacque la nuova Italia fondata sul lavoro, sulla libertà, sulla democrazia, sulla giustizia e sulla solidarietà, di cui tuttora godiamo i frutti.




