La riflessione del sociologo Nuvolati: “Com’è vuota Piacenza”

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I concetti sociologici sono due: svuotamento e riempimento; il nostro interlocutore è uno, il professor  Giampaolo Nuvolati, studioso piacentino che insegna Sociologia Urbana alla Statale di Milano, direttore della rivista “Città in controluce”; il problema è come sarà Piacenza nel futuro prossimo, a fronte di un presente, diciamo, così così.
Questa la fotografia: “L’aspetto più rilevante del presente – spiega Nuvolati – risiede nel suo evidente svuotamento (non solo fisico, ndr), con il massiccio arrivo di immigrati che non riempie, almeno per ora, il vuoto causato dal gran numero di piacentini di città che si sposta nei comuni di cintura come Gossolengo e San Nicolò, nonché dall’alta percentuale di residenti-pendolari. Tutto questo comporta una significativa perdita di rilevanza del centro storico, di attenuamento di una identità urbana riconoscibile: passeggiare la sera in centro e provare una sensazione di vuoto è un tutt’uno. E’ il deserto delle vie e delle piazze a comunicarlo ed è esattamente questo lo svuotamento di cui parlo. Si tratta – prosegue il docente – di un fenomeno diffuso anche nelle altre città ma Piacenza ha il ‘dono’ di evidenziarlo con maggior forza: la nostra città, inoltre, gravita su Milano e la gente anche di giorno la vive in maniera attenuata. Se poi prendiamo le nuove generazioni, ebbene, è evidente che hanno ormai orizzonti che superano la dimensione locale. Tutti fattori che determinano per la città una capacità sempre più debole di costituirsi come punto di riferimento: decrescenti sono le occasioni residenziali, occupazionali, d’acquisto, e ciò provoca una sorta di spaesamento. Un esempio? Pensi allo straordinario turn over dei negozi, segno di una offerta commerciale provvisoria”.
Eppure si parla spesso, nei convegni e sulla stampa , di formidabili attrattive da valorizzare, le famose eccellenze sempre in attesa d’essere rivelate al mondo. “Stiamo inseguendo – riprende il sociologo della Statale (nella foto a lato) – qualcosa in grado di caratterizzarci, ma è un percorso faticoso e tormentato. Si punta sull’agroalimentare, sulla bontà originale di prodotti come la coppa, ed è con ogni evidenza lo sforzo di un territorio che si promuove, sforzo ammirevole ma non credo sufficiente a riempire quel vuoto di cui si parlava. Lo sforzo, il tentativo di dare o recuperare ‘pienezza’ alla città non può essere staccato da una identità più autentica: il genius loci del nostro territorio è difficile da cogliere, da catturare. Perché Piazza Cavalli è sempre vuota? E nonostante se ne parli da anni e anni, invece del riempimento si sta verificando il contrario. In sociologia  – continua Nuvolati – si parla di interstizi in riferimento a luoghi topici e vitali delle città quali sono le librerie e le osterie. Luoghi dove c’è un po’ di serendipity, ovvero qualcosa di diverso rispetto allo shopping comune, predatorio cui siamo abituati. Ebbene, da noi questi interstizi sono vuoti. Perché? Probabilmente per lo svuotamento anche demografico del centro, per cui oggi la popolazione si ritrova in città e nel suo centro storico solo per consumare e solo in determinati giorni e periodi; i nuovi piacentini, gli stranieri, restano per ora un mondo distinto e separato rispetto al nostro. In sostanza, oggi, a venire a mancare è il passo lento di colui che vive la città, sostituito da colui che la città la consuma. Ripeto: è una condizione comune a tante altre città, ma Piacenza ne rileva i contorni”.
E il futuro? Che cosa si può fare, ammesso che qualcosa si possa fare, per arginare lo svuotamento della città? “E’ innanzitutto indispensabile rivitalizzare il centro storico, non solo dal punto di vista dei servizi commerciali, bensì adoperandosi per farvi ritornare residenti. Ripopolare il centro salvaguardandolo dalla terziarizzazione significa garantire le fasce più deboli, popolari appunto, magari attraverso la proposta di affitti calmierati. Viceversa si verifica quel fenomeno che in sociologia si chiama ‘gentrificazione’ (da gentry, la classe benestante della vecchia Inghilterra, ndr), ovvero la colonizzazione dei vecchi centri storici ad opera di professionisti in grado di ristrutturare vecchi edifici e ricavarne dei loft. Il centro non deve essere una vetrina.
Poi – riprende il sociologo piacentino – c’è l’aspetto che a me sta più a cuore e che tuttavia, in un momento di grave crisi economica come questo, può anche essere percepito come non urgente: la cultura”.
In che senso? “Vede, a Piacenza esiste una cultura alta, e penso a realtà come l’Orchestra Cherubini e all’ormai consolidato Festival del Diritto, ed esiste una cultura popolare che si concretizza nella canzone e nel teatro dialettale. Manca il livello intermedio, la capacità di fare una buona cultura, espressione della città, anche senza grandi sponsorizzazioni. Per fare, per costruire una cultura di questo tipo sarebbe necessario un efficace coordinamento tra istituzioni e soggetti produttori di cultura, mentre ora non c’è continuità ma solo iniziative estemporanee”.
Che cosa lo impedisce? “L’anello è debole in alto e in basso. In alto sarebbe necessaria una cornice più istituzionale, è vero che non ci sono soldi ma il Comune, per fare un esempio, non fa nemmeno un’analisi censitaria delle realtà e delle iniziative presenti sul territorio. Insomma, non c’è attenzione alla cultura locale già esistente o in potenza, mentre si prestano attenzione e risorse solo ad eventi che danno visibilità”.
E in basso? “Risulta difficile intercettare i giovani. Accolsi con soddisfazione e ottimismo la nascita del Politecnico poiché le città universitarie sono sempre state la linfa vitale del dinamismo e della cultura. Ma Piacenza è rimasta una città sofferente, non in grado di coinvolgere la popolazione più giovane. Costoro in gran maggioranza vanno a studiare in altre città, mentre da fuori ne arrivano pochi. Non si è creata una presenza significativa, non si è messa a scorrere nessuna linfa vitale”.

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