L’Islam integralista dei salafiti piacentini: “Ne con l’Occidente ne con i violenti”

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Profondamente contrari alla guerra e ad ogni forma di violenza, l’atteggiamento dei salafiti “quietisti” nei confronti dell’Occidente è di totale chiusura

I musulmani in Italia sono divisi su linee culturali, politiche e religiose. Questa frammentazione unita ad alcuni particolari contesti sociali e politici ha favorito lo sviluppo di una corrente integralista dell’Islam: i salafiti. Il salafismo è un fenomeno relativamente nuovo in Italia rispetto a Francia, Gran Bretagna e altri paesi del nord Europa, di storica immigrazione o con un passato coloniale, dove è emerso negli anni ’80.

La parola salafismo deriva dall’arabo “salaf”, ovvero “antenato.” L’utopia dei salafiti è quella di tornare a un Islam primitivo, l’Islam mitico delle origini, scevro da ogni contaminazione occidentale. Ultrafondamentalisti e ultrarigoristi, i salafiti si considerano come un gruppo di eletti, di guardiani del dogma islamico originale. “Essere salafita per me significa ricercare un legame con l’Islam autentico, quello del profeta e dei suoi primi compagni. Nel XXI secolo significa preservare il messaggio originale, rispettare e seguire la religione dei nostri padri nella nostra vita quotidiana, in seno alle società moderne”, afferma Emir, giovane di origini bosniache emigrato 15 anni fa a Piacenza.

La maggioranza dei salafiti in Italia e in Europa sono “quietisti”, in opposizione con i salafiti “politici” e i salafiti “jihadisti”. Se i secondi si compromettono con la politica per ottenere benefici per le loro comunità, i salafiti “jihadisti” sono coloro che vogliono la guerra contro gli “infedeli”. Quelli che si radicalizzavano via internet per poi partire dall’Europa per il fronte in Siria e in Iraq. I famigerati “foreign fighters” dell’Isis.

Profondamente contrari alla guerra e ad ogni forma di violenza, l’atteggiamento dei “quietisti” nei confronti dell’Occidente è di totale chiusura: non premono né per una conversione di massa da parte degli europei né a favore di una rivoluzione islamica nello Stato in cui risiedono. Essi vorrebbero solo farsi da parte per poter preservare la loro purezza personale e comunitaria. Il salafita “quietista” è anche contrario ad ogni forma di partecipazione politica poiché la democrazia è contraria all’Islam. La democrazia è per i salafiti una sorta di associazionismo eretico in cui gli eletti si sostituiscono a Dio e legiferano in nome di valori estranei alla sharia, la legge islamica.

Nel parco del Merluzzo predica Omar, un anziano musulmano di origine algerina dalla lunga e folta barba grigia, rigorosamente senza baffi. E’ il tipico look salafita basato su di un “hadith”, una delle fonti della teologia islamica. Gli hadith sono una raccolta di detti e di comportamenti del profeta Maometto secondo cui, nel caso specifico, bisogna “curare con attenzione i baffi e lasciare la barba crescere fluente”.

Omar spiega:”La società occidentale ha forse dei punti positivi. Ma il principio di libertà non corrisponde alla natura degli uomini. Una società troppo permissiva che lascia l’individuo libero di decidere sulla propria vita è un’impostazione sbagliata. La gente è debole, ha bisogno di struttura, in caso contrario finisce per commettere errori e perdersi come i musulmani immigrati che bevono alcol, fumano e vanno a prostitute: è molto angosciante dover controllare la propria vita senza punti di riferimento”.

I “quietisti” rappresentano una versione di radicalismo non violento. Estranei alla politica, il loro disegno è quello di islamizzare gradualmente la società.

Siamo riusciti ad incontrare una coppia di salafiti residenti a Piacenza. Raghad ci accoglie a casa sua in pieno centro storico. La giovane donna ha scelto il “minhaj” (la “via”) salafita. Porta un “niqab” nero, il velo integrale che lascia scoperti solo gli occhi, e un “jilbab” grigio scuro, ossia un ampio abito femminile della tradizione islamica che nasconde le forme e copre tutto il corpo fuorché i piedi. Le mani sono coperte invece da guanti neri ricamati.

Raghad ha 23 anni, è madre di un bébé di 6 mesi. Mi invita a togliermi le scarpe prima di entrare in casa. L’interno è modesto ma impeccabile. Niente foto né quadri, solo copie del Corano e libri religiosi ordinati con cura in un mobile del salotto. Una tenda di colore beige separa l’ambiente dal resto dell’appartamento. “Questa sistemazione ci permette di dividere gli spazi quando ricevo le mie amiche, per noi la promiscuità di genere è vietata. Quando le mie amiche vengono a bere il tè a casa mia, abbasso la tenda e mio marito scompare in un’altra stanza”.

Nata in Italia in una famiglia di origine marocchina, Raghad si è avvicinata al salafismo in modo spontaneo e graduale. “Sono l’unica della mia famiglia ad avere scelto di portare il velo. Ho letto il Corano e studiato la vita del profeta e delle sue mogli che costituiscono per me dei modelli da seguire. Anche loro si coprivano. Ho trovato nell’Islam le risposte che cercavo: la religione è semplice e i divieti sono chiari”, spiega la giovane.

Convinta della sua scelta, Raghad non ha dubbi: la via salafita è quella giusta. L’unico rimpianto che confessa è l’esclusione dal mondo del lavoro. E gli sguardi ostili, i sarcasmi e il disprezzo dei non musulmani. “Non capisco questo odio. Non mi pongo al di fuori della legge, benché coperta non mi sono mai sottratta, per esempio, ai controlli delle forze dell’ordine. L’unica cosa a cui mi oppongo è l’educazione pubblica italiana, è incompatibile con i miei principi religiosi. Finché potrò, educherò mia figlia a casa, insegnandole le basi della religione. Più avanti, spero di poterla iscrivere ad una scuola privata islamica, come già esistono in Francia e in Inghilterra”.

Un rumore di chiavi spezza la nostra conversazione. E’ Michele, il marito di Raghad, che torna dal lavoro accompagnato dal fratello Giovanni. Dopo qualche minuto Michele riappare vestito con un “kamis” bianco, l’abito maschile islamico tradizionale lungo fino alle caviglie. Michele fa il panettiere. E’ un uomo grande e grosso dai capelli corti e la lunga barba d’ordinanza. Entrambi i fratelli sono italiani, e si sono convertiti otto anni fa all’Islam.

Un’infanzia difficile, l’alcolismo dei genitori, la disoccupazione e poi la piccola delinquenza: vulnerabili sotto ogni punto di vista, i due fratelli hanno trovato nel Corano e nel salafismo la propria ragione d’essere. “Eravamo dei casi umani, l’Islam ci ha salvati – ricorda Michele – Oggi non mi faccio più schifo. Se Allah accoglie e perdona coloro che si pentono, ebbene posso perdonare me stesso”.

Raghad e Michele si sono sposati 4 anni fa dopo essersi incontrati appena un paio di volte prima. Incontri regolati dalle leggi salafite. Si chiamano “moukabala” e sono una specie di speed-dating islamica. Negli ambienti salafiti è vietato frequentarsi fuori dal matrimonio. Coloro che desiderano convolare a nozze informano la propria cerchia di parenti ed amici. Giungono poi le proposte concrete filtrate dalle rispettive famiglie. “Si tratta di essere precisi rispetto ai criteri fisici, all’età, al colore della pelle e soprattutto all’integrità morale”, spiega Raghad. In seguito si combina un appuntamento fra gli aspiranti sposi. In questi casi la donna è sempre accompagnata da un tutore, di norma il padre o il fratello o uno zio.

La “moukabala” non è quindi un incontro galante. Nella dimensione salafita non è ammesso il colpo di fulmine. La priorità è un’altra: condividere gli stessi valori e principi religiosi. Si discute di educazione dei futuri figli, di vita di coppia e di pratiche religiose. Arriva poi la decisione dei potenziali sposi di proseguire o meno la reciproca conoscenza. In quest’ultimo caso si è liberi di rifare la “moukabala” alla ricerca del partner ideale. “Ma non ci si sposa per amore, ci si sposa perché il matrimonio è un atto di adorazione nei confronti di Dio”, precisa Michele.

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