
Luisella Reboli parla della nascita della struttura di via Pozzo. “La dottoressa Stefania Calza ne è stata ispiratrice e punto di riferimento”. Dal 2020 responsabile di Radiologia Senologica al Centro salute donna il suo nome è nella rosa dei possibili candidati sindaci per il centrosinistra
Il nome di Stefania Calza, medico responsabile di Radiologia senologica al Centro salute donna di Piazzale Torino a Piacenza dal 2020 in queste settimane è tra i possibili candidati a sindaca per la coalizione di centrosinistra Alternativa per Piacenza.
La dottoressa Calza di cui non sono state riportate dichiarazioni in merito a una sua possibile candidatura è conosciuta oltre che per la sua attività professionale nell’Ausl di Piacenza anche per il suo impegno di medico in alcune delle zone più difficili del mondo tra cui Afghanistan, nell’ospedale di Emergency a Kabul. Missioni all’estero che la stessa dottoressa, in un’intervista a Libertà di poco tempo fa, ha dichiarato concluse aggiungendo di avere ora una nuova missione di cui occuparsi senza pause dopo la nomina a Radiologia senologica.
Stefania Calza viene dal mondo del volontariato ed è una figura ben conosciuta perché le radici solidali le ha messe a dimora anche a Piacenza. Infatti è stata tra gli artefici della nascita dell’ambulatorio di via Pozzo aperto nel 2016 ridando vita a uno spazio, prima adibito a emporio, che era stato teatro di ripetute violenze. Lo sottolinea Luisella Reboli volontaria dell’ambulatorio di cui la dottoressa Calza è un punto di riferimento.
“L’idea dell’ambulatorio – spiega Luisella Reboli – è partita proprio dalla dottoressa Calza mentre nel 2014 stavamo dando vita all’associazione intitolata a mio marito, Arcangelo Dimaggio, da poco scomparso.
Di questo progetto con Arcangelo avevano già parlato tempo prima. Era un nuovo indirizzo che Emergency voleva percorrere per agire anche localmente nelle zone urbane in cui le persone avevano maggiori difficoltà. Emergeva in quel periodo – spiega Reboli – un problema sempre più grande di povertà che riguardava i migranti ma anche italiani che per varie ragioni vivevano emarginati soprattutto nelle zone più periferiche delle città. Emergency aveva già avviato un lavoro di questo tipo a Milano intervenendo dove si toccava con mano il disagio sociale e la povertà. E qui a Piacenza aveva preso forma l’idea di un ambulatorio che potesse aiutare chi, per varie ragioni, aveva difficoltà nell’accesso ai servizi sanitari.
Quell’idea quindi ha camminato e due anni dopo la nascita dell’associazione Arcangelo Dimaggio si è concretizzato a Piacenza in via Pozzo l’ambulatorio rivolto agli immigrati, alle persone senza dimora ma anche un servizio per il quartiere. Quel sogno ha potuto diventare progetto grazie all’aiuto concreto della Fondazione di Piacenza e Vigevano e del Comune che lo ha fortemente voluto attraverso gli amministratori di allora con il sindaco Paolo Dosi e l’assessore al welfare Stefano Cugini. Racconta Luisella Reboli.
Un percorso che Stefania Calza ha seguito e segue passo passo – segnala – determinata, inclusiva, accogliente e con un grande dono, quello dell’ascolto.
Le persone che sono passate e passano da noi spesso sono intimorite per le loro condizioni di salute, per difficoltà linguistiche o perché hanno alle spalle storie terribili o anche tutte queste cose insieme. Hanno bisogno di raccontare le loro storie personali – aggiunge Reboli – spesso molto simili a quelle di altri nelle loro stesse condizioni. Ma l’attenzione a ciascuno di loro non viene mai meno. Se li ascolti prendono fiducia e si sentono a loro agio. Credo che questo sia un grande segno di vicinanza, al di là delle cure, delle visite, dei farmaci.
“Quello che facciamo con l’ambulatorio credo sia un’operazione di giustizia perché una politica dal volto umano – dice Luisella Reboli – si occupa di tutti. E, per dirla con Gino Strada. se il diritto è di tutti è un diritto, se non è di tutti è un privilegio”.
All’ambulatorio si alternano volontari dell’associazione e professionisti, medici e infermieri. In tanti sono passati negli ultimi sei anni donando il loro tempo per aiutare le persone e anzi “colgo l’occasione – dice Reboli – per invitare chiunque medico o infermiere voglia provare questa esperienza e venire da noi.
Ora sono passati 6 anni e l’impegno della dottoressa Calza, volontaria dell’associazione, non è mai venuto meno – aggiunge – nonostante i tanti impegni di lavoro. La nostra conoscenza in questi anni si è approfondita e devo dire che la sua spinta a mettersi al servizio del bene comune è un tratto della sua personalità che mi ha molto colpita.
In questi anni l’ambulatorio di via Pozzo (ora è in scadenza il contratto di uso gratuito dei locali) ha attraversato diverse fasi che hanno sempre visto la figura della dottoressa Calza come costante punto di riferimento.
Il ricordo va a quando l’ambulatorio muoveva i primi passi. Ai tempi in cui gli sbarchi degli immigrati erano costanti e migliaia di persone arrivavano anche da noi. All’inizio i pazienti che si rivolgevano ai medici e agli infermieri volontari nell’ambulatorio erano in gran parte stranieri, successivamente le presenze sono diminuite e ora l’utenza è rappresentata per lo più da italiani e anziani del quartiere.
All’inizio il problema maggiore era farci conoscere e trovare un canale che informasse i potenziali utenti sulle prestazioni che potevano avere in ambulatorio con medici e infermieri. Un aspetto su cui ha lavorato molto la dottoressa Calza. Il nostro è un ambulatorio particolare e il primo approccio con gli utenti è importante. Anche i volontari dell’associazione – spiega Reboli – hanno avuto bisogno di una formazione specifica. Un volontario che viene da noi deve essere preparato ad affrontare situazioni che non sono la norma. Oltre ai medici che svolgono l’attività di volontariato (ora sono 6) durante l’apertura dell’ambulatorio (al martedì e al venerdì dalle 16 alle 18,30) abbiamo anche specialisti che ci danno una mano dall’esterno. Collabora con l’ambulatorio anche un medico legale che interviene gratuitamente nei casi in cui siano necessarie perizie per verificare situazioni gravi in cui gli immigrati siano stati coinvolti (“non è facile trovare gratuitamente un parere medico-legale ma da noi è possibile” sottolinea Reboli). Si tratta di fatto di certificare (e viene fatto gratuitamente) se la persona ha subito torture e violenze.




