
E’ sabato 21 ottobre, il giorno del torneo tanto atteso nel quartiere di San Sepolcro. A pochi passi ci sono le case popolari del Ciano, le due parrocchie ortodosse slave e quel tratto di via Campagna compreso fra piazza Borgo e la chiesa del Tramello. Alcuni residenti la chiamano “Little Islamabad” per la piccola e laboriosa comunità pakistana impiantata nel rione intorno alle attività di Fani – un imprenditore di Lahore – proprietario di un mini-market etnico, di una macelleria islamica e del cocktail bar Enigma.
C’è una gara nel quartiere, tutti ne parlano da settimane e la voce si è sparsa fino a raggiungere le Istituzioni. All’inaugurazione c’erano infatti Sindaco e Vice-sindaco. Calma: non si tratta di Katia Tarasconi e Marco Perini venuti a tagliare il nastro. Ma di Abdoul e Soufiane del Burkina Faso, rispettivamente Primo Cittadino e suo Secondo. Chiedendo in giro, nessuno si ricorda dell’origine dei soprannomi. Sarà per la credibilità delle loro figure? Per l’autorevolezza delle loro prese di posizione? Poco probabile. Il clima goliardico suggerisce una vecchia burla diventata nel tempo consuetudine.
Il Sindaco e il suo Vice frequentano il Province Coffee di via Mazzini, meglio conosciuto come “Bar di Fulvio”, dal nome del ragazzo di origine leccese che ha rilevato questo locale – posto ai piedi della scalinata della Muntà dei Ratt – popolato da giovani e da una vecchia guardia di residenti storici. E’ un bar senza troppe pretese con servizio al tavolo minimalista e prezzi democratici: la birra Moretti da 66 cl costa 3,50 euro e anche per questo motivo incarna l’anima popolare del rione, in contrapposizione con gli avventori dell’elegante e limitrofa birreria “La Muntà”.
Da tempo immemore il locale è il punto di riferimento dei residenti del quartiere Ciano e – più di recente – di una vivace comitiva multietnica e intergenerazionale. Il Sindaco burkinese ne è la testimonianza viva. Cosi come Trevor. In abiti civili, Trevor, è responsabile di un magazzino farmaceutico. Al bar di Fulvio è invece il vecchio saggio per i ragazzi del quartiere che lo salutano urlando “Stay brutal”, il suo motto da inveterato metallaro. Trevor ostenta infatti magliette dei Poison e di altri vecchi arnesi del metal del Novecento perlopiù sconosciuti ai ragazzi di oggi. Infine, Trevor è piacentino ma tifa Sampdoria. Quest’anomalia spiega il nomignolo – attribuito chissà quando e da chissà chi – ispirato a Trevor Francis, attaccante della squadra blucerchiata negli anni ‘80.
Il sampdoriano era la mina vagante del torneo. Talentuoso e imprevedibile, ha raggiunto la finale con la sua tecnica, tradito solo dalla tenuta atletica. Una flessione fisiologica, considerando le sue 54 primavere.
A sfidarlo, lui in squadra con Riki – un agguerrito ingegnere dai capelli rossi – un’orda di 30enni determinati ad arrivare fino in fondo. Teatro della gara: il cortile del bar di Fulvio. Sì, perché questo locale, un po’ anonimo da fuori, nasconde una sorpresa. Si sviluppa all’interno in profondità. Dopo aver superato il bancone c’è una porta dietro la quale lo spazio si apre su di un piccolo cortile con un tavolo da calcio balilla posto al centro. Un catino incorniciato dai balconi degli appartamenti confinanti da cui si diffonde la musica neo-melodica del vicino napoletano e il profumo di curry dalla cucina di una famiglia indiana.
Ma torniamo al campionato. Torneo fratricida fra vicini e amici di bevute, Riki e Trevor, se la sono vista contro il Biondo, il Monto, il Corda, Juan il cubano detto “Hombre”. E poi Matteo, Daniele, Gianluca, Massimo, Murad e naturalmente il Sindaco e il Vicesindaco. Con loro altri giovani in gara e relativi supporter. A partecipare anche le ragazze del quartiere. Determinate e competitive ma eliminate già al primo turno, Ippolita e Giorgia hanno venduto cara la pelle. La “Pippi”, giovane scenografa non ancora 30enne, si è associata a Giorgia, cassiera della Conad che festeggiava peraltro il suo 40mo compleanno.
Verso le 20 il cortiletto è diventato una bolgia urlante e scomposta. Ci sono le semifinali ma si alzano le prime proteste. Le squadre eliminate accusano gli organizzatori: avrebbero cambiato le regole della competizione in corso di torneo. Mentre infuria la battaglia e il biliardino si sposta con violenza da un lato all’altro del cortile sotto i colpi furibondi dei semifinalisti, da lontano risuona un sassofono. Evento collaterale, spontaneo quanto raro, nel dehors una piccola comitiva si è radunata intorno a Mattia Cigalini. Costui è davvero un (ex) Sindaco. Prima di allontanarsi dalla politica è stato Primo Cittadino di Agazzano per un (solo) mandato perché ritenne che perseverare fosse diabolico. Eliminato ai quarti di finale, Cigalini, in squadra con Gianluca – un altro ingegnere – suonava la Pantera rosa e altri motivi a richiesta. Docente del Conservatorio Nicolini e virtuoso musicista si è ritrovato fra le mani un vecchio sassofono degli anni ‘50 e ha improvvisato. A chi appartenesse il sax rimane un mistero.
La deliziosa divagazione musicale dura poco. Siamo in finale e in palio ci sono 50 euro. C’è poi l’orgoglio: tutti si conoscono ma nessuno vuole mollare. I tifosi sovrastano il cortiletto come se il biliardino fosse infossato in un’arena, una “bombonera”. Manca solo la carta igienica srotolata dagli spalti. L’entusiasmo è alle stelle, la birra scorre a fiumi, tutti alzano la voce e volano imprecazioni. Giocatori e tifosi sono una cosa sola, rappresentano sotto-correnti di una controcultura iperlocale. O forse no, sono solo ragazzi che giocano a biliardino e bevono birra. Poco importa, a vincere il malloppo saranno alla fine il Monto e Matteo.
Al netto delle polemiche, della derisione per gli sconfitti e delle imprecazioni che hanno accompagnato il torneo, la manifestazione è stata una grande e genuina festa di strada fra persone che si vogliono bene. Artefice di questo momento di condivisione: Fulvio, il titolare di un bar che accoglie tutti senza distinzioni di classe, etnia, età o genere.
E’ tardi, il torneo è finito. Davanti al locale passa una ragazza transessuale. Saluta sorridendo e tutti ricambiano con gentilezza. Sul terrazzino rimane seduto Murad, un ragazzo marocchino che fa l’operaio e non parla bene l’italiano. Ama giocare al calcio balilla ma frequenta il bar perché vuole fare amicizia. Desidera imparare la lingua e ha trovato nel locale di Fulvio un posto sicuro, un rifugio in cui non sentirsi diverso e solo. In attesa che il quartiere lo abbracci e gli attribuisca con affetto – e riconoscimento – un soprannome, come capitò al Sindaco e al suo Vice.






