Angelo Milana ha certamente scritto una pagina non secondaria nella storia di Piacenza degli anni 70 e 80. Pretore d’assalto e poi procuratore generale ha come nessun altro, nella nostra città, saputo suscitare entusiasmi (giustizialisti) e avversioni viscerali. Numerosissime le inchieste e i provvedimenti, anche clamorosi.

Nato a Trapani e laureatosi in giurisprudenza a Roma – dopo aver trascorso quasi l’intera carriera professionale a Piacenza dove fu giudice del Tribunale dal 1951, pretore, prima a Bettola e poi nel 1975 in città, e procuratore della Repubblica dal 1984 al 1991 – Milana si è spento all’età di 95 anni nella clinica di Piacenza dove era ricoverato da alcuni giorni.
Da magistrato promosse le inchieste giudiziarie più importanti in città degli anni 70 e 80, legate soprattutto alla corruzione, coinvolgendo politici e amministratori, imprenditori e avvocati. Raccontava di ricevere, in quel periodo, una decina di esposti al giorno: segnalazioni di abusi, truffe, grandi e piccoli reati che non cadevano quasi mai nel vuoto. Significative alcune sue indagini ambientali come quella contro le abitazioni abusive a foce Trebbia e, soprattutto, quella che nel 1983 fece chiudere l’Acna, il colorificio di via Tramello definito “la fabbrica dei veleni”.
Ma lo scontro fra Milana e la classe politica piacentina passò alla storia: tra le inchieste più eclatanti quella sulle licenze commerciali che portò all’arresto – per il reato di concussione – l’ex assessore socialista Francesco Gazzola, incarcerato e poi prosciolto. Furono indagati anche i sindaci Felice Trabacchi (Pci) e Stefano Pareti (Psi), con l’esito di non luogo a procedere. Lo stesso Trabacchi – sindaco dal ’75 all’80 e quindi deputato – promosse un’interrogazione parlamentare contro Milana (una delle 500 interrogazioni collezionate dal magistrato) per chiedere di mettere il procuratore sotto inchiesta elencando i 200 processi del decennio 76-86 (con 300 inquisiti) finiti quasi sempre con assoluzioni. Milana si difese dall’accusa di ‘manette facili’ contestando numeri ed esiti delle inchieste e denunciando a sua volta Trabacchi e gli altri sottoscrittori dell’interrograzione per diffamazione e calunnia.
Nel mirino del procuratore anche il costruttore Vincenzo Romagnoli, arrestato nell’86 nell’ambito dell’inchiesta sulla costruzione del Centro Carni Piacenza (progetto risalente al 1975) che portò all’arresto, per peculato e falso, anche dell’ex assessore ai Lavori pubblici Luciano Beltrametti (Pci), insieme al bresciano Francesco Berlucchi, progettista e direttore dei lavori, al piacentino Giovanni Curotti, titolare dell’ impresa che aveva installato gli impianti termici e idraulici, e a tre tecnici dell’impresa Romagnoli. Romagnoli venne scarcerato qualche giorno dopo dal gip mentre dal Pci piacentino arrivavano parole tonanti contro l’operato del magistrato e sull’assoluta correttezza dell’opera pubblica.
Dall’altra parte della barricata, anche l’avvocato Carlo Tassi, storico onorevole missino, ingaggiò una “guerra aperta” contro il procuratore d’assalto. “E’ lui il padrone di Piacenza – ebbe a dichiarare al giornalista del Corriere della Sera Vittorio Feltri nel novembre ’86 – ci rovina l’esistenza, deve piantarla. La politica non c’entra, attacca tutti e questo sembrerebbe un bene, un segno di indipendenza; in realtà colpisce a vanvera, rovinando persone perbene tra le quali parecchi miei concorrenti ideologici, cosa che potrebbe farmi comodo e, invece, non mi va affatto.Un conto è la competizione per il voto, un altro la correttezza”. A rivoltarsi contro Milana furono proprio gli avvocati piacentini che presentarono contro di lui un “Libro bianco”, un esposto datato gennaio 1987 in cui veniva accusato di “eccessiva animosità contro gli amministratori che hanno guidato la città, coinvolti in varie inchieste e di non aver rispettato i diritti della difesa in numerosi processi”. A seguito dell’esposto, nel 1991 il Consiglio superiore della magistratura, su istanza del ministro della Giustizia Virginio Rognoni, ne dispose il trasferimento d’ufficio alla Corte d’appello di Trieste per “incompatibilità ambientale”. Milana, dopo aver fatto ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo, quando il trasferimento divenne esecutivo, preferì dimettersi anzitempo dalla magistratura. Dal 1996 presiedette la Commissione tributaria provinciale e nel 1999 dismesse definitivamente la toga.
Angelo Milana, sostenuto da quella metà parte di città che fece sempre il tifo per lui, difese sempre strenuamente il suo agire: “Del mio operato si lamentano coloro che non erano in regola con la legge e la coscienza – disse nello stesso articolo del Corriere del 1986 – Io sono sereno, non guardo in faccia a nessuno: non colpisco per capriccio, ma per rispetto dei codici. In questa città mai nessuno aveva osato scalfire determinati interessi, molti notabili spadroneggiavano. Ho fatto quel che potevo per incidere sul malcostume. La gente proba, l’uomo della strada mi stima e mi incoraggia”.




