
di Gaetano Josè Gasparini
Stranieri, delinquenti, ladri, spacciatori, sbandati, vagabondi che si aggirano in una terra di nessuno, buia, fredda e ostile. Non siamo nel Bronx o nella periferia di qualche megalopoli sudamericana ma nel quartiere Roma di Piacenza. Per descrivere l’umanità che ci vive un cronista della città non ha esitato a definire il “Triangolo della droga” quella parte di città compresa fra la stazione dei treni, il piazzale della Lupa e via Roma. Una delle zone più antiche della città, da dove passava il decumano di quella piccola colonia strappata ai celti nel 218 a.C. Che i romani chiamarono per scaramanzia “Placentia”.
Ma è veramente così? E’ giusto sovrapporre l’immigrazione al degrado e all’asocialità in tutte le sue declinazioni e forme? Quanto conta la percezione del pericolo in confronto alla realtà?
Piacenza è una città di provincia che conta poco più di 100mila abitanti di cui il 16% sono residenti stranieri. Le migrazioni verso la città sono cominciate alla fine degli anni ’70 e oggi nel quartiere Roma coabitano oltre cento nazionalità diverse e tutte le confessioni vi sono rappresentate.
La zona si è guadagnata negli ultimi vent’anni una pessima reputazione legata al traffico di stupefacenti, ai furti, alla prostituzione, alle risse multietniche e alle manifestazioni più evidenti di ubriachezza molesta. Tutti i piacentini ne avevano paura ed è vero che un tempo lo scenario non era sempre edificante con vetri di bottiglia e mozziconi di sigaretta agli angoli delle strade, i marciapiedi sempre sudici e lordati dalle salse dei kebabbari del circondario, la gente che orinava nelle cabine telefoniche, le mini discariche che si formavano a fianco dei cassonetti dell’immondizia, gli elettrodomestici e i ventilatori rotti, le poltrone sfondate, i materassi bucati e lerci.
Il rione è sempre stato un crocevia di razze concentrate in una manciata di strade: ecuadoriani, peruviani, albanesi, serbi, marocchini, cinesi e indo-pakistani. Negli ultimi anni, le ultime due etnie sono emerse nel quartiere per la loro vocazione al commercio. Fra call-center, mini-market universali, bar e tavole calde, è l’Oriente Estremo a reggere l’economia del “Triangolo”. La strada è sempre stata però degli africani, degli slavi e dei latinos.
D’estate, chiudendo per un secondo gli occhi e tendendo le orecchie, si possano udire le melodie della salsa o del rai che escono dai balconi e dalle finestre spalancate degli appartamenti del quartiere. Per un attimo sembra di essere a Little Havana o a Casablanca. E invece siamo in via Roma.
Il nostro piccolo viaggio all’interno del quartiere comincia dalla stazione dei treni. Fuori è già notte e l’ultimo autobus arranca sbuffando stancamente verso il capolinea. Il piazzale è semi-deserto, c’è una signora rom che chiede l’elemosina e un paio di clochards che si contendono un domopack di vino scadente fumando sigarette nere. Passiamo davanti al Borgo Faxhall, centro commerciale semi-fallito, cattedrale nel deserto con metà dei negozi sfitti, decimati dalla crisi del 2008 che per molti sembra infinita. Solo le grandi catene come Mc Donald’s, Pittarello o Sigma hanno resistito.
Superiamo il sottopassaggio che nessun ha mai usato e i cui muri sono stati ornati dai giovani creativi locali come se fosse uno spazio espositivo urbano, berlinese, smart. Ora è fuori funzione, le scale mobili sono ingolfate, non spostano nessuno.

Ci fermiamo all’ex bar Bologna, storico locale posto davanti al piazzale della stazione a pochi passi dall’entrata del parco Margherita i cui cancelli chiudono in queste notti invernali alle 18,00. Era già diventato un posto inospitale quando l’amministrazione della città aveva deciso di apporre delle divisorie alle panchine impedendo agli indigenti di stendersi.
Dentro al bar, un insolito ibrido etnico: cinesi e slavi coesistono. Il proprietario, si chiama Luka ed è a Piacenza da 5 anni. Ha rilevato il bar e gli ha cambiato il nome in un più pulito “Bar Caffetteria Voyage”.
“Il casino, le risse, l’alcolismo non fanno bene agli affari – esordisce Luca – Appena 2 anni fa la situazione era diventata insostenibile, c’erano spacciatori ai tavoli in pieno giorno, gente ubriaca fradicia che si azzuffava, la gente non entrava. Oggi la polizia esegue controlli all’interno dei locali ogni settimana, verificano i documenti degli avventori e fanno rispettare la legge”.
Luca viene dallo Xinjiang, una regione a nord-ovest della Cina da cui è originaria la maggioranza della diaspora asiatica in città. “Sono conosciuti per la loro operosità e per il senso degli affari, del commercio, ma io non li capisco quando parlano, hanno tradizioni molto diverse dal resto della Cina”, dice John Wong studente cinese del Politecnico di Milano la cui sede locale si trova in via Scalabrini, appena fuori il “Triangolo”. Questi studenti vengono da Pechino o da Shangai, sono sofisticati e colti e rappresentano la futura elite cinese dorata, lontana anni miglia dai piccoli commerci ordinari tenuti dai loro compatrioti.
Il prezzo da pagare per la tranquillità del quartiere è la sua desertificazione, è il coprifuoco, sono i divieti delle recenti ordinanze comunali.
“Sembra che ci vogliano penalizzare, è vero che c’è molto meno casino rispetto ad alcuni anni fa ma ci costringono a chiudere alle 24 mentre noi vorremmo lavorare ad oltranza perché siamo in Italia proprio per questo: per faticare”, dice il pakistano Alì, proprietario del New Bar Kebab situato in viale dei Mille.
E’ il leit motiv di tutti i commercianti della zona, colpiti per ordinanza comunale da orari di chiusura rigidi e diversi dal resto della città. Qui tutti i ristoranti devono abbassare la saracinesca alle 24 e i minimarket alle 21 mentre il divieto di consumo di alcol nel quartiere è imperativo: niente alcol dopo le 12,00.

“Per due ubriachi rissosi penalizzano tutto il piccolo commercio della zona”, dichiara Sunday, un cittadino nigeriano residente e proprietario del “New Africa” di via Tibini, un minimarket che vende prodotti africani. Dentro c’è di tutto: trucchi, lacche, parrucche, unghie finte e una curiosa crema per sbiancare la pelle. “Le donne africane vogliono essere come le bianche”, dice sospirando Didier.
Quest’ultimo è un richiedente asilo ivoriano che lavora da Amazon ma risiede in via Alberoni. “I controlli sembra che tocchino solo noi stranieri, in particolare se di colore, se c’è una pattuglia che gira puoi stare sicuro che automaticamente si fermerà e chiederà i documenti agli africani, a quelli che hanno una faccia diversa, la pelle scura ”. Didier non ha un’attività e non cerca di farsi bello, suggerisce l’esistenza di un aumento dei controlli che colpisce quasi esclusivamente la popolazione straniera che in quei vicoli è maggioranza. Didier compra la carne halal dalla macelleria “al Qods” di via Tibini. Qui Faruk, marocchino residente da 12 anni a Piacenza, vive nel suo mondo religioso sospeso fatto di poster raffiguranti la Mecca e versetti del Corano incisi sui muri. Non si lamenta Faruk: vende carne macellata all’islamica, salsicce merguez, thé, spezie e harissa, ma anche stoffe, tappetti e hijab.
Non sono tante le attività commerciali tenute da italiani in via Roma. Invece di contare quelle di proprietà di cittadini stranieri si fa prima a contare quelle gestite da italiani. Ci sono due salumerie storiche, una caffetteria, una polleria e il bar Sport dove accanto agli stranieri che guardano le partite di calcio ci sono i vecchietti che giocano a briscola.
“Le attività tenute dagli italiani hanno regole diverse, sono più tutelate, possono vendere liberamente alcolici”, si lamenta Robin, un giovane bengalese che gestisce il suo minimarket con suo padre. Questo posto in via Roma, campa soprattutto con gli alcolici. “Siamo rovinati, siamo in ritardo con l’affitto e abbiamo preso diverse multe: è una persecuzione che sembra colpire solo i piccoli commerci etnici. Noi sopportiamo in silenzio, non abbiamo altra scelta”. Sono infuriati anche gli indiani, proprietari di altri due minimarket della zona. “Senza vendere alcolici andiamo in bancarotta, mica viviamo nel proibizionismo, queste leggi sono assurde”, mi confida uno di loro.
Questa imposizione del divieto dell’alcol ha cambiato anche le abitudini dei pochi balordi rimasti nella zona. La gente che beve, gira con la bottiglia avvolta in buste di cartone, come a New York dove la cultura puritana ha sempre vietato il consumo palese di alcol per strada. E poi, siccome il divieto di vendere alcolici scade ogni santo giorno alle 12,00 ci sono ubriachi già al mattino che penzolano alticci con gli zaini pieni di bottiglie di alcol.
Continuando lungo il parco del Merluzzo incrociamo un ristorante peruviano “Don Teo”, un negozio di elettronica egiziano e un call center pakistano che offre anche servizi di spedizione di denaro. “Qui viene solo gente che lavora e che manda i propri risparmi ai familiari” sostiene Aslam, il proprietario che parla un ottimo italiano. “Ci sentiamo ghettizzati, sotto stretta sorveglianza e anche discriminati dai divieti mirati esclusivamente al nostro quartiere, ma siamo solo stranieri e il nostro dovere è quello di non lamentarci troppo e lavorare sodo, dopotutto dobbiamo seguire le leggi del paese che ci ha ospitato”, conclude il giovane pakistano.
Molti degli intervistati parlano di un’operazione di cosmetica riuscita in parte e dal costo elevato per i residenti. Barattando una parvenza di tranquillità con un danno economico evidente per la piccola economia della zona. “Hanno tagliato brutalmente la testa al toro con i divieti all’alcol con la scusa del decoro mentre ci vorrebbe più prevenzione, più coinvolgimento, più curiosità e meno pregiudizi da parte dei piacentini perché siamo solo lavoratori che rispettano la legge e pagano le tasse”, dice Kati del ristorante peruviano.
Chi è ben informato afferma che la delinquenza, la micro-criminalità si è solo spostata in zone limitrofe: verso vai Colombo e nei giardinetti di via Calciati dove gli africani, spesso fuoriusciti dalle strutture di accoglienza, sorte come funghi in seguito alla crisi migratoria, vendono pezzi di erba da 10 euro.

Oggi non esiste un triangolo della droga che coinvolge via Roma, ma un sentiero dove succede di tutto. E’ la pista ciclabile che raccorda viale dei Patrioti a piazzale Roma. 500 metri di puro degrado con immondizia in ogni angolo e materassi umidi e bucati per terra. Questi ultimi servono alle prostitute. Qui, fra le frasche, i nigeriani nascondono centinaia di grammi pronti allo smercio quotidiano. Costoro girano in bicicletta e non portano mai in giro la merce, per questo motivo numerosi recenti arresti sono risultati frustranti per le forze dell’ordine. Poiché gli africani portano con loro solo le dosi da vendere precedentemente concordate telefonicamente con il cliente. Non si spostano mai con più di 10 grammi addosso.
L’ondata di migrazione improvvisa ha cambiato i rapporti di forza nel “Triangolo” e nelle sue zone adiacenti. La manovalanza non è più in mano ai marocchini, spodestati dagli africani, più numerosi, agguerriti e senza nulla da perdere.

Ma davanti a una realtà pur complessa e sfaccettata ci sono i dati sulla criminalità riferiti al 2018 e esposti dal ministero degli interni che parlano di Piacenza come la città più sicura della nostra regione con un calo dei reati del 7% rispetto all’anno precedente.
“E’ una questione di percezione del pericolo. Qui in via Roma non si spaccia più da mesi, non ci sono più risse, non ci sono più ubriaconi che ciondolano. Ma a che prezzo? Noi non siamo contrari a questi divieti ma vorremmo che ci fosse giustizia, che il parametro fosse esteso a tutta la città. E poi se la delinquenza si sposta, allora si finirà per chiudere con il lucchetto tutta la città?”, si sfoga Aslam.




