Acqua agli sgoccioli e l’agricoltura soffre la sete: tempi stretti per le soluzioni. Potrebbero essere le dighe?

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Siccità, cambiamento climatico, sprechi, consumi in crescita e ci manca l’acqua. Vitale gli esseri viventi e fondamentale per le coltivazioni. Della quantità presente sul pianeta solo il 3% è utilizzabile dagli organismi viventi e l’1% è la quantità accessibile.

Come si usa l’acqua?

Il 70% va alla produzione agricola, il 20% serve all’industria e solo il 10% è per uso potabile. Da considerare poi che i 2/3 della popolazione è già oggi alle prese con scarsità idrica un problema non da poco visto che il corpo umano è formato dal 75% di acqua e dunque non è una buona notizia. La prospettiva non è di quelle che si tingeranno di rosa: al 2050 si stima una crescita di consumo di acqua di un più 10%. E’ l’agricoltura che lamenta la sete più macroscopica. Del resto nel cuore del Distretto di produzione dell’oro rosso (in regione 25mila ettari coltivati a pomodoro secondi solo a Foggia ) l’acqua non è un problema da poco visto che il pomodoro è composto dal 90% di acqua e che per un kg di passata sono necessari 750 litri di acqua. Dati significativi che tratteggiano il profilo dell’uso che si fa del giacimento idrico e agire in fretta è il messaggio forte.

Così, partendo dal titolo “Acqua e pomodoro” il nocciolo delle riflessioni nel convegno (organizzato dal Consorzio di Bonifica al Raineri-Marcora la scorsa fine settimana organizzato insieme a Parchi del Ducato e ai comuni di Rivergaro e Gossolengo) si è concentrato proprio sul fabbisogno agricolo. Il punto è come: risparmiare riducendo gli sprechi, ridisegnare il territorio incrementando o realizzando le aree di accumulo, rivoluzionare il sistema agricolo e pensare a un’altra agricoltura possibile, investire sulle tecnologie, realizzare invasi? E come armonizzare tutto questo con il nuovo mantra della transizione ecologica? Domande.

Durante la discussione si è sentito chi esplicitamente ha parlato di invasi, chi ha sottolineato la necessità di investimenti sui sistemi irrigui (in Emilia Romagna è ormai diffuso ovunque il sistema a goccia ) e chi ha suggerito soluzioni alternative come quella avanzata dal professor Marco Trevisan preside della facoltà di Scienze agrarie. Il professore ha parlato di una strada facile e semplice che non richiede investimenti. Consiste nel lasciare aperti anche d’inverno la fitta rete di canali presenti sul territorio per trattenere l’acqua piovana, prezioso nutrimento per i terreni e soprattutto per le falde acquifere. In questo mondo – ha sottolineato – non andrebbe sprecata una risorsa che ora corre direttamente al mare. Tra l’altro il sistema garantirebbe il mantenimento della biodiversità e dei fontanili che si vanno perdendo.

Semplice, ma irrealizzato.

C’è bisogno d’acqua, servono interventi, i finanziamenti del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) sono tanti anche sull’agricoltura (360 milioni) e il tempo stringe anche questo un altro elemento di preoccupazione. Cruciali comunque saranno i progetti che si elaboreranno per intervenire e salvaguardare un bagaglio di biodiversità tra i più ricchi al mondo. Ma il punto che ha aleggiato nella discussione resta quello di nuove infrastrutture che rendano “reperibile con certezza il bene prezioso e soprattutto dare continuità nell’erogazione”. Perché – è stato rimarcato più volte – è cruciale accumulare l’acqua quando è abbondante per erogarla quando è necessaria alle colture. Argomento non nuovo, che mette in primo piano il tema degli invasi, che non ha mai mancato di marcare differenze, contrasti e valutazioni contrarie che in questa occasione, però hanno dovuto restare fuori dalla porta.

Tutti convinti che la prospettiva sia ormai tracciata poiché l’emergenza idrica si ripeterà ad ogni estate e il fenomeno si colloca sulla scia del cambiamento climatico in atto. Nel 2021 le temperature altissime hanno portato livelli tropicali di notte provocando maggiore traspirazione del suolo, è stato ricordato da Meuccio Berselli segretario generale dell’Autorità di bacino del Po.

Produzione e disponibilità idrica è un’equazione in cui è difficile far tornare i conti. L’acqua – bene comune che i dimenticati referendum di dieci anni fa hanno preservato nell’ambito pubblico – scarseggia e d’altro canto il sistema produttivo ne ha un bisogno sempre più estremo.

I termini del problema si fanno complicati. Trebbia, Nure, Arda e Tidone hanno letti pressoché vuoti (in val d’Arda e in val Tidone ci sono le dighe mentre in val Trebbia si “beneficia” dei rilasci dall’invaso del Brugneto nei momenti acuti di magra). E se – come succede – i cambiamenti climatici consegnano periodi di siccità sempre più lunghi (80 giorni senza pioggia in quest’anno) reperire l’acqua ed erogarla continuativamente si fa impresa ardua che secondo gli operatori potrebbe essere superata con gli invasi.

Ed è qui che si inserisce un altro punto caldo: il DMV o deflusso minimo vitale anche questo argomento di contrapposizioni mai sedate e che oggi trova un altro momento di conflittualità che avrà certamente teatro l’Europa.

Dal 1°gennaio 2022 infatti entrerà in vigore il nuovo sistema di calcolo per garantire il Deflusso ecologico teso alla salvaguardia degli habitat dei corsi d’acqua. Un aspetto delicato, “tema del futuro” è stato definito, su cui gli intervenuti al convegno hanno posto l’accento segnalando la necessità di ridefinire i termini di una questione che è stata impostata partendo dai grandi fiumi del Nord Europa che naturalmente hanno portate diverse da quelli del Sud del continente. In estate nei nostri fiumi – è stato richiamato dai più – in molti casi il deflusso è pari a zero.

Antonella Lenti – info@antonellalenti.it

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