A Natale meno clamore e un abbraccio tra fratelli

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Inesorabilmente torna il Natale, sempre più rumoroso e invadente, sempre più pagano (del resto proprio da una festa pagana deriva), sempre più volgare, sciocco e obbligatorio per chi crede nella nascita del salvatore o chi in tutt’altro. L’attesa dell’evento, quella che nella tradizione cristiana durava giusto nove giorni di preghiere e sobrietà, la novena con canti e tanto incenso, è diventata una maratona sempre più lunga e precoce, che non ha ritegno nemmeno della memoria dei defunti, giacché prima ancora del mesto 2 novembre, alberi di natale e addobbi chiassosi contendono lo spazio dei ceri votivi e dei crisantemi negli scaffali dei supermercati.

In chi come me è oltre i settanta, è grande la tentazione di rievocare le feste di tanti anni fa; si ricordano i modesti doni, la bontà un po’ melensa, l’attesa trepidante nella santa notte, i sogni di noi da piccoli, e tanto altro. La memoria si mescola con la nostalgia di una infanzia che crediamo sia stata prerogativa esclusiva della nostra generazione, come se quella mitica età dell’oro che ora rimpiangiamo, fosse negata ai nuovi giovani, colpevoli di troppe agiatezze, troppa vita facile, troppi vizi. Discorsi di vecchi, i nostri, da tener ben nascosti soprattutto a noi stessi, giacché soffermarsi troppo sui ricordi, quando non porta a squallide rievocazioni, toglie comunque tempo ed energia a vivere con impegno e speranza il pur breve futuro che ci aspetta.

Tutto giusto e ben detto ma, da convinto credente nell’economia generale dell’universo dove tutto è relativo, penso che in fondo non sia mai esistita un’età dell’oro e neppure quella del ferro e se le fortune della mia generazione sono diverse dai vantaggi di questa, sta di fatto che vizi e virtù, da che mondo è mondo, siano sempre presenti e più simili di quanto appaiono, tanto che il padre Dante potrebbe ancora descrivere l’elenco delle iniquità punite nel suo inferno, come se parlasse ai cittadini di questo secolo.

Nel mio proposito di imparare a vivere da vecchio in un mondo nuovo senza scandalizzarmi, mi preme comprendere il pensiero degli uomini, o almeno di quelli che incontro ogni giorno, possibilmente giovani perché dalle loro parole, con un po’ di sforzo, si può immaginare il futuro, anche quello che non ci troverà più vivi, ma che è parte inscindibile dal presente e dal passato.

Facendo una breve digressione, pur avendo capito poco o nulla delle scoperte di Albert Einstein, mi resta in mente la parola “relatività”, così utile e carica di significato da diventare più che punto di riferimento per ogni verità, metodo per scoprirne i segreti e la filosofia del vivere. Discende da questa la convinzione che ogni singola cosa relazionandosi al tutto, ricavi la propria natura dall’insieme di tutte le cose e dal legame che le unisce. La certezza è che ogni cosa che ci riguarda, pur fondamentale per ciascuno di noi, posta in relazione con altre, possa essere addirittura insignificante.

Mi domando quale sia la percezione di questo nostro Natale nell’animo di chi è più giovane; vorrei sapere se anch’essi avvertono questo tentativo di asservire tutto al denaro da spendere, da accumulare e far circolare senza badar troppo al perché. Vorrei sapere se è il disincanto dell’età che mi fa vedere tutto ciò che accade come un gioco rischioso nel quale l’umanità cammina abbandonando sulla propria strada indistruggibili rifiuti (non solo abiti, giochi, alberi di natale dismessi, ma anche pensieri, pagine scritte, musica, e infine uomini, rottami e macerie di una sconfitta). Vorrei parlare con i giovani perché ci spiegassero, ci raccontassero la loro speranza perché possiamo farla nostra, combattendo noi con loro per gli stessi fini. Al tempo stesso dovremmo consolarli con quel poco che abbiamo imparato per dir loro che in fondo nell’economia generale dell’universo ogni cosa sta, va o torna e anche nei giochi dei bambini: più che i balocchi conta la fantasia. Quella sì che è cosa nuova, come un Natale con meno clamore, come un abbraccio tra fratelli, come un tost consumato in compagnia quando si ha fame.

C’è chi un giorno ti vuol bene
Eh già…
C’è chi invece se ne frega
Eh già…
C’è chi fa castelli in aria
Ma soltanto per distruggerli piangendo

Pensare che
La vita se ne va
L’amore se ne va
La fame se ne va

Mangiando un toast
La fame se ne va
La vita resterà
L’amore tornerà…
(“Pensare che“ Enzo Iannacci 1970)

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