Dal Festival del Pensare: Lawrence Ferlinghetti, il giovane di cent’anni

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Parlare di Lawrence Ferlinghetti, vissuto 102 anni, equivale a
riflettere sui giovani. Una contraddizione? No, tutt’altro!
Libraio nella storica City Ligths di San Francisco, editore, poeta,
esprimeva forse già negli anni Cinquanta in America tutto quello
che, dopo (molto tempo dopo), sarebbero diventati il sentire di
tanti, i problemi di molti, le preoccupazioni in un nuovo mondo in
crescita che seminava (e semina) abissi davanti a sé. Peccando
anche di presunzione perché non salva mai quello che di buono le
esperienze individuali o collettive passate hanno prodotto su chi
viene dopo. Per inquadrare Ferlinghetti poeta alcune strofe da “I
denti del drago” nella raccolta “Scoppi urla risate” edita da BigSur
(la più recente). È una riflessione antimilitarista. Ferlinghetti
aveva partecipato al D-Day nel 1944 (lo sbarco in Normandia) il
messaggio che ci consegna è inequivocabile e ha fatto di questo
tema il filo conduttore della sua lunga vita di cui hanno fatto parte
tante altre battaglie intellettuali e politiche contro le
disuguaglianze, ma anche ambiente ed ecologia…
“Un uomo senza testa corre/ per strada/ Ha in mano/ la propria
testa/ Una donna lo rincorre/ Ha in mano/ il cuore dell’uomo/ E i
droni arrivano e arrivano/ E quelli fuggono e fuggono/ lungo
strade sterrate/ Non quelle due stesse persone/ ma migliaia d’altri
& fratelli/ Fuggono tutti dai droni/ che seminano puro odio/ e per
ogni drone che va a bersaglio/ su quella gente in fuga/ spuntano
mille bin Laden/ mille nuovi terroristi/ Come denti di drago
seminati/ Da cui spuntano guerrieri armati/ Assetati di sangue &
vendetta”.

La guerra, un circuito infernale che non ha fine. Parole che si
materializzano in immagini che scorrono davanti ai nostri occhi e
raccontano il presente. Ferlinghetti ha resistito al tempo e ancora
centenario ha rappresentato un pilastro di controcultura americana.
Un giovane di cent’anni.
In che rapporto può stare una figura così emblematica (“icona”
dicono in tanti) con la nuova generazione (la chiamano Z) travolta
dagli eventi di un mondo che non lascia tante speranze e alle prese
con un impegno molto grande quasi improbo. Trovare una propria
identità che possa abitarlo, il mondo di oggi. Ferlinghetti, di quel
che si racconta di lui, una volta ritornato in America dopo la
guerra era pure lui alla ricerca di un suo posto nella vita. Una
ricerca di un’attualità incredibile che lo potrebbe accomunare alle
giovani generazioni che, se sono sensibili ai temi cari a
Ferlinghetti, forse non trovano coesione tra loro (perché smarrita
nello stile di vita odierno). Sono nati, come sono nati, sulla spinta
di valori individuali e non collettivi. Accentuati dall’idea
dell’affermazione (uguale a potere) individuale – la filosofia
dominante nell’era digitale – di cui sono espressione e attuazione i
social.
L’eco di Ferlinghetti all’ombra del Gotico
Dedicando una riflessione a Ferlinghetti e riproponendo l’eco su
vita e poesia ci porta a tornare al Festival del Pensare
contemporaneo. A lui è stato dedicato un incontro “A colazione
con Lawrence Ferlinghetti – vita straordinaria di un poeta che è
stato beat” con Emanuele Bevilacqua e Marco Cassini come
relatori, entrambi editori e scrittori e naturalmente esperti di beat
generation. Parlare di questo è un po’ un pretesto per cercare di
entrare in quel mondo di fermenti, di proteste giovanili (molte
finite tragicamente nelle sostanze) che però ha segnato un’epoca
che noi attempati abbiamo vissuto. Chi di striscio, chi per studio,
chi per averne fatto parte, seppure in un altro continente.

Torno alla domanda precedente: quale relazione può esserci a
distanza di tempo tra la figura descritta in quell’occasione e
l’oggi? Il percorso raccontato mi ha suscitato una connessione con
le tante, innumerevoli valutazioni che si susseguono sulle giovani
generazioni di cui si elencano le difficoltà, l’inattività, la
depressione costante eccetera, ma che di tanto in tanto riaffiorano
come protagonisti di partecipazione su alcuni temi come ambiente
e pace soprattutto. Riflettendo su quella figura, su quello che ha
lasciato nelle sue poesie vien da pensare che il poeta Ferlinghetti,
benché scomparso centenario, potrebbe essere di forte ispirazione
per i giovani. Come venisse un stimolo a ricominciare dalla
poesia, dal sentire interiore rispetto ai fatti che accadono. Può
essere una strada originale, una strada che può trovare
innumerevoli direzioni. Ricordo che durante quell’incontro
mattutino in piazza Cavalli nella parte delle domande dal pubblico
una signora ha segnalato l’urgenza di tornare ad avere “un luogo
in cui poter leggere poesie”. Uno spazio di autenticità in cui il
pensiero possa trovare spazio di confronto e condivisione e,
perché no, anche di contestazione. Civile contestazione.
Ferlinghetti ha ancora molto da dire, da raccontare a parte i
particolari della sua vita che agli inizi tratteggiò il suo percorso
per caso. Lui, in cerca di una direzione e senza avere un’idea
precisa di che fare, lui che aveva usato lo stipendio dei marines
per mantenersi agli studi a Parigi a un certo punto – lo possiamo
immaginare mentre sta bighellonando per San Francisco – sbaglia
strada. Ferlinghetti, un giovane alla ricerca del suo sentiero nella
vita, a quel tempo “come uno che oggi chiameremmo scappato di
casa” lo hanno descritto i relatori …. Trovò la sua strada
“sbagliando strada” Trovò il suo habitat culturale e intellettuale
proprio così. Girovagando per le strade di San Francisco (“a New
York aveva preferito la California perché si fa del buon vino”
diceva) sbaglia strada e da questo banale errore succede qualcosa.
Nel quartiere italiano, poi diventato Chinatown, s’imbatte in un
negozio. Era una libreria di volumi a poco prezzo. S’incuriosisce

e, detto fatto, diventa socio della libreria City Lights che esiste
ancora oggi ed è casa editrice. Era il 1953.
Gli episodi raccontati durante l’incontro a Piacenza lo hanno
descritto come fonte continua di rinnovamento. Ed è questo
aspetto che mi ha colpito in modo particolare.
Non fermarsi mai, ma non per carriere, soldi e potere. Non
fermarsi mai per dar valore alla propria esistenza. Ferlinghetti mi
sembra fosse uno con questa tempra. Così mi è parso dalla
descrizione fatta. Già negli anni giovanili.
Parlare di giovani ricordando l’eco del profilo di Ferlinghetti che
arriva dal Festival edizione 2025 è come scoprire l’esistenza di un
parallelo che, parlando di giovani generazioni, interseca la vita di
un centenario che non ha mai smesso di elaborare se stesso che in
gioventù ha avuto comunanza con altri giovani fuori dagli schemi
di cui è stato una figura di riferimento. Che dire, la vita, il pensare
in poesia delinea una generazione e più d’una. Intanto
l’espressione poetica che si identifica con la sua vita per un secolo
(tanto lunga è stata a sua esistenza) ha rappresentato un punto di
riferimento dal suo momento “giovane” sedimentato e portato
avanti a oltranza fino alla vecchiaia. Dopo aver partecipato alla
“Colazione con Ferlinghetti” ho acquistato un paio di suoi libri
rinverdendo in questo modo uno spaccato di giovinezza andata e
agganciando un collegamento con il tema giovani di cui tanto si
parla in questo momento come di soggetti stretti da una morsa di
crisi e di abbandono di fronte a una vita (la loro) che fa fatica a
decollare. Ferlinghetti – vissuto 102 anni e scomparso nel 2021 –
è una figura poco nota se non in una nicchia di cultori ma, come si
direbbe oggi, tosta e di spessore. Quasi ganza nonostante
l’anagrafe.
A cent’anni e oltre è rimasto lui stesso giovane. Per questo si era
rivolto ai giovani con un’esortazione in un lungo testo sulla
scrittura e sulla poesia. Il libro s’intitola “Cos’è la poesia. Sfide
per giovani poeti” pubblicato in Italia nel 2002 da Minimum Fax
ma la raccolta originale di saggi e poesie è del 1999. 

Qui le ultime parole di “Sfida per i giovani poeti”
“(…) Cosa vi preoccupa? Cosa avete in mente?
Aprite la bocca e smettete di mangiarvi le parole.

Non abbiate una mente così aperta che il cervello vi cada giù.

Mettete in discussione tutto e tutti.
Siate sovversivi, mettendo in dubbio costantemente la realtà e lo
status quo.
Siate poeti, non affaristi.
Non soddisfate, non assecondate, specialmente non un possibile
pubblico, lettori, redattori o editori.

Uscite allo scoperto, fuori dall’armadio.
È buio lì dentro.

Aprite le tende, spalancate le imposte, alzate il tetto, svitate le
serrature delle porte ma non buttate via le viti.

Impegnatevi in qualcosa al di fuori di voi.
Siate militanti. O Estatici.

Essere poeti a sedici anni vuol dire avere sedici anni, essere poeti
a quaranta vuol dire essere poeti.
Siate entrambe le cose.

Svegliatevi e fate pipì, il mondo è in fiamme!

Vi auguro una bella giornata.”
Ferlinghetti ha lasciato sicuramente un segno. Una vita, la sua che
va considerata di quelle vite che insegnano.

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