Nuovo ospedale, l’area è quella giusta? Da superare le osservazioni alla ‘variante’

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Sul nuovo ospedale di Piacenza il dado è tratto, ma i dubbi restano. Con i voti della sola maggioranza di centrodestra, dopo un estenuante dibattito, il Consiglio comunale venerdì scorso ha approvato la proposta della Giunta del sindaco Patrizia Barbieri di costruire il nosocomio sull’Area 6-Farnesiana. Il via libera di Palazzo Mercanti su questo terreno agricolo esterno alla tangenziale sud, praticamente di fronte al carcere delle Novate e con uno sviluppo parziale lungo la strada provinciale n° 6 verso Carpaneto, era largamente previsto.

Ma l’Area 6 (di proprietà dell’Opera Pia Alberoni e dell’Azienda agricola Novate) era una scelta già criticata da più parti. Per esempio da chi, come Confapi o l’Ordine degli architetti, vedeva l’ubicazione più corretta del nuovo nosocomio tra le sei in lizza sull’Area 5. Quest’ultima (completamente di proprietà dell’Opera Pia) si trova all’interno della tangenziale: più vicina al centro e più cara in caso di esproprio perché già classificata, ma con minori costi di collegamento e di consumo del suolo.

Diversa invece l’opinione dell’Associazione industriali che ha sposato la decisione della Giunta Barbieri – definita come la più economica – intravedendo tra l’altro nell’ubicazione del nuovo ospedale sull’Area 6 una serie di rilevanti opportunità di sviluppo anche per il tessuto produttivo piacentino.

Ma prima di approfondire i temi del dibattito sull’area della Farnesiana vediamo i numeri del nuovo nosocomio e i principali problemi comuni a qualsiasi ubicazione che fosse stata approvata dal Consiglio comunale.
In dieci anni, tanti sono quelli previsti per la realizzazione del nuovo ospedale, a Piacenza arriveranno 184 milioni di euro, in gran parte direttamente dalle casse della Regione (123 milioni). Quest’ultima, l’Ausl e naturalmente il Comune saranno in prima linea su finanziamenti, progetti e appalti per realizzare su un’area di 160mila metri quadrati un nosocomio disposto su tre o quattro piani (uno interrato) con 482 posti letto e 14 sale operatorie.

Come sempre in questi casi la partita si preannuncia ricca di incognite. Non solo per le possibili infiltrazioni della criminalità organizzata, attirata dagli appalti pubblici. Sono infatti da mettere in conto anche i potenziali e legittimi stop per i ricorsi di chi magari farà opposizione agli espropri dopo la variante o in seguito perderà le gare per i lavori. Ricorsi che potrebbero allungare i tempi di realizzazione del nuovo ospedale. Ma questo è solo un aspetto del problema e come detto comune a qualsiasi area prescelta. Se vogliamo quello più prevedibile e affrontabile da una buona amministrazione, basata su trasparenza e rispetto delle norme.

Più difficile il resto, che va oltre il progetto sanitario. In ballo non c’è solo il problema della viabilità, da potenziare e ridisegnare al meglio. Ma il fatto che da adesso in poi si devono prendere decisioni chiave partendo dal territorio circostante al nuovo ospedale. E qui la scelta dell’Area 6 vede due correnti di pensiero.

La maggioranza sostiene che ormai tutti gli ospedali si costruiscono in periferia. Ritiene che la Farnesiana sia ottimale anche sotto il profilo di viabilità, accessibilità e possibilità di espansione, come richiesto da Regione e Azienda sanitaria. Rimanda al mittente le accuse di consumo del suolo e quelle di non aver tenuto conto di un’area ambientale e agronomica di pregio, come segnalato da una recente petizione. Niente di chiaro invece sui potenziali sviluppi di contorno al nosocomio.

Ma il nuovo ospedale oltre la tangenziale sud rischia di diventare una cattedrale nel deserto senza un progetto forte. Attorno alla nuova grande realtà sanitaria a vocazione provinciale prevedibilmente dovrebbero sorgere servizi di ogni genere da incernierare al resto del tessuto economico e sociale cittadino. Nuovi spazi commerciali, di ristorazione e accoglienza, uffici e ambulatori, che oltre al nosocomio siano utili alla città in generale, cosa che per i critici appariva più realizzabile sull’Area 5. Invece, questi servizi, anche se saranno previsti, rischiano di non avere uno sviluppo altrettanto rigoglioso e integrato attorno al nuovo ospedale nella più periferica Area 6.

Senza dimenticare un altro problema. Storicamente si passa dall’ospedale dentro la città, con tutti i suoi limiti, ma oggi raggiungibile anche a piedi o in bicicletta, a una nuova struttura sanitaria che fra dieci anni disterà chilometri dal centro, stravolgendo le abitudini di una popolazione che tra l’altro si fa sempre più anziana.  

Infine, con la scelta dell’esterna Area 6, sembra che Palazzo Mercanti abbia deciso di glissare sui tanti problemi urbanistici di Piacenza; problemi che invece per i critici la Giunta Barbieri avrebbe potuto iniziare ad affrontare in modo più organico, partendo proprio da un’ubicazione diversa del nuovo ospedale. Un’opportunità epocale – forse l’unica da anni e per tanti anni a venire – di provare a cambiare volto alla città.

Giovanni Volpi

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