Gianluca Zilocchi ha 43 anni e nell’ottica di un’Italia renziana potrebbe rappresentare il ricambio generazionale che si dice indispensabile. Il sospetto che quell’Italia, con quel peccato originale del recupero a tempo scaduto di Berlusconi a padre della patria, c’entri poco con il neo-segretario della Cgil piacentina (la più antica Camera del Lavoro del paese) è comunque forte: Zilocchi ha un piercing all’orecchio destro, una passione per Springsteen (le note di Born to run – messa dagli amici – hanno accompagnato la sua proclamazione), e un curriculum degno del vetero (vero) sindacalismo. Quello che viene dal lavoro, dal gradino dopo gradino nella scala verso i piani alti di via XXIV Maggio: delegato di base in un grande centro commerciale, l’Auchan, e poi distaccato nelle stanze un tempo fumose della Cgil. Forse è proprio questa la forza residua della Cgil: conoscere il lavoro di prima mano, essere meno permeabili alle parole d’ordine alla moda (per esempio flessibilità), non rassegnarsi a diventare mero patronato. E tuttavia, in parte anche per colpa sua, anche la Cgil sta vivendo una crisi di rappresentanza senza precedenti.
Gianluca Zilocchi, la crisi di rappresentatività non risparmia neanche voi. Chi rappresenta oggi il sindacato?
“Nel corso degli anni – questo è vero – abbiamo perso la capacità di rappresentare per intero il mondo del lavoro. L’imperativo che abbiamo di fronte consiste nella capacità di rinnovare un linguaggio che suona inadeguato e con esso l’insieme dei riti e delle liturgie che accompagnano la nostra azione. Tutte cose che ho sottolineato in sede di congresso, insieme – naturalmente – alla scontata presa d’atto che negli ultimi quindici anni le leggi non le ha certo fatte il sindacato. Per rilanciare l’economia i vari governi succedutisi hanno messo al centro il costo del lavoro, quasi sempre spacciando una reale precarizzazione del mondo del lavoro per flessibilità. Tanto per capirci: nel 2013, a Piacenza, il 77% dei nuovi contratti stipulati risulta a tempo determinato e a questi si debbono sommare tutti i rapporti di lavoro che vanno sotto il nome di ‘collaborazione’. E’ chiaro che in congiunture come queste sei costretto a pagare un prezzo non irrisorio. Rivendico tuttavia le nostre battaglie, non nascondendomi le difficoltà sorte da un mix di nostri ritardi nella capacità di adeguarci ai tempi e una legislazione sicuramente penalizzante nei confronti dei lavoratori. Aspetti convergenti che hanno fatto sì che un’ampia fetta di mondo giovanile risulti refrattaria e diffidente anche nei nostri confronti, sia dal punto di vista della rappresentatività sia dal punto di vista della contrattazione. Il compito che ci attende, oggi, è grande: dare avvio a una nuova stagione di contrattazione, sforzandoci di ricomporre tutto ciò che è frammentato”.
Come far recuperare autorevolezza alla Cgil piacentina, dopo tutti gli errori del passato?
“Gli ultimi 4 (ma sì, anche gli ultimi 15) sono stati anni assai tribolati. Senza collegialità e condivisione interne, non si può pretendere di comunicare e vedere riconosciuta la nostra autorevolezza fuori. Già la gestione unitaria del congresso è stata un passo avanti.
Abbiamo necessità di rimettere la Camera del lavoro al centro dei rapporti con le istituzioni, con la città. Abbiamo preparato un piano per lo sviluppo di Piacenza che presenteremo a breve ai cittadini e alle autorità municipali, un piano pensato per intercettare le opportunità di crescita e di sviluppo del territorio. Lo consegneremo a tutti, sarà il punto di partenza per una discussione comune. La Cgil deve tornare ad essere propositiva, trainante”.
Quali sono le principali criticità del territorio?
“Piacenza non è capace di vendersi in maniera adeguata, preferisce dividersi piuttosto che mettersi insieme e ‘fare squadra’, come si suol dire con abusata espressione. Penso all’autogol sull’alta velocità ferroviaria: tagliati fuori da una linea di primaria e assoluta importanza. E poi la crisi dell’edilizia, drammatica, e ancora il manufatturiero, vocazione principale e tradizionale del territorio: tiene ma deve essere capace di rinnovarsi, di creare nuove opportunità, tessere reti di imprese, giungere alla realizzazione di Tecnopoli”.
Piacenza nel passato recente ha puntato sul polo logistico. Oggi, proprio là, è palese la sofferenza del sindacato, la sfiducia in esso e la sua conseguente crisi di rappresentanza.
“Nel polo logistico è in sofferenza la città, non solo il sindacato. Bassa qualità del lavoro in un comparto in cui si è pensato ai bassi costi e non alla qualità. La politica non è stata in grado di integrare il polo logistico con la città e quello che si è creato è un mondo parallelo. Siamo presenti in alcune aziende come Tnt e Ikea ma è difficile andare a controllare ogni singolo capannone, ogni realtà.
Vi abbiamo però lavorato parecchio: abbiamo fissato, in un decreto con Provincia e ispettorato del lavoro, le tariffe minime per i contratti di appalto; abbiamo sottoscritto un protocollo d’intesa, sempre con Provincia, ispettorato e tutti gli altri soggetti interessati, per il rispetto di tutta una serie di regole sulla sicurezza nel settore della logistica. Molto lavoro è stato fatto, non nascondo però, come in quel settore, la ferita sia ancora aperta e sanguinante”.
A difesa del sindacato, tuttavia, non si possono tacere le difficoltà che la mondializzazione ci ha proposto e ci propone in modo inedito…
“In Amazon, ad esempio, è difficile entrare. In certe realtà il sindacato, per ricorrere ad un eufemismo, non è ben visto… Noi ci stiamo provando”.




