
Le critiche dell’on. Tommaso Foti a Gustavo Roccella, redattore e cronista politico di Libertà, durante il consiglio comunale del 3 giugno scorso, hanno innescato una dura polemica tra il direttore del quotidiano piacentino, Pietro Visconti, e il deputato di Fratelli d’Italia al parlamento e consigliere comunale (dimissionario).
Visconti non ha lasciato che determinati apprezzamenti rivolti pubblicamente (in sede di consiglio) a Roccella e al giornale da lui diretto, cadessero nel vuoto. Di qui l’innesco di un botta e risposta che non ha precedenti nella storia recente di Libertà. La svolta data al ruolo da Visconti, però, non costituisce novità: un certo scalpore, nel sonnacchioso panorama piacentino, avevano già suscitato il botta e risposta fra il direttore di via Benedettine e l’avvocato Corrado Sforza Fogliani, nonché l’accusa di inopportunità circa le modalità d’accoglienza (privilegiata, per Visconti, quindi inopportuna) riservata al critico d’arte e parlamentare Vittorio Sgarbi dal procuratore della Repubblica di Piacenza.
Per chi non avesse seguito le vicende, di seguito riportiamo i testi delle recenti polemiche tra Visconti e Foti.
Commercio, la nuova griglia dei permessi
Le minoranze: «Vi rimangiate la moratoria»
di Gustavo Roccella
(Libertà del 4 giugno 2019)
Il tira e molla su quanto grandi sono gli insediamenti commerciali esonerati dal passaggio in consiglio comunale è arrivato al capolinea ieri a Palazzo Mercanti. La maggioranza ha approvato in aula la proposta avanzata dagli uffici dell’urbanistica e formalizzata con un emendamento del sindaco Barbieri, che fissa l’asticella a 800 metri quadrati se si tratta di recupero di immobili esistenti con cambio d’uso, diverso il caso di “interventi integrali di nuova costruzione” per i quali il filtro politico dell’aula – chiamata ad autorizzare i singoli accordi operativi – è sempre previsto.
Questa la correzione di rotta che il centrodestra si è dato rispetto a otto mesi fa, quando nel Rue (Regolamento urbanistico edilizio) venne introdotta la prescrizione del vaglio del consiglio comunale per tutti i progetti commerciali superiori ai 250 metri. Una misura che l’amministrazione – sull’onda delle polemiche, anche nella maggioranza, per i nuovi insediamenti commerciali in arrivo o in discussione, a partire dal piano di riqualificazione Terrepadane – enfatizzò come l’attuazione della “moratoria commerciale” promessa in campagna elettorale a tutela dei negozi di vicinato.
In attesa dei tempi tecnici per arrivare al voto di ieri, con l’approvazione
definitiva della variante al Rue adottata il 10 settembre scorso, è maturata in Comune l’opportunità di dare alla proclamata “moratoria” una solidità giuridica che, nella versione originaria non aveva, con conseguente esposizione al rischio di pericolosi ricorsi legali. Così Tommaso Foti (Fdi), citando segnatamente una sentenza della Corte di Cassazione di fine 2018, ha spiegato l’osservazione da lui presentata nei mesi scorsi poi in ultimo ritirata a seguito della pubblicazione del suo contenuto (v. “Libertà” del 22 maggio scorso), ritiro giustificato con la volontà di «evitare interessate e basse speculazioni», aveva spiegato il leader di Fratelli d’Italia (v. “Libertà” del 23 maggio) dandone notizia per iscritto alla commissione Territorio il giorno stesso in cui la pratica urbanistica ha iniziato il suo iter consiliare. L’osservazione di Foti chiedeva di esentare dal vaglio del Consiglio gli insediamenti commerciali da 250 a 1.500 metri quadrati, ed era corredata di una serie di motivazioni, in primis il «ridimensionamento delle previsioni di sviluppo commerciale in generale» e l’opportunità di valorizzare «il commercio con medio-piccole strutture aventi superfici di vendita comprese fra i 251 e i 1.500 metri quadrati rendendo in tal modo più competitivo il territorio e maggiormente accessibile l’offerta commerciale». Meglio, dunque, esonerarle dal passaggio consiliare che ne «penalizza in modo significativo l’insediamento», era la conclusione che segnava una decisa marcia indietro rispetto al voto di otto mesi fa, che lo stesso Foti aveva salutato come «una modifica che va nel solco della democrazia, le responsabilità non saranno più in capo alla giunta, ma sarà il consiglio
a decidere senza guardare a nomi e cognomi di chi presenta l’istanza» (v. “Libertà” dell’11 settembre 2018).
La minoranza ha infilato il coltello nei cambi di passo di questi mesi.
Luigi Rabuffi (Piacenza in Comune) lo ha definito «un bel pasticcio, ben diversa la moratoria sbandierata otto mesi fa». Sergio Dagnino (M5s) ha parlato di «marcia indietro», Massimo Trespidi (Liberi) di «ravvedi-mento» per cercare di mediare su un terreno, il commerciale, su cui «la maggioranza ha delle vedute differenti ed evidenti nodi politici». «Governate sulla base di slogan, siete voi che in campagna elettorale promettevate ai piccoli commercianti una moratoria che non si può mantenere, noi ve lo dicevamo e adesso dovete riconoscerlo», han-no dato man forte Giulia Piroli e Giorgia Buscarini, del Pd, che ha presentato un emendamento per abbassare a 400 metri quadrati il tetto delle attività commerciali sciolte dal passaggio consiliare: altrimenti «si lascia mano libera alla grande distribuzione», è la tesi della proposta bocciata dalla maggioranza (e da Andrea Pugni, del M5s) che con l’assessore all’urbanistica Erika Opizzi ha difeso «una pezzatura», gli 800 metri, ritenuta «non impattante sui piccoli negozi» e tale da concedere opportuna libertà di manovra a limitati ampliamenti di attività.
Alle opposizioni, che sul provvedimento generale si sono divise tra astensione e non partecipazione al voto, ha replicato la maggioranza anzitutto con Foti. Il quale non se l’è presa soltanto con la minoranza, ma anche con “Libertà”: «Asino chi scrive», è l’appellativo riservato a chi («Il signor Roccella», ha specificato) in questi giorni ha dato conto sul giornale dell’osservazione presentata e poi ritirata.
Il leader di Fdi ha perorato la causa di un intervento a tutela della regolarità normativa delle procedure urbanistiche. Lo strumento individuato dell’accordo operativo è «pesante, l’unico strumento di moratoria», lo ha definito per sottolinearne la portata di filtro sul proliferare di nuove aperture commerciali. A spalleggiarlo sono stati Lorella Cappucciati (Lega) e Sergio Pecorara (Fi).
IL COMMENTO
di Pietro Visconti
Asino chi scrive?
(Libertà del 5 giugno 2019)
Nella seduta di lunedì del consiglio comunale, come abbiamo già riferito, Tommaso Foti ha avuto un vero colpo di eleganza. Ha detto “asino chi scrive” riferendosi al nostro collega Gustavo Roccella. Sul giornale di ieri ci siamo limitati a registrarlo, da cronisti anche di noi stessi. Ho poi voluto riascoltare (lo potete fare anche voi, c’è sul sito del Comune) l’intervento dell’esponente di Fratelli d’Italia, sperando di trovare la conferma che si era trattato di una caduta di stile, una frase certo pesantemente offensiva ma dovuta al gusto incontrollato della battuta, e dunque sopportabile. Speravo male. “Asino chi scrive” il consigliere Foti l’ha detto non una ma due volte, ostentatamente. Ci ha aggiunto un “lo dicono e lo scrivono gli asini” e un “giornalaio” pronunciati con identico tono di disprezzo. Più una domanda retorica, la seguente: “Qualcuno vive in questo mondo o sa fare solo
titoli per vendere?”. Più un’altra frase distensiva, a corredo di una lamentela (legittimissima) sulle nostre cronache che suona così: “Non so se per falsità o perchè non l’hanno letto (un certo documento, ndr)”.
Sei cadute di stile sono troppe. Forse sono lo stile del consigliere Foti. Ognuno sceglie il frasario e l’intonazione di voce che ritiene, ci mancherebbe, per di più nell’esercizio del mandato popolare. Osservo solo che tanta tracotanza mi sembra fuori luogo, e non soltanto nel senso che all’aula del consiglio comunale non si addice (sto parlando del mondo come dovrebbe essere, mi rendo conto) la pratica del dileggio. “Asino chi scrive”, parodia dell’“Asino chi legge” con cui ci siamo divertiti da bambini sarebbe meglio lasciarlo alla goliardia infantile, magica formula chimica lo rendeva all’istante un’offesa così leggera da riderci sopra. Ma evidentemente Foti vuole che l’orma dell’offesa resti. Ritiene così – presumo – di rendere pan per focaccia. Senonchè “Libertà” non l’ha mai dileggiato. Ha raccontato di alcune sue recenti iniziative politiche-amministrative, certo, in termini da lui non graditi. Gli ha dato tempestivamente lo spazio per rimettere i puntini sulle i che negli articoli di Roccella, complice il sottoscritto, sarebbero stati (sottolineo sarebbero) distribuiti a casaccio. In un mondo a basso tasso di tracotanza, tutto ciò apparterrebbe alla semplice e perfino noiosa fisiologia politico-giornalistica. Per i nervi di Foti no. Sempre lui, capo di FdI a Piacenza e con un posto di riguardo a Roma (vice capogruppo vicario alla Camera), in un post su Facebook ci contesta anche il servizio sulla giunta che non risponde alle interpellanze dei consiglieri di minoranza, e anche qui non si risparmia colpi di eleganza. Attribuisce a un altro nostro giornalista, Marcello Pollastri, una “clientela” con la sinistra che è solo una volgare insinuazione. E a “Libertà” il disegno di “cercare la rissa” e la sorte di “fare solo compassione”.
Onorevole Foti, noi cerchiamo notizie e non altro. E volevo solo dirle: non è mai troppo tardi per fare un salto di qualità.
LA LETTERA
Asino chi scrive. La “smentita” e la replica
(Libertà del 6 giugno 2019)
Leggo sulle edizioni di Libertà del 4 e 5 giugno, rispettivamente, un articolo di Gustavo Roccella ed un commento del direttore Pietro Visconti in cui mi si attribuiscono espressioni che avrei riservato al quotidiano Libertà, del tutto da me ignorato nell’intervento svolto in consiglio comunale il 3 Giugno 2019, così come risulta chiaramente sia dalla sua registrazione, sia dalla sua trascrizione. In particolare, è destituito di fondamento alcuno sia quanto scritto dal Roccella (secondo cui avrei «specificato» di riservare «al signor Roccella» l’appellativo «asino chi scrive»), che dal Visconti (che di me scrive: «Ha detto asino chi scrive, riferendosi al nostro collega Gustavo Roccella»).
Nei fatti, l’espressione «asino chi scrive» è stata dallo scrivente utilizzata nell’ambito della discussione inerente la cosiddetta «moratoria commerciale» – oggetto di reiterate critiche in consiglio comunale anche in occasione della discussione di altri atti amministrativi, oltre che di indirizzo – la cui esistenza non essendo mai stata contestata da Libertà fa venire meno la favola del suo ipotetico coinvolgimento. Per di più, il «signor Rocella» (senza Gustavo e con una “c” in meno, se si ascolta con attenzione l’au-dio) è stato dallo scrivente citato come segue: «…si riteneva di potere andare avanti con un pizzico di autonomia, ridotto dalla sentenza della Corte Costituzionale, non dal signor Rocella…»). Cosa vi sia di offensivo, sgradevole, e ogni altra sorte di contumelia a me riservata, in questa affermazione non lo so. L’ineguagliabile Totò direbbe: «ma mi faccia il piacere!!!». Nel volgere del discorso, citata una sentenza della Corte Costituzionale (non della «Corte di Cassazione» come erroneamente attribuitomi da Libertà), ho altresì aggiunto «E se come capita, cosa che nessuno ha approfondito, tanto meno “asino chi scrive” che se n’è ben guadato dal dirlo…». Anche in detta occasione il riferimento allo omesso «approfondimento» della sentenza, come pure l’utilizzo del verbo “dire” (e non “riportare”), confermano che si è in presenza di una critica rivolta al mondo politico-amministrativo, non certo a quello mediatico. Ancora insoddisfatto, il Visconti attribuisce al suo giornale una serie di mie valutazioni, di cui all’evidenza il foglio da lui diretto non è destinatario ma di cui si appropria per potere finalmente dare sfogo all’idiosincrasia, maturata nei lustri, nei miei confronti. Tant’è che, quasi non bastasse l’attribuzione alla mia persona di fatti e circostanze prive di fondamento, riferendo di un mio post pubblicato su Facebook, si permette di sostituire, con tanto di virgolettato, il sostantivo “cliente” con “clientela”, ben conscio che quest’ultimo viene utilizzato con finalità ben precise, soprattutto nel mondo politicomediatico, per indicare situazione penalmente rilevanti.
Esattamente l’opposto del fine da me perseguito, circoscritto al fatto che, come ho scritto a chiare lettere e me ne assumo ogni responsabilità, quando il Pollastri operava come freelance nel mondo dell’informazione, ebbe, per un certo periodo, anche un rapporto di collaborazione con il Partito Democratico. Altro che «volgare insinuazione» come da lei ignobilmente scritto, direttore, ma verità conclamata per il cui accertamento in altra sede sono a completa disposizione, sua e del diretto interessato!!! Al poco commendevole modo di fare giornalismo, che tanto ricorda il “metodo Boffo”, sono seguite nelle ultime ore sconcertanti minacce: ad evitare illusioni, si sappia che con me non attacca!!!
Riservandomi ogni ulteriore valutazione e azione, le chiedo di pubblicare la presente comunicazione con il medesimo rilievo del suo commento.
Tommaso Foti
Deputato al Parlamento
Pubblico questa lettera non ex lege, come l’autore prova a intimarmi, ma perchè è giusto che si sappia qual è la versione dell’onorevole Foti. La presunta smentita è pura acrobazia. Il succo è che lunedì in consiglio comunale, quando ripeteva «asino chi scrive» e «giornalaio» e «sa fare solo titoli per vendere», Foti non parlava di noi. Nemmeno di Roccella parlava perchè, sublime nel nuovo dileggio, ha detto Rocella con una c sola. Se non a “Libertà” e a un suo giornalista, come tutti anche in aula hanno inteso benissimo, a chi dunque si riferiva?
E poi: perchè ha atteso il commento di ieri e non ci ha smentito subito martedì, quando già su “Libertà” era scritto che quell’espressione offensiva era rivolta a Roccella? Distrazione? Fair play? Bontà d’animo? Va beh, era dunque tutta «una critica rivolta al mondo politico-amministrativo, non certo a quello mediatico». E sarei stato abbagliato io «dall’idiosindiocrasia maturata nei lustri» nei suoi confronti. Posso dire, serenamente, che nei lustri ho avuto altro da fare? Quanto al “metodo Boffo”, l’evocazione è stupefacente e apertamente diffamatoria. Foti non sa o fa finta di non sapere che cosa sia il “metodo Boffo”. Riguardo poi al post in cui definisce il collega Pollastri «cliente» della sinistra, confermo: la considero una volgare insinuazione per far intendere che Pollastri è di parte. Pollastri ha avuto anche altre esperienze giovanili di politica che Foti conosce molto bene. Poi è diventato giornalista. Un po’ di rispetto, per favore, per chi lavora cercando di raccontare con equanimità la politica piacentina. E infine, le cosiddette «sconcertanti minacce». Foti allude a messaggi scambiati in via privata, e confidenziale, di cui non potevo certo essere al corrente. E comunque: il tono di alcune di queste frasi non è consono alla sobrietà del nostro mestiere e ho raccomandato a Pollastri di evitarle. Per completezza di giudizio, bisognerebbe conoscere anche le frasi di Foti in quei dialoghi via chat. Tutte in punta di fioretto?
(p.v.)




