C’è una mia foto all’ospedale Galeazzi. Accompagnata dalla scritta: “vietato l’accesso”. Ci sono andato la settimana scorsa per Gianluca. Sono svenuto in portineria prima di incontrarlo. Suggestione. Quando hanno deciso di dimettermi, dopo 4 ore, arriva la sua chiamata: “Come stai?”. Lui il giorno prima ha subito un’operazione di 4 ore, quindi gli faccio presente che è una domanda fuori luogo. Ride, dice che ha mangiato seduto, non ricordava nemmeno di averlo già fatto. La voce è bellissima, pulita, la sua. Ci sentiamo spesso, sono abituato a sentirla filtrata dal telefono. Conosco i suoi toni, è felice, sta bene. Quando chiamava per la trasmissione sul Piacenza usava un timbro professionale, domande vaghe cui dovevano seguire racconti, meglio se interessanti. Lo preferisco se ci si sente per altro. I suoi toni caldi sono i migliori. Siamo amici del terzo millennio. Scrissi una mail a qualcuno che non ricordo. C’era la lista delle 100 persone che avevano il diritto di parlare del pallone a Piacenza. Dopo qualche settimana arriva una sua mail. Aveva letto il mio scritto, era seccato perché collocato solo al 23° posto. E aggiunse: “Ma tu chi sei? È bella questa cosa.” Le classifiche, una sua passione. Ci presentiamo ufficialmente la domenica successiva allo stadio. Si accorge che lo guardo riverente, da basso verso l’alto: “Se giochi a calcio, martedì puoi venire con me. Tutti amici, niente di particolare.” Da quel niente di particolare sono nate un sacco di cose. Ho conosciuto la sua morosa, cui ho spiegato le regole del calcio. Non ne aveva mai sentito parlare in casa. Ho conosciuto i suoi cani, amici pure loro. Abbiamo guardato insieme l’originale di Album Biancorosso, capolavoro insuperabile. Rideva perché ero curiosissimo di sapere che fine avesse fatto Pertusi, di sapere se avesse il telefono di Crialesi, mentre della serie A non facevo domande. Rideva meno quando contestai la colonna sonora. Fu una discussione da un paio d’ore comode. Gli ho lasciato un post-it sulla scrivania: “Ricordarsi di non toccare l’argomento musica con Gianluca”. Mi ha portato in televisione, mi ha portato in sala stampa, mi ha portato a scrivere per un giornale, ma non mi ha mai dato una notizia in anteprima. Se lo metto alle strette, inventa. Se lo accuso di inventare, mi rinfaccia di avergli detto che a Lecce, per la partita salvezza del ’98, c’ero. Volevo fare il ganassa, ma mi sentivo tranquillo. Vai a pensare che si riguarda fotogramma per fotogramma il filmato che fece sul treno dei tifosi? Scrupoloso. Un paio d’anni fa ci siamo trovati entrambi in difficoltà lavorative. Lo incontro per caso in città, dice che ha parlato col presidente Gatti per farmi assumere: “Gli ho spiegato chi sei: brizzolato, piccolo, bruttino, ti ha riconosciuto subito”. Non ha mai digerito che mi dicessero di tagliare i capelli perché somigliavo a Perdoni.
Ciao Gian, ci siamo sempre “sigati”, ma di te mi fido. Mi dici: “Non farti più vedere, vai a casa e mi aspetti.” E io t’aspetto.




