Non è tempo per sfogliare l’album dei ricordi, “e forse non lo sarà mai” cantava Ligabue. Tanto meno non è tempo per farsi prendere dalla malinconia. Tanti anni di politica devono avergli insegnato che in questo ambiente un giorno non è mai uguale all’altro; e che oggi puoi essere in fondo al baratro, dimenticato da tutti, ma domani potresti anche ritrovarti sulla cresta dell’onda, di nuovo. In un batter di ciglia e spesso senza nemmeno troppe ragioni valide. Sono leggi della politica che talvolta sfuggono al comune sentire ma che Massimo Trespidi conosce bene e sa interpretare. Colui che sarà l’ultimo presidente della Provincia di Piacenza – per come l’abbiamo conosciuta – non ha tempo di piangersi addosso e punta a chiudere al meglio l’esperienza amministrativa in corso. Sa fin troppo bene che, anche dopo la chiusura dell’aula di Corso Garibaldi, altri “treni della politica” passeranno e sarà in quel momento che bisognerà farsi trovare pronti. Conoscendolo non direbbe mai cosa gli sta passando realmente nella testa circa il suo futuro in politica, quali intenzioni abbia. E infatti non si smentisce, non lo fa nemmeno in questa intervista. Ma si sappia che il Corriere Padano ha già scommesso dove lo si vedrà nel 2015. Sol questione di tempo e poi ci offrirà la cena.
Presidente Trespidi, Delrio e il governo le hanno tirato un bello scherzo con quel disegno di legge che manda in pensione le Province. C’è rimasto male?
“Non lo hanno tirato a me, ma a tutto il Paese. Ritengo che questo disegno di legge si rivelerà dannoso per il governo del territorio. E’ una riforma alquanto pasticciata e banale nei suoi contenuti. E’ una riforma che sicuramente creerà parecchi problemi”.
Perché? Da qualche parte bisognava pure cominciare…
“E’ una riforma che non produce risparmi, bisogna dirlo con molta chiarezza. Porterà ad un aumento della spesa pubblica. Non lo dice Massimo Trespidi, ma la Corte dei conti e la Ragioneria dello Stato che sono state audite dal Parlamento. E’ una riforma che nella sua prima attuazione non abolisce le Province. Creerà confusione tra chi dovrà assicurare ai cittadini servizi essenziali. Mi permetto anche di dire che è una riforma del tutto opposta al modello di governo che vige negli altri paesi dell’Unione Europea. In Germania ci sono 400 province, in Francia più di 100, in Spagna 50. Probabilmente era opportuno negli anni scorsi non aumentarne il numero: erano 67 quelle nate con l’unità d’Italia, quello era il numero giusto. Un ente di coordinamento tra Comuni e Regioni a mio avviso è necessario. Con l’abolizione si interviene sull’1,27% della spesa pubblica. Si è deciso invece di non intervenire sul 60% della spesa pubblica che è l’amministrazione centrale dello Stato.
L’Unione dei Comuni? Una chimera. Sono convinto che si debba procedere alla fusione dei comuni piccoli, sarebbe la scelta migliore. Anche qui una soluzione pasticciata che non dà garanzia di efficacia nella gestione del territorio”.
Però le dispiacerà abbandonare quell’ufficio?
“Sono convinto siano stati cinque anni intensi e positivi. Abbiamo dispiegato una azione amministrativa molto efficace che ha dato risultati importanti in termini di opere, di iniziative concrete e di riscontri positivi anche per quanto riguarda contributi ad amministrazioni comunali. Un’azione amministrativa molto forte pur in un contesto difficile. Da un lato la crisi economica che nel 2009, quando mi insediai, era già diffusa; dall’altro lato, sul versante dello Stato, questo non ha fatto nulla per aiutarci. Anzi, ci ha complicato sempre di più la vita rendendoci difficile l’azione con pesanti tagli; in più il quadro di incertezza istituzionale con la storia delle Province. Sono stati poi cinque anni ricchi anche dal punto di vita umano. Ho incontrato tante persone che mi hanno dato tanto. Credo di aver dato tutto quanto potevo in base alle mie capacità. Ho imparato molto, spero che si possa dire altrettanto di me”.
So che non è abituato a guardare troppo indietro, ma se lo fa cosa vede di positivo?
“Sono particolarmente orgoglioso di aver messo sul binario giusto, e poi realizzato e inaugurato, il ponte nuovo sul Trebbia (30 dicembre 2011). Una scommessa vinta. Dissi quella data un anno prima, quando l’Anas stava inaugurando il nuovo ponte sul Po. E poi sono anche contento che abbiamo potuto dedicare il ponte a Paladini, un uomo che è caduto per la pace”.
Vede anche qualcosa che non rifarebbe?
“Sono un uomo di spogliatoio. Gli errori non si dicono in pubblico”.
Allora dove vedremo Trespidi il 13 giugno prossimo? Traghetterà l’ente fino al 21 dicembre?
“Il mandato elettivo termina il 12 giugno. Vogliamo esercitarlo nel pieno dell’attività amministrativa tanto che approveremo tra poco un bilancio previsionale. Dopo il 12 giugno farò una valutazione insieme a tutta la giunta e agli altri presidenti di Provincia per decidere il da farsi”.
Scusi, ma avrete mica intenzione di dimettervi in blocco il 13 giugno? E chi le porta avanti fino a dicembre le Province?
“Al momento restano aperte tutte le ipotesi, anche quella. Comunque che sia il 13 giugno o il primo gennaio 2015, di sicuro Massimo Trespidi continuerà a insegnare, cosa che non ha mai smesso di fare in questi anni. Come tutti i bravi maratoneti penso a tagliare il traguardo di questa gara, non penso mai alla gara successiva”.
Un’ultima cosa. Lo sa che non ha ancora detto pubblicamente se sta con Forza Italia o con il Nuovo Centrodestra?
“Lo so e non lo dico”.
Beh, almeno ci dica cosa pensa di questo centrodestra?
“Credo che il centrodestra a livello nazionale abbia bisogno di una profonda e radicale trasformazione sia negli uomini sia nella capacità di agire. Va recuperata una passione ideale. Mi riconosco certamente in una posizione del centrodestra, in una visione bipolare mi vedo sempre in un’area moderata alternativa alla sinistra. Credo ci sia bisogno di ristrutturare questa area in funzione di quello che potrebbe essere il partito popolare europeo”.




