L’imminente addio alle Province, per lo meno nella forma nota fino ad oggi, si scontra sempre più spesso con dubbi pesanti sulla reale opportunità della scelta. L’ultima presa di posizione “di peso” è di Carlo De Benedetti, che in un articolo per l’Huffington Post ha scritto che “nel nostro Paese il senso di appartenenza riguarda da sempre più i campanili che le regioni e le aree metropolitane” ed ha aggiunto che “la dissipazione di credibilità” legata agli scandali di diverse amministrazioni regionali ha “accentuato il distacco dei cittadini” da questa istituzione, arrivando a dire che ciò lo sta facendo ragionare “se non sia più opportuno eliminare le Regioni anziché le Province”.
Inevitabile chiedere l’analisi del presidente della Provincia di Piacenza Massimo Trespidi: l’ente arriverà alla naturale scadenza del mandato a giugno 2014, poi sarà commissariato e questa fase intermedia precederà la nomina del prossimo presidente della Provincia, che sarà eletto dall’assemblea dei sindaci del territorio.
“Avremo così – punge subito Trespidi – l’ennesimo ente guidato da un nominato, visto che i cittadini non potranno dire la loro. E’ proprio l’ultima cosa di cui la politica avrebbe bisogno: si sta facendo un errore madornale”.
Che strada sarebbe meglio seguire, a suo avviso?
“Avrebbe più senso eliminare le Province sorte negli ultimi dieci anni e abolire regioni come Umbria, Basilicata e Molise, troppo piccole, per poi costruire delle macro-regioni, un paio delle quali potrebbero raggruppare il Nord Italia.
Ciò creerebbe un assetto che in Europa funziona già perfettamente – penso per esempio alla Baviera e alle grandi regioni francesi – e che sarebbe molto più compatibile con i processi di globalizzazione in atto.
In questo modo, tra l’altro, le Province sarebbero l’ideale ente di collegamento tra i Comuni – i più piccoli dei quali andrebbero fusi tra loro – e le macro-regioni di cui dicevo”.
Come potrebbe incidere lo “svuota-Province” su molte questioni (ospedali del territorio con problemi seri o a rischio chiusura, trasferimento della centrale operativa del 118, gestione dell’acqua, centrali a biomasse e a biogas) che stanno facendo imbufalire i piacentini?
“In negativo: il declassamento delle Province a enti di secondo grado si rivelerà uno sbaglio, perchè l’assemblea dei Comuni non può sostituire il coordinamento svolto finora dalla Provincia e anzi potrebbe caratterizzarsi per micro-egoismi che potrebbero addirittura peggiorare la situazione”.
C’è un cambiamento del giudizio dei cittadini sulle Province?
“I dati di un recente sondaggio del professor Mannheimer dicono che il 76% dei cittadini, potendo scegliere, preferirebbe abolire le Regioni piuttosto che le Province: è una percentuale che non lascia dubbi”.
E non è l’unica, a dire il vero: un altro sondaggio presentato all’Assemblea delle Province del Nord spiega che il 65% dei sindaci dei piccoli Comuni non considera la riforma delle Province una priorità, che il 64% sa che non porterà alcun risparmio e che il 63% pensa che farà indebolire i territori.
Altrettanto significativo il sondaggio della Cgia di Mestre sulle Province del Friuli Venezia Giulia, commissionato dall’Upi e svolto a novembre su 2300 cittadini della regione: il 58% dice sì all’eliminazione delle Province, ma la percentuale crolla al 43% se si chiede di abolire anche la propria Provincia e precipita al 38% se si chiede di abolirle tutte o solo quelle inefficienti.
Forse qualcuno ha cominciato a fare due conti: come spiegava qualche tempo fa Carlo Cattaneo, sempre sull’Huffington Post, dei 12 miliardi all’anno che le Province non spenderebbero più per funzioni e servizi ai cittadini ben 8 sarebbero comunque spesi da altri enti per manutenzione delle scuole, formazione professionale, viabilità, trasporti, ambiente, centri per l’impiego, cultura, sport, turismo e servizi sociali. Non solo: l’incidenza sulla spesa pubblica di presidente, assessori e consiglieri provinciali (105 milioni) è dello 0,01%.
A fronte delle spese di cui sopra delle Province, ogni anno lo Stato spende 562 miliardi, le Regioni 163 miliardi e i Comuni 66 miliardi.
La Corte dei Conti ha inoltre espresso dubbi sugli effettivi risparmi che deriverebbero dall’attuazione del ddl su città metropolitane, Province e Comuni, che – secondo un ricco dossier dell’Upi-Unione delle Province Italiane – potrebbe addirittura comportare un aumento della spesa pubblica di due miliardi.




