
Il progetto “Italia dei Festival” – ideato dall’Istituto Italiano per l’Industria Culturale (IsICult) – ha mappato più di 3.000 festival che si tengono ogni anno in Italia, sagre enogastronomiche escluse. Tra le macrocategorie incluse troviamo cinema e audiovisivo, teatro, musica, danza, arti varie, editoria, architettura, scienze umane e sociali, patrimonio culturale, tutela delle diversità e molto altro ancora. Anche il Festival del Pensare Contemporaneo di Piacenza, appena conclusosi nella sua terza edizione, rientra in questo censimento. Per non parlare della recente fioritura di rassegne letterarie, fiere del libro, incontri pubblici e club del libro, i quali vengono accolti con un entusiasmo e partecipazione sempre maggiore.
Questo potrebbe far pensare che l’Italia sia uno dei paesi europei dove viene dato un elevato valore e importanza alla cultura. Eppure, agli italiani non piace leggere: siamo al terzultimo posto in Europa per libri letti in un anno. Secondo la più recente indagine di Eurostat, risalente al 2022, solamente il 35% degli italiani ha letto almeno un libro, non per motivi scolastici, all’anno. Probabilmente questo dato è fin troppo ottimistico; dato che questa indagine si è svolta tramite interviste a campione, non è da escludere che alcuni interpellati possano aver mentito per vergogna o imbarazzo. Comunque, di questo 35%, l’11% sono “lettori forti”, ovvero coloro che leggono più di 10 libri all’anno. Si tratta certamente di una minoranza, circa il 4% della popolazione italiana, ma si parla comunque di più di 2 milioni di persone. <<Tutti questi festival principalmente si rivolgono principalmente a loro>> dichiara Marco Cassini, esperto editore, <<perché è auspicabile pensare che gli appassionati della lettura siano aperti anche ad altre forme di cultura e pensiero>>.
Allora, il fatto che in Italia ci siano così tanti festival e, relativamente, pochi lettori rappresenta una contraddizione? Secondo Chiara Faggiolani, Professoressa di Biblioteconomia presso il Dipartimento di Lettere e Culture Moderne dell’Università di Roma Sapienza, assolutamente no: <<Sono due binari che non per forza devono incontrarsi. I festival sono un’occasione per la condivisione di idee e pensieri. Non influiscono sul numero dei lettori>>. Continua Roberta Rocelli, direttrice generale del Festival Biblico:<<Un festival è uno spazio comune sul futuro. Chi costruisce un festival raduna quante più persone possibili, non per grossi numeri, ma perché ha bisogno di non sentirsi solo>>. D’altro canto, è normale per chi organizza festival – come Alessandro Fusacchia, direttore del Pensare Contemporaneo – guardare ai numeri delle presenze e pensare a come coinvolgere sempre più persone. Il rischio è di ricondurre tutto alla quantificazione e alla dicotomia: chi ha partecipato e chi no, chi legge e chi non legge. Di questo passo, si trascura uno dei grandi problemi della lettura, non tanto legato alla quantità quanto piuttosto alla qualità della lettura. <<Sta diminuendo il tempo medio dedicato alla lettura>>, spiega Faggiolani, <<oggi gli italiani leggono per circa due ore e mezza a settimana>>. La causa di questo è legata alla frammentazione e dispersione del tempo dedicato alla lettura, interrotto da altri impegni e dalle distrazioni. Per cui, il tempo in cui leggiamo è sempre più frammentato e confinato a determinati momenti della giornata o addirittura della settimana. Si tratta di “lettori funamboli”, che devono destreggiarsi tra una immersione e una dispersione crescente, fra la velocità della vita quotidiana e la profondità delle storie. I “book club”, ovvero i gruppi di lettura, si presentano come una soluzione a questa condizione: un ritaglio temporale dedicato alla lettura e alla riflessione insieme ad altri lettori. Inoltre, <<Guardare qualcuno che legge aiuta ad aumentare la concentrazione>>, suggerisce Maura Gancitano, filosofa e scrittrice. È lo stesso principio per il quale in biblioteca ci si concentra meglio e lo studio è più proficuo. <<Per incrementare i lettori>> continua Faggiolani <<servono più biblioteche scolastiche, ma anche degli spazi e dei tempi che nei festival non ci sono, perché sono pensati per altre cose>>. I club del libro si stanno moltiplicando nelle qualità e nella diversità, perché la lettura non per forza deve essere una pratica solitaria, può essere anche un’esperienza sociale. Infatti, la grande maggioranza di questi gruppi nascono dal basso, sono i lettori stessi che decidono di auto-organizzarsi – spesso senza scegliere nemmeno un nome – per cercare una discussione intorno ad un tema comune a tutti loro. I gruppi di lettura sono una sorta di palestra per la mente, aperta a chiunque voglia farne parte: si assiste a una mescolanza tra chi legge e chi non legge, chi legge poco e chi inizia a farlo con sempre maggiore frequenza. Nascono con l’obiettivo della promozione della lettura come arricchimento personale, per portare benessere nella vita delle persone. Le discussioni ricercate sono lontane dalla logica della competizione tra gruppi simili, per questo è improprio parificarli ai festival. Sono due pianeti che ruotano vicini senza necessariamente connettersi.




