Spezia: “L’attualità del 25 aprile, contro ogni negazione dei diritti e della libertà”

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“Senza nessuna pretesa di ritenermi uno studioso o uno storico,
ma con la sola passione per la nostra Patria che mi ha inculcato
mio padre Giovanni, partigiano combattente ferito in battaglia, e i suoi
amici dell’Azione cattolica e della Democrazia cristiana del dopoguerra, a
cominciare da Felice Fortunato Ziliani, partigiano e cattolico fervente per
decenni presidente dell’Associazione partigiani cristiani di Piacenza che mi
“obbligò” a succedergli nell’incarico nel 2006, mi permetto di ricordare i
motivi per cui, personalmente e con altri amici cattolici ci impegniamo ancora nel 2019 a celebrare la Festa della Liberazione.
Intanto perché il 25 aprile 1945 ha rappresentato la cacciata dall’Italia dell’invasore tedesco; che sotto le insegne di una Stato fantoccio, la cosiddetta Repubblica di Salò, voluto dalla Germania nazista e guidato da Benito Mussolini, aveva inteso governare, attraverso
una struttura burocratica non dotata di potere autonomo effettivo
che in realtà era detenuto dai tedeschi, parte dei territori italiani controllati
militarmente dai tedeschi dopo l’armistizio di Cassibile, sottoscritto il 3
settembre 1943 tra il Capo del governo ufficialmente in carica, Pietro Badoglio e il Re Vittorio Emanuele III a nome dell’Italia, e gli Alleati.

Un fatto così chiaro e semplice dovrebbe già di per sé rendere sufficiente la
celebrazione della ricorrenza del più importante avvenimento che ha segnato la storia e ha dettato il futuro del nostra Paese al pari delle vicende del 1861 che hanno portato all’Unità d’Italia.
Se questa ricostruzione dei fatti fosse accettata unanimemente, allora diventerebbe materia soltanto per gli studiosi, per gli Istituti Storici della Resistenza, e sarebbe allo stesso tempo l’occasione per celebrare una festa per tutti.
Ma purtroppo non è andata così. Perché in Italia c’è stato chi ha cercato di
mettere in discussione la Costituzione nelle sue radici fondamentali e per
fare questo ha cercato di mettere in discussione la Resistenza che ne è la madre.
Per questi motivi la partecipazione dei partigiani cristiani alla difesa di questa storia si propone di continuare a testimoniare il fatto che tutto il popolo italiano, libero e pensante, stava da una parte e per tramandare alcuni precisi valori. Non è una questione partitica la Resistenza, ma di valori vissuti e condivisi: quali l’assunzione di responsabilità personale, il senso di appartenenza, la Patria.
Personalmente ho accettato di fare il presidente dell’Associazione partigiani cristiani di Piacenza per questo motivo, per contribuire a tramandare questi valori, per difenderne i principi costitutivi.
Per testimoniare come tanti cattolici, come mio padre e i suoi amici,
salirono in montagna nel ’44 anche perché i sacerdoti dissero loro: “Adesso
tocca a te”, “Nessuno può fare ora quello che devi fare tu”.
L’assunzione di responsabilità personale, l’ascolto della propria coscienza,
la voglia di prendere finalmente parte attiva alla vita politica e sociale del Paese, sono i principi che li hanno guidati in quella scelta. Tra l’altro proprio a Piacenza la storia della Resistenza ha alcuni caratteri peculiari, che hanno lasciato un profondo segno anche nel dopoguerra; come il fatto che il comandante in capo delle forze partigiane Emilio Canzi e i più significativi comandanti delle Divisioni armate non avessero appartenenze partitiche significative. Proprio a sottolineare la partecipazione unitaria alla lotta partigiana, combattente o silenziosa, di tutto il popolo. E lo sta a significare in modo indelebile il martirio dei sei sacerdoti diocesani vittime dei nazi-fascisti; martirio che ancora oggi è riconosciuto e presente sia nei processi di beatificazione che la Chiesa Cattolica ha avviato per don Giuseppe Beotti e il prof. Giuseppe Berti, come per il costante ricordo della figura di don Giuseppe Borea. Sono martiri che hanno offerto la vita a difesa dei deboli non per contrastare questa o quella forma partitica, sia stato esso il fascismo o il nazismo dell’epoca, ma per battersi dalla parte dei bisognosi, di chi andava a chiedere aiuto chiunque esso fosse, contro le prepotenze, le tirannie e le volgarità; dando l’esempio ai tanti che in loro vedevano un rifugio e una speranza.


Ecco, in questo sta l’attualità della Festa della Liberazione. Non il combattere il fascismo quale forma partitica di destra, ma combattere il fascismo, come tutte le altre espressioni dei regimi dittatoriali, in quanto prepotenza e sopraffazione, quale ricerca dell’affermazione a tutti i costi, quale negazione dei diritti e delle libertà personali; concetti magistralmente contenuti nella nostra Carta Costituzionale.
Quello che oggi si definisce fascismo non è più la riedizione di Mussolini,
ma è qualcosa di più sottile e subdolo.
E’ un modo di essere e di comportarsi di quelle persone che fanno attività politica affidandosi alla prepotenza e alla prevaricazione; di chi fa della politica urlata per intimorire l’avversario sempre considerato un nemico il proprio modo di essere, di chi fa politica attraverso l’uso costante della calunnia e della diffamazione per sconfiggere chi non la pensa come lui.
E’ contro questi messaggi negativi che vogliamo continuare a celebrare la Festa della Liberazione, per tramandare l’insegnamento e i valori di quegli eroi che ricordava Enrico Mattei in occasione del primo anniversario della Liberazione, il 25 aprile 1946: «Affinché il passare del tempo non attenui il ricordo e la considerazione per quell’esercito di volontari ai quali, quasi esclusivamente, fu affidato l’immane compito di provare a tutti gli italiani
ed al mondo intero, che il nostro popolo sa ancora amare la Libertà sino a
dare la sua vita per conquistarla e difenderla».

Mario Spezia, presidente Associazione partigiani cristiani di Piacenza

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